21 ragioni per amare il 21° secolo dalle firme del Venerdì
Tra pochi giorni festeggeremo il primo quarto del Ventunesimo secolo. C’è da festeggiare? Il nuovo secolo si è aperto con l’attacco alle Torri Gemelle, e adesso chiudiamo l’anno con la rielezione di Trump. Nel mezzo abbiamo avuto attentati islamisti, il pianeta sempre più minacciato dal global warming, una pandemia, guerre, il ritorno dell’incubo atomico. Insomma, oggettivamente, un vero disastro. La domanda a questo punto è: non c’è davvero nulla di nulla da salvare di questi anni vissuti così tanto pericolosamente? L’abbiamo girata a ventuno delle nostre firme, chiedendo loro di fare un considerevole sforzo: trovare anche solo una piccola, piccolissima buona ragione per cui questi primi venticinque anni sono valsi comunque la pena di essere vissuti. Beh, la buona notizia è che le hanno trovate. Eccole qui, insieme ai nostri migliori auguri.
Natalia Aspesi: Meloni e Schlein al comando, che pazzesca novità
E chi l’avr…
Tra pochi giorni festeggeremo il primo quarto del Ventunesimo secolo. C’è da festeggiare? Il nuovo secolo si è aperto con l’attacco alle Torri Gemelle, e adesso chiudiamo l’anno con la rielezione di Trump. Nel mezzo abbiamo avuto attentati islamisti, il pianeta sempre più minacciato dal global warming, una pandemia, guerre, il ritorno dell’incubo atomico. Insomma, oggettivamente, un vero disastro. La domanda a questo punto è: non c’è davvero nulla di nulla da salvare di questi anni vissuti così tanto pericolosamente? L’abbiamo girata a ventuno delle nostre firme, chiedendo loro di fare un considerevole sforzo: trovare anche solo una piccola, piccolissima buona ragione per cui questi primi venticinque anni sono valsi comunque la pena di essere vissuti. Beh, la buona notizia è che le hanno trovate. Eccole qui, insieme ai nostri migliori auguri.
Natalia Aspesi: Meloni e Schlein al comando, che pazzesca novità
E chi l’avrebbe mai detto, nell’anno 2000, che oggi avremmo potuto avere una tanto pazzesca novità, e cioè un Presidente del consiglio femmina, certificata come tale? Mai, in questi 78 anni di Repubblica italiana, ci era sembrata possibile una simile follia. Il Presidente doveva essere maschio, o almeno certificato come tale – anche se ce ne sono stati di molto modesti nella costante vittoria di chi è scomparso per sempre, la Democrazia Cristiana. Se ci veniva in mente un nome femminile, magari la pensavamo come una brigata rossa, ma mai come Presidente. Adesso che è passato un quarto di secolo dal 2000, quell’anno ci pare bellissimo, persino l’orrido Assad sembrava lontano, si facevano virtuosi convegni, tutti seduti in fila a dire che quel macellaio andava cacciato, tanto che poi lo abbandonammo al suo destino, sino a ieri, di macellatore di siriani. E se oggi ci apprestiamo a festeggiare i primi venticinque anni del nuovo secolo pensando alla bomba atomica e a Netanyahu, pensiamo anche a questa gran novità: che dal 2022 il nostro Presidente del Consiglio è una donna! C’è da spararsi? Per ora no. Se non altro perché, l’anno dopo, nel 2023, chi è diventata segretaria del Pd? Un’altra donna! La Schlein! Meloni contro Schlein? Schlein contro Meloni? C’è chi prega che l’una vinca, altri che vinca l’altra. Ma chi?
