✕

Castelli di rabbia

Una scena del film di Andrea Deaglio Un milione di granelli di sabbia, dove i traumi della guerra si affrontano con sedute di sandwork espressivo 
1 minuti di lettura

«Dove viviamo noi non c’è niente. Persone non ce ne sono più».Il bambino del Donbass che parla serio davanti alla telecamera sembra uscito dalla Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf. Poi lo vediamo intento a seppellire un soldatino di plastica sotto la sabbia contenuta in una cassetta. «Eravamo poveri, ma vivevamo sereni nel nostro villaggio. I terroristi hanno chiuso in macchina le nostre figlie e le nostre spose e hanno ucciso tutti gli uomini». Così una donna yazida, mentre un’adolescente taciturna dispone vari oggetti nella sabbia. Sono sedute di sandwork espressivo, tecnica di lavoro clinico (ispirata alla sand play therapy di Dora Kalff) che consiste nel costruire paesaggi con le proprie mani,usando sabbia, acqua e figurine d’ogni tipo messe a disposizione dal terapeuta. Creare immagini per dar voce a un mondo interiore raggelato.

Chi ascolta queste immagini – silenziosa, partecipe – è Eva Pattis, terapeuta junghiana, da anni impegnata in contesti traumatici internazional…

«Dove viviamo noi non c’è niente. Persone non ce ne sono più».Il bambino del Donbass che parla serio davanti alla telecamera sembra uscito dalla Trilogia della città di K. di Ágota Kristóf. Poi lo vediamo intento a seppellire un soldatino di plastica sotto la sabbia contenuta in una cassetta. «Eravamo poveri, ma vivevamo sereni nel nostro villaggio. I terroristi hanno chiuso in macchina le nostre figlie e le nostre spose e hanno ucciso tutti gli uomini». Così una donna yazida, mentre un’adolescente taciturna dispone vari oggetti nella sabbia. Sono sedute di sandwork espressivo, tecnica di lavoro clinico (ispirata alla sand play therapy di Dora Kalff) che consiste nel costruire paesaggi con le proprie mani,usando sabbia, acqua e figurine d’ogni tipo messe a disposizione dal terapeuta. Creare immagini per dar voce a un mondo interiore raggelato.

Chi ascolta queste immagini – silenziosa, partecipe – è Eva Pattis, terapeuta junghiana, da anni impegnata in contesti traumatici internazionali.Il film che racconta queste storie di dolore e di sabbia lo ha girato Andrea Deaglio e s’intitola Un milione di granelli di sabbia (il 25 novembre a Bologna, il 26 a Brescia e Bolzano, il 28 a Merano, poi continuerà a girare).

«Un bravo regista e una camerawoman sensibile», dice Pattis, «sono come un team di psicoanalisti: fanno emergere quello che uno ha dentro». Ed è ciò che accade proprio a lei che, confermando ancora un volta come il vero guaritore sia ferito, ripercorre, in mezzo a tanti traumi, la propria storia traumatica. Che nasce nel cuore della madre durante la Seconda guerra mondiale e, attraverso le vie della trasmissione transgenerazionale, oggi si manifesta ancora: in forma di lacrime, ma anche di forza terapeutica. Le emozioni indicibili, prigioniere del corpo – di questo parla il film – possono diventare immagini e racconti. Come i sogni.

Sul Venerdì del 22 novembre 2024

Leggi i commenti