Alan Moore torna con una nuova saga fantasy: “Rinnego i fumetti, non la magia”
di Giuliano AluffiAlan Moore, 71 anni, è il re indiscusso del mondo dei fumetti, ma non diteglielo mai o evocherà un sortilegio: il maggiore sceneggiatore vivente di graphic novel, l’uomo che più di ogni altro ha reso, negli anni Ottanta, il fumetto un mezzo che affascina anche gli adulti, ha abdicato con sdegno al trono per dedicarsi a tempo pieno alla carriera di scrittore. Se amate i fumetti, evocarlo equivale a nominare Federer per un fan del tennis. Ma lo conoscete anche se non l’avete mai visto in volto, perché anche chi non ha letto i suoi capolavori come Watchmen (un distopico crepuscolo degli eroi venato di cinismo) può aver visto il bel film di Zack Snyder; così come V per Vendetta, sofferta celebrazione della ribellione anarchica contro il fascismo tecnologico, è stato adattato e prodotto per il cinema dalle sorelle Wachowski. Ed è da lì che viene la maschera di Guy Fawkes usata dal collettivo hacker Anonymous.
Oggi Moore pubblica The Great When – Il Grande Quando (Fanucci), un romanzo in cu…
Alan Moore, 71 anni, è il re indiscusso del mondo dei fumetti, ma non diteglielo mai o evocherà un sortilegio: il maggiore sceneggiatore vivente di graphic novel, l’uomo che più di ogni altro ha reso, negli anni Ottanta, il fumetto un mezzo che affascina anche gli adulti, ha abdicato con sdegno al trono per dedicarsi a tempo pieno alla carriera di scrittore. Se amate i fumetti, evocarlo equivale a nominare Federer per un fan del tennis. Ma lo conoscete anche se non l’avete mai visto in volto, perché anche chi non ha letto i suoi capolavori come Watchmen (un distopico crepuscolo degli eroi venato di cinismo) può aver visto il bel film di Zack Snyder; così come V per Vendetta, sofferta celebrazione della ribellione anarchica contro il fascismo tecnologico, è stato adattato e prodotto per il cinema dalle sorelle Wachowski. Ed è da lì che viene la maschera di Guy Fawkes usata dal collettivo hacker Anonymous.
Oggi Moore pubblica The Great When – Il Grande Quando (Fanucci), un romanzo in cui c’è un’altra Londra, folle e magica, che si sovrappone a quella, disastrata ma brulicante di vita, del dopoguerra: «Quel posto è più reale di questo. Il nostro è solo un’ombra sulla parete della caverna di Platone. Se questa Londra è il fumo, allora quel posto è il fuoco. Quella che sentiamo qua è un’eco, mentre là c’è la musica». Un luogo magico che assomiglia alla fantasia, quella che, per Moore, è un’arma formidabile per difendersi da fascismi e populismi liberticidi.
Questa visione di un’altra Londra legata al mondo delle idee ma più vera di quella reale, come si lega all’idea che magia e linguaggio coincidano, fondamentale sia per la sua arte che per la sua vita, visto che si autodefinisce “scrittore e mago”?
«Possiamo vedere il mondo delle idee, il mondo della mente e dell’immaginazione, come un paesaggio in cui viviamo, tanto reale quanto il mondo fisico, sebbene immateriale e molto diverso dal regno solido in cui esistiamo fisicamente. Inoltre, dato che tutto ciò che ci circonda in questo dominio materiale, dai nostri vestiti alle nostre stanze al linguaggio in cui pensiamo, ha le sue origini nell’immaginazione umana, non potremmo dire che quel regno immaginario, pieno di simboli incombenti, è forse il più importante, il più vero e il più duraturo dei due territori?».
Certo, potremmo dirlo…
«E in questo senso la stravagante fantasia de Il grande quando diventa quasi letterale: esiste una forma ideale, platonica di Londra, che è in costante e delirante trasformazione, e che in qualche modo contiene tutte le diverse epoche della città contemporaneamente: e tuttavia questo paesaggio onirico mutevole è il fondamento del nostro duro mondo fisico e di tutte le dure cose fisiche che accadono in esso. E, come nel libro, questo strato è accessibile inciampando attraverso qualcosa che non ti rendevi conto fosse una porta. Tranne per il fatto che, invece di essere situata in un pericoloso vicolo di Soho, questa porta si trova nella nostra immaginazione».