Emanuela Audisio: all’improvviso d’estate sfrecciò una saetta, Usain Bolt
Bello il lampo, magnifico il tuono. Una tempesta di luce sul 21simo secolo. La corsa di Usain Bolt ai Mondiali di Berlino 2009. Due record del mondo a 23 anni. 9”58 sui 100 metri e 19”19 sui 200. Tuttora validi. Una splendida estate che cambiò il mondo. Si poteva essere un fulmine allegro, accendere il piacere, non solo il campione pieno di rabbia che sbranava gli altri. C’erano altri modi: Bolt strapazzava la velocità, faceva ballare la Terra, senza perdere il sorriso. Don’t worry, be happy. Dava l’idea di correre rilassato, quasi in pigiama, con l’aria di chi porta fuori il cane. Un gigante (1.96 per 94 kg) che tutti dicevano inadatto allo sprint. Troppo alto, svogliato, assai goloso. Uno che si dimenava, ma in discoteca. Uno dall’allungo morbido, ma capace di diventare ghepardo. Il suo gesto di lanciare una saetta con posa classica da Bronzo di Riace è subito diventato icona. Copiato, modificato, amplificato. Baci al pubblico, insolenza da spettacolo, audience alle stelle. No Bolt, no party. Se Jesse Owens a Berlino nel ’36 aveva smontato il razzismo con quattro medaglie d’oro, Bolt 73 anni dopo nello stesso stadio ridicolizzò l’idea di una superiorità ariana. Bolt alla velocità di 45 chilometri orari riscattava l’umanità e dava proprio quell’illusione: la legge di gravità non inchiodava tutti alla Terra
Corrado Augias: l’ottava meraviglia cercatela su Wikipedia
Ci voleva del genio, ammettiamolo. E genio fu. Era nell’aria che una rete di comunicazione globale, identificata con le tre famose W (World Wide Web, ovvero ragnatela mondiale) potesse essere utilizzata anche come veicolo di un sapere globale. Impresa concettualmente semplice, immane nella sua applicazione. Wikipedia, enciclopedia diventata strumento indispensabile usato – e abusato – ogni giorno da milioni di utenti. Il nome viene dal termine hawaiano wiki che significa “veloce” e dal greco pedia. Parafraso liberamente: insegnamento veloce. Di tutti i prodotti della rete, e derivati, è forse il più utile, ha portato fin sotto il naso dell’utente ogni tipo d’informazione. I suoi link permettono di saltare da una voce all’altra con un clic. Modello collaborativo, nel senso che chiunque può creare o modificare contenuti. Qui però cominciano anche i guai, perché i controlli ci sono ma nel gran traffico mondiale in decine di lingue non sempre arrivano in tempo per evitare strafalcioni, talvolta introdotti ad arte. Wikipedia è uno dei prodigi del nostro tempo. Il mondo antico aveva sette meraviglie. Anche il mondo contemporaneo, tra molti guasti, ha le sue meraviglie. Nessuno per ora le ha contate, una di queste resta comunque lei, Wikipedia.
Stefano Bartezzaghi: È bello viaggiare così, leggeri e disincantati
Nel secolo scorso il’ 25 è stato l’anno in cui il non ancora trentenne Eugenio Montale stupì la cultura italiana con la prima edizione degli Ossi di seppia. La prima poesia comincia con la parola “non” e finisce con altri due “non” ben sottolineati: “Ciò che non siamo / ciò che non vogliamo”. E se nel nostro secolo il suo primo quarto fosse servito allo stesso scopo? A farci disincantare da speranze e credenze?
La Storia non si è fermata; i religiosi non si sono laicizzati (casomai il contrario); internet da libera è diventata commerciale (come la Tv decenni prima); la politica si è separata dalla cultura; le disuguaglianze hanno ricominciato ad approfondirsi. Grazie, allora. Bisogna accogliere i regali per i loro pregi e ne ha anche il disincanto: certo, poco romantici. Oltre a disincantarci questo quarto di secolo ci ha anche disincarnati: convocati nei social, connessi a distanza (anche per ragioni epidemiologiche), disavvezzi alla presenza. Dovendo allora scegliere un oggetto menzionerò il Kindle. Perché: A) mi consente di portare in vacanza quantità di libri che in valigia non saprei trasportare. Ma B) al ritorno mi fa ri-apprezzare la presenza fisica del libro “in carne e ossa”. Forse anche il disincanto, allora, produrrà nuovi (e più acuti) incanti.
Lucio Caracciolo: Lo avreste detto? Noi italiani, una grande famiglia
Se è vero che persone e comunità si rivelano e si misurano nelle avversità, forse il più sottovalutato fra i fatti positivi di questo primo quarto di Ventunesimo secolo è la nostra reazione al flagello del Covid. Nemico totalmente inatteso, che ci ha colto di sorpresa, con la guardia bassa e senza un rimedio capace di stroncarlo. Pochi avrebbero scommesso sulla capacità degli italiani di mantenere, malgrado tutto, un atteggiamento solidale di fronte al flagello.
Noi italiani, immeritatamente famosi nel mondo per il nostro presunto individualismo e per l’altrettanto presunta fragilità identitaria, abbiamo risposto con empatia collettiva e compostezza nei mesi cruciali di quella aggressione alle nostre sicurezze, alle nostre abitudini di vita quotidiana. Certo, non sono mancati speculatori e profittatori. Ma anche in confronto con altri Paesi ci siamo svelati più uniti di quanto pensassimo di essere. Ecco un punto da ritenere e su cui costruire un futuro migliore: noi italiani restiamo una delle nazioni più coese e radicate d’Europa, se non del mondo. Può apparire paradossale per il cosiddetto Paese dei campanili. C’è sicuramente del vero in quella vieta metafora. Ma si può essere affezionati al proprio particolare e contemporaneamente sentire di appartenere a una più grande famiglia, quella degli italiani. Non proprio nati ieri. E per quanto alcuni politici, prima di sinistra poi di destra, abbiano immaginato di trasformare la nostra Repubblica in un mosaico di regioni disparate – vedi la sciagurata proposta delle autonomie differenziate – c’è qualcosa nel fondo di questo Paese che resiste e ci accomuna. Almeno finora.
