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In Ucraina le donne sono l’altra metà del fronte

Alcune volontarie si esercitano a combattere (Victor Sajenko) 
All’inizio della guerra in 70 mila si sono arruolate. Cosa le ha spinte? E quali difficoltà (in più) devono affrontare? Siamo andati a chiederlo ad alcune di loro
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KIEV. La sorpresa è la forza del loro sorriso: riesce a illuminare i volti anche nei momenti più duri, nonostante abbiano condiviso lo stesso orrore dei compagni, dei fratelli e dei padri che lottano sulla linea del fuoco o lo abbiano vissuto in prima persona. Marina è stata sei mesi in un campo di concentramento russo: ufficiale medico a Mariupol, quando tutti si sono ritirati nell’acciaieria Azovstal lei è rimasta con i feriti. «Ci hanno sottoposto a ogni genere di violenza fisica e psicologica. Ci torturavano usando la corrente elettrica, ci obbligavano a cantare canzoni patriottiche o assistere a filmati di propaganda putiniana. Ogni tanto urlavano: “Vi uccideremo tutti, dal primo all’ultimo!” . Spesso ci lasciavano l’intera notte all’aperto», ricorda mentre chiede alle volontarie dell’associazione Zemlyachky una coperta per scacciare il gelo che da allora l’attanaglia: «Mi hanno liberata in uno scambio di prigionieri ed è come se fossi nata di nuovo. Da allora mi è più facile sor…

KIEV. La sorpresa è la forza del loro sorriso: riesce a illuminare i volti anche nei momenti più duri, nonostante abbiano condiviso lo stesso orrore dei compagni, dei fratelli e dei padri che lottano sulla linea del fuoco o lo abbiano vissuto in prima persona. Marina è stata sei mesi in un campo di concentramento russo: ufficiale medico a Mariupol, quando tutti si sono ritirati nell’acciaieria Azovstal lei è rimasta con i feriti. «Ci hanno sottoposto a ogni genere di violenza fisica e psicologica. Ci torturavano usando la corrente elettrica, ci obbligavano a cantare canzoni patriottiche o assistere a filmati di propaganda putiniana. Ogni tanto urlavano: “Vi uccideremo tutti, dal primo all’ultimo!” . Spesso ci lasciavano l’intera notte all’aperto», ricorda mentre chiede alle volontarie dell’associazione Zemlyachky una coperta per scacciare il gelo che da allora l’attanaglia: «Mi hanno liberata in uno scambio di prigionieri ed è come se fossi nata di nuovo. Da allora mi è più facile sorridere…».

Marina dimostra molto meno dei suoi trent’anni e non si è voluta fermare: è tornata in servizio e appena può collabora con questa ong che aiuta donne e ragazze. Quelle che come lei hanno sofferto e quelle che vogliono andare a combattere. In Ucraina capita spesso di salire su un treno o entrare in un ristorante e incontrare solo donne: gli uomini sono una rarità e sempre in uniforme. Ma non bastano. Tutti i bollettini di guerra sottolineano la superiorità del manpower russo, che permette a Putin di mandare all’assalto più soldati e travolgere le difese sguarnite nel Donbass. La demografia non si può cambiare per decreto e la popolazione maschile ucraina è numericamente inferiore a quella russa, tanto che circolano voci sull’estensione della leva obbligatoria alle ragazze.cercansi scarponi Saranno loro a salvare la patria? Kiev risponderà a Mosca schierando il womanpower?

«È dal giorno dell’invasione che stiamo facendo la nostra parte», spiega Ksenia, nata in Crimea e fondatrice dell’ong Zemlyachky, che assiste l’altra metà del fronte: «Finora si sono arruolate in 70 mila e circa 15 mila sono andate in prima linea. Nessuno nel 2021 si sarebbe aspettato che così tante avrebbero imbracciato le armi». Basta camminare tra le foto dei caduti dell’assedio di Mariupol esposte in Piazza Sofia, nel cuore di Kiev, per rendersi conto del loro contributo: un quarto dei poster ritraggono soldatesse giovanissime. Restano i loro sorrisi, come quello di Anna, intabarrata in una tuta mimetica e un elmetto troppo grandi per il suo fisico di ventenne. Zemlyachky va molto sul concreto e per prima cosa si occupa proprio di questo: fornire un equipaggiamento a misura di donna. « Non è facile trovare scarponi tattici di taglie come il 36 e il 37» , sottolinea Ksenia mentre mostra scaffali colmi fino al soffitto di calzature anfibie dal numero 40 in giù: «Ma ancora più difficile è stato reperire giubbotti antiproiettile che non si trasformassero in una tortura per le ragazze: è indispensabile inserirvi le piastre corazzate frontali e posteriori, che garantiscono la protezione dai proiettili dei cecchini rendendo però molto pesante il carico sul petto. Noi abbiamo raccolto donazioni, in particolare da aziende cosmetiche, e commissionato dei giubbotti con una sagoma speciale che si adattasse ai seni. Li realizza una cooperativa di profughe delle zone occupate dai russi, che confeziona sia i busti corazzati, sia le tute mimetiche. Regaliamo alle soldatesse l’equipaggiamento completo: costa 1.300 euro, una cifra impossibile per loro».