Come Stanley Kubrick, lei ha la rara abitudine di “uccidere” i generi che abbraccia, producendo picchi di qualità assoluta che diventano degli Everest per gli altri autori. Trova che la narrativa fantasy sia un genere più difficile da “uccidere” con la sua arte?
«Vedo il mio lavoro come costruire montagne, piuttosto che di attirare un’attenzione immeritata cercando di scalare quella di qualcun altro e piantare una bandierina sulla sua cima. Infatti, uno dei motivi per cui ho abbandonato la maggior parte delle mie montagne (e delle mie collinette) è che ora sono piene di alpinisti che cantano lo jodel. Non mi è mai passato per la testa di “uccidere” il genere fantasy letterario. Ciò che desidero, come sempre, è creare un’opera che sia all’altezza dei miei standard, piuttosto che affidarmi alla solita scatola di cioccolatini di logori cliché fantasy che detesto».
So che ha rinnegato alcune delle sue opere, come Watchmen, per come la DC si è comportata nei suoi confronti. Ma se oggi un quindicenne legge per la prima volta Watchmen e se ne sente folgorato, lei non è felice di aver regalato ore di meraviglia a quel ragazzo?
«Ho rinnegato circa il 90 per cento del lavoro che ho fatto nel medium dei fumetti, incluse tutte le opere che ho creato ma che non possiedo più. Quando dico rinnegare, intendo che desidero dissociarmi da quel lavoro, che non ne possiedo più copie e non lo guarderò mai più, e che non desidero firmarne copie, discuterne o addirittura pensarci. Ciò è dovuto in parte agli editori prevalentemente incompetenti e/o ladri che sembravano aver dominato l’industria per così tanto tempo, ma anche a molti degli artisti e scrittori che sono stati ansiosi di collaborare con me per aumentare il loro status e i loro guadagni, ma che, al primo segno di problemi o conflitti, si sono schierati con entusiasmo dalla parte degli editori di fumetti o di Hollywood».
E i lettori di fumetti?
«Purtroppo una rumorosa parte di loro, ogni volta che ho sollevato le questioni di cui sopra, ha scelto di ridacchiare e di definirmi un vecchio pazzo e paranoico, incredibilmente arrabbiato per assolutamente tutto. Se questo è il modo in cui un pubblico quasi interamente borghese sceglie di evitare questioni politiche o etiche, allora con quel pubblico non voglio avere niente a che fare. Quindi, nonostante rimanga molto orgoglioso di quelle poche opere che possiedo ancora, e nonostante creda che il medium del fumetto sia una cosa sublime e meravigliosa, le cui possibilità hanno appena iniziato a essere esplorate, non desidero più essere associato al campo del fumetto. Tuttavia...».
Tuttavia?
«Quando ho creato Watchmen, ho messo molto amore e impegno nel realizzare ogni pagina, e se suscita una risposta genuina in un lettore – purché non sia “Wow! I supereroi sono fantastici!” – allora sono ovviamente molto contento e non intendo sminuire o togliere nulla all’esperienza di quel lettore. È solo che sentirne parlare, per me, susciterebbe molti più ricordi tristi che belli, quindi cerco di risparmiarmelo: è una questione di autoconservazione».
Con i suoi lavori negli anni Ottanta e Novanta lei ha attratto gli adulti verso il mondo del fumetto. Ma ci sono rimasti intrappolati? Penso al successo miliardario dei film dei supereroi…
«L’eccitazione degli anni Ottanta, al grido di “I fumetti sono cresciuti!”, è stata in gran parte un’illusione ottica. Credo che la moda – calante, ma ancora in corso – dei film sui supereroi suggerisca un grado di infantilizzazione e arresto emotivo che è preoccupante sia culturalmente che politicamente. Questo desiderio di una visione del mondo semplicistica e dai colori vivaci di solito è un precursore del fascismo populista. Ma d’altra parte dal 2013 a oggi abbiamo vissuto un decennio completamente privo di fascismo, e questa è un’ulteriore prova di quanto l’età mi abbia reso pazzo e paranoico...».
Ben colgo la sottile ironia…
«Quindi: sono ancora orgoglioso del mio lavoro sui fumetti di supereroi? No, non lo sono più. Mi sembra che l’unica cosa che i pezzi grossi dell’industria dei fumetti siano stati in grado di vedere o riprodurre è l’idea superficiale che i fumetti “oscuri” e “distopici” fossero in qualche modo “fighi”. E li hanno usati come un nuovo modo per commercializzare i loro franchise decennali, di cui i bambini veri e propri si erano stancati».
Sul Venerdì del 1° novembre 2024