Il Venerdì

Lungo la Vjosa, nel cuore selvaggio dell’Albania

Un tratto della Vjosa: protetto integralmente dal 2023, è uno dei pochissimi fiumi europei liberi da dighe e sbarramenti
Un tratto della Vjosa: protetto integralmente dal 2023, è uno dei pochissimi fiumi europei liberi da dighe e sbarramenti 

Lontano dalle spiagge affollate di resort, il parco naturale del fiume comincia ad attirare un turismo sostenibile e molto slow. Grazie anche alla cooperazione italiana

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Permet (Albania). In italiano si chiama Voiussa, in greco Aoos, in albanese Vjosa, al femminile; e così tutta Europa ha imparato a chiamarla, da quando ha scoperto che è uno degli ultimi fiumi selvaggi del continente. Nasce dalle montagne del Pindo, nell’Epiro greco; 80 chilometri dopo entra in Albania, attraversando il Sud del Paese per altri 192 fino a sfociare nell’Adriatico poco lontano da Valona. E lungo tutto questo corso non è interrotta da dighe, sbarramenti, centrali idroelettriche, laghi artificiali. Fino a qualche anno fa ha rischiato grosso: dalla fine del regime comunista governi e interessi stranieri più o meno trasparenti avevano messo in cantiere ben otto dighe. Ma l’assalto al “cuore blu dei Balcani” è stato fermato dall’ostilità delle popolazioni locali, amplificato in una campagna di opinione che ha coinvolto decine di ong, ambientalisti e scienziati albanesi ed esteri, il gigante dell’abbigliamento sportivo Patagonia e persino Leonardo DiCaprio in persona.

Sempre sensibile alla proiezione internazionale del suo Paese – dall’accordo sui migranti con Giorgia Meloni alla moschea più grande dei Balcani finanziata dal governo turco di Erdogan, ai ventilati investimenti nel turismo della famiglia Trump – il primo ministro albanese Edi Rama ha firmato nel marzo 2023 l’istituzione di un Parco naturale lungo tutto il corso della Vjosa e di quattro suoi affluenti. Una boccata d’ossigeno per le 1.000 specie animali e vegetali – di cui almeno una quindicina in pericolo – che popolano gli otto diversi habitat tra cui si snoda il corso del fiume, dalle anguste valli di montagna alla laguna costiera. E la promessa di un modello di sviluppo diverso per gli uomini e le donne che si ostinano a vivere lungo le sue rive.

In Albania lo spopolamento delle aree interne è ancora più drammatico che nel nostro Paese. Si calcola che un milione e 700 mila albanesi vivano all’estero, e dei 2,8 milioni rimasti in patria oltre la metà è concentrata tra Tirana e gli immediati dintorni. La capitale sembra aver imboccato la via di una modernità fatta di traffico caotico, grattacieli stile Dubai e turisti scaricati da voli super low cost (per un’andata e ritorno da Ciampino si spendono anche meno di 40 euro). E lungo la costa si moltiplicano ogni giorno che passa resort, condomini per vacanze e stabilimenti balneari.

Ecco allora che risalire la valle della Vjosa può sembrare un viaggio a ritroso nel tempo ma anche un ritorno a un futuro più umano e sostenibile. La strada un po’ segue un po’ incrocia il corso del fiume, che scorre a tratti lento e sinuoso in un ampio letto di ghiaia, a tratti rapido tra pareti più strette. Colline verdissime sormontate da alte montagne, con pochi, minuscoli villaggi rintanati dietro i crinali, a nascondersi da potenziali invasori. Chiesette ortodosse sopravvissute all’ateismo di Stato comunista, minareti di moschee, le cupole delle tekke, i luoghi di culto dei bektashi, la tollerante confraternita islamica a cui appartiene il 2,5 per cento circa degli albanesi. Greggi di pecore, mucche isolate che brucano, gli asini quasi scomparsi dalle nostre campagne.

Eppure in questo paesaggio che si direbbe fermo nel tempo è facile incontrare – anche in una calda fine ottobre come quella appena trascorsa – trekker britannici, mountain biker nordeuropei, camperisti francesi, motociclisti pugliesi. Vengono a inerpicarsi a piedi o a cavallo sui tanti sentieri di montagna, a solcare il fiume in kayak o sui gommoni da rafting, a immergersi nelle acque termali di Benje, a esplorare il canyon di Langarica. Berat e Argirocastro, le due antiche città patrimonio dell’umanità Unesco, sono poco distanti, così come le spiagge di Valona e di Saranda. C’è persino qualche italiano che prova a seguire le tracce di nonni e bisnonni che qui combatterono durante la sciagurata invasione fascista della Grecia.

«Per non parlare dei tanti abitanti di Tirana che affrontano le quattro ore di viaggio pur di trovare aria pulita e cibo buono», aggiunge Giorgio Ponti. Basato a Permet, il capoluogo della zona, Ponti è il country representative del Cesvi, storica ong bergamasca che, giunta al quarantesimo anno di attività, opera con progetti di gestione dell’emergenza e di cooperazione allo sviluppo in 27 Paesi del mondo, dall’Amazzonia peruviana alla Palestina in guerra, dall’Africa devastata dall’Aids alla Bergamo martoriata dal Covid. In Albania il Cesvi è presente fin dall’epoca delle guerre balcaniche; oggi fa da promotore e coordinatore per le iniziative cofinanziate dall’Agenzia italiana per la Cooperazione allo Sviluppo e da altri soggetti pubblici e privati, soprattutto in campo agricolo e turistico. Così, nell’ambito del progetto “VITA-Vjosa” finanziato dall’Aics è nato un consorzio che unisce operatori turistici, ristoratori, produttori e artigiani della zona. E così tante case di famiglia in rovina sono diventate bed and breakfast non necessariamente spartani, sentieri di montagna sono stati ritracciati e segnalati, pascoli e terreni agricoli sottratti all’abbandono, antiche prelibatezze riscoperte e proposte a un pubblico nuovo: come il salca në shakull, un cremoso formaggio salato che stagiona in una pelle di pecora, o il gliko, dolcissima composta di frutta o verdura – noci, fichi, anche piccole melanzane – che si è guadagnato il titolo di presidio Slow Food.

Molto, naturalmente, resta ancora da fare. Il parco fluviale ha già un piano di gestione, ma serve tempo per metterlo in pratica completamente, e per farlo occorrerà mediare tra poteri e comunità locali. Non sarà facile resistere alle lusinghe del turismo di massa: già questa estate gli ambientalisti hanno protestato contro un progetto che punta a prelevare l’acqua del fiume Shushica, un affluente della Vjosa, per rifornire le località balneari della costa.

E le nuove generazioni? Davanti all’immancabile bicchiere di raki – l’acquavite fatta in casa che l’ospite non può fare a meno di accettare – quasi tutti gli albergatori, gli osti, gli operatori turistici finiscono per parlare dei figli andati a studiare o a lavorare a Tirana o all’estero. Sono orgogliosi di aver loro assicurato una vita migliore, ma a chi lasceranno l’attività che proprio adesso comincia a dare i suoi frutti? La dea Vjosa saprà richiamarli a sé?

Dallo Speciale Viaggi sul Venerdì del 15 novembre 2024

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