Machismo in trincea

Per le volontarie la vita in caserma o in trincea è dura, anche prima del battesimo del fuoco. « C’è una cultura maschilista che non è stata intaccata dalla guerra» continua Xenia, elencando le testimonianze raccolte dalla sua associazione. «Che si tratti di stare in trincea o alla scrivania, una ragazza deve sempre dimostrare che è in grado di farcela: addirittura, dopo l’ingresso nella divisione intelligence, una di noi è stata lasciata per due mesi senza paga perché volevano che provasse le sue capacità di resistenza. A un uomo non viene mai chiesto». Per questo tante, prima di arruolarsi, cercano di imparare i rudimenti del combattimento, in modo da non sentirsi inferiori ai maschi durante l’addestramento e arrivare preparate sul campo di battaglia. A questo provvede un’altra ong, espressione di quella sorta di “Terzo Settore bellico” che in Ucraina è molto attivo e cerca di colmare con il volontariato quello che le istituzioni non riescono a fare.

Ukrainian Valkyrie gestisce una scuola di guerra per sole donne. Si ritrovano il sabato mattina in un colossale bosco di querce che si insinua tra i palazzoni dell’estrema periferia di Kiev: gli istruttori sono graduati dell’esercito, che stanno completando la convalescenza dopo essere stati feriti. Le lezioni iniziali avvengono con armi da softair, simili a quelle reali ma senza la “botta” del rinculo, poi si passa ai veri kalashnikov.

Oltre il dolore

Nello scheletro di cemento di un ospedale sovietico le Valkyrie simulano incursioni e scontri urbani, abituandosi a coprire le spalle alle compagne e mantenere la posizione di tiro corretta durante gli spostamenti. Poi, nelle pause, si ritrovano davanti a un thermos di tè. Se non fosse per mimetiche e fucili sembrerebbero una comitiva di studentesse in gita: sono manager che si occupano di marketing o di comunicazione, parrucchiere e commercialiste, tutte sotto i 30 anni. «Lo faccio perché almeno quando il mio fidanzato torna dal fronte ho qualcosa di cui parlare con lui», scherza, ma non tanto, Julia, dirigente in una catena del settore beauty che non riesce a togliere il fango dagli scarponi. «Altrimenti le poche volte che lo vedo non riesco a capire quello che racconta… ».

«Oltre a chi pensa di entrare nella fanteria o nei reparti di supporto» racconta Danika, che proviene da una delle città ucraine occupate dai russi «abbiamo altre due categorie di allieve. C’è chi ha affrontato un lutto: ha perso il compagno, il fratello o il padre al fronte, e imparando a combattere cerca in qualche modo di superare il trauma, provando le stesse sensazioni e parlando con chi ha vissuto quella realtà. A loro offriamo anche un’assistenza psicologica. Poi ci sono quelle che vogliono essere in grado di difendersi se i russi dovessero tornare ad assediare le città. Hanno provato un senso di impotenza nella primavera del 2022 e non sono più disposte ad accettarlo» . Molte femministe, in Europa, credono che il mestiere delle armi non sia una strada verso l’emancipazione. «Forse perché non si sono ritrovate una mattina con un’armata d’invasione in casa… Non sono d’accordo, nessuna di noi lo è!», scandisce Xenia mentre intorno a lei veterane e volontarie di Zemlyachky annuiscono: «Il mondo militare è specchio della vita civile e della civiltà di un Paese: arruolarsi e combattere è un modo di promuovere la libertà di scelta e dare la stessa possibilità alle donne. Stiamo cancellando una cultura sessista che non riteneva possibile avere una di noi al comando di un battaglione di tank o addirittura venire ammessa nelle forze speciali. Un giorno quello che abbiamo dimostrato al fronte conterà anche nella società e nell’economia. Ma, prima, dobbiamo vincere».

Quindi le donne possono compensare la mancanza di uomini? « Hanno capacità che gli permettono di fare come e meglio dei soldati» , interviene Andrii, uno dei fondatori dell’associazione. «E hanno grande determinazione, che facciano le cuoche, le infermiere o che brandeggino la mitragliatrice, la loro motivazione a lottare è il contributo più importante: perché è contagiosa ed è in grado di risollevare il morale dei reparti».«Io so che questa guerra sarà ancora lunga», dice un’altra Julia, che si occupa di grafica digitale e ha appena sparato la sua prima raffica nel bosco delle Valkyrie. «E credo che ogni ucraina debba essere pronta a tutto».

Sul Venerdì del 1 novembre 2024

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