Filippo Ceccarelli: Le soluzioni le hanno gli ultimi, cioè i primi
È proprio nei momenti più bui che bisogna saper riconoscere interstizi di luce e bagliori di salvezza, tanto più preziosi quanto più fitta appare l’oscurità. Vedi il fenomeno biblico delle migrazioni. Ecco, qui aiuta senz’altro una mostra, prima alla Ca’ d’oro di Venezia e poi a Roma, tra aprile e settembre 2024, intitolata Naufragi-Approdi. In pratica: chi nel viaggio perde la vita e chi invece ce l’ha fatta senza pericoli e senza disperdersi nella nostra società sgangherata e inospitale.Di questa esposizione umile e poetica è appena uscito il catalogo, per l’editore Gangemi. Lì rivive, con testi illuminanti, il mare elettronico e cangiante di César Meneghetti, prima rosso e poi plumbeo, su cui scorrono i nomi di quanti vi sono annegati; ai suoi piedi 3.129 barchette di carta, il numero delle vittime nel solo 2023, creazione degli artisti disabili dei Laboratori d’arte della Comunità di Sant’Egidio che in ciascuna hanno impresso un pensiero. Poi La zattera di Géricault rivista nei segni vibranti di Marianna Caprioletti, che nella sua vita non ha mai potuto ascoltare né parlare. Mentre Roberto Mizzon, che si è fatto anni di ospedale psichiatrico, ha dato vita a una mappa nera e oro dedicata ai corridoi umanitari. Sembra incredibile dirlo, ma non inutile saperlo: stai a vedere che le soluzioni, ancora una volta, vengono dagli ultimi, cioè dai primi.
Claudia de Lillo: loro facevano stretching io avevo Stoner in cuffia
La prima volta non si scorda mai e spesso dà la forma a tutte quelle che verranno. La mia prima volta, folgorante e ipnotica, è stata con Sergio Rubini. Già, proprio lui: attore, regista, sceneggiatore ma per me, da allora, soprattutto voce. A quella memorabile prima volta ne sono seguite molte altre, con Francesco De Gregori, Ninni Bruschetta, Luigi Lo Cascio, ma anche con Paola Cortellesi e Licia Maglietta, in una festa ininterrotta e bulimica. Ricordo colore e sapore delle loro parole, i luoghi in cui le ho incontrate, la temperatura del mio innamoramento. Perché la lettura ad alta voce è un super potere. Il giorno in cui ho scoperto gli audiolibri ero stata coinvolta, mio malgrado, nella staffetta di una maratona. «Spacchiamo tutto! Quei 42 km li divoriamo come caramelle».
La mia squadra era in trance agonistica mentre io in preda al panico e al senso di inadeguatezza. «Con un audiolibro ti passa la paura!» aveva suggerito un’amica. «Ne compri uno, lo scarichi sul telefonino, metti le cuffie e corri». Non esistevano ancora piattaforme o abbonamenti. I miei compagni facevano stretching e io sceglievo Stoner di John Edward Williams letto, appunto, da Rubini. E calandomi nella vita minima di un uomo magnifico e struggente, ho preso il volo. Gli audiolibri non sostituiscono la lettura ma le regalano un’altra dimensione. Sono meraviglia e piacere, come il sesso, il cibo e le serie tv. E danno fiducia nel futuro perché un’umanità in ascolto è un’umanità migliore
Antonio Dipollina: un giorno arrivò Netflix e scoppiò la rivoluzione
La televisione ha fatto anche cose buone. Ed è perfino successo in questo primo quarto di secolo. Lo pensano, prima di tutto, quelli della televisione: che bene o male resiste all’invasione dell’oceanica fruizione web, un po’ tentando di cooptarla – e il web se la ride – un po’ chiamando alla resistenza il pubblico tradizionale.
Ma il cambio netto di fruizione possibile, avvenuto grazie alle piattaforme streaming, riempie il famoso bicchiere a metà. Netflix arriva da noi nel 2008, le pay-tv sono già in piena azione e, per chi vuole e se lo può permettere, il concetto di spettatore televisivo cambia di netto. E in modo irreversibile. Ognuno, in questa rivoluzione, prenderà il suo pezzo preferito, rimpiangerà sospirando le emozioni di Lost, o dei draghi che volano, o sarà felice perché ormai anche le partite di calcio del campetto di fronte vanno in tv, figuriamoci la squadra del cuore e le grandi sfide mondiali.
Prime, seconde serate tradizionali: resistono, per carità. Ma se uno vuole innalzare il più potente “chi se ne importa”, ha un mondo parallelo nel quale navigare. La vecchia tv resisterà comunque e a febbraio ci vedremo sempre a Sanremo, nei secoli: ma chi rimpiange e magari si irrita perché la tv una volta era una soltanto e il giorno dopo potevi parlare con chiunque dello stesso programma, ha un’anima non antica, ma decrepita e molto di più.
Enrico Franceschini: global? Sì, grazie (vedi Londra per credere)
Se la globalizzazione ha una capitale, questa è Londra. Dove vivo dal 2003: un tempo sufficiente per studiare il fenomeno e giudicarlo tra gli aspetti positivi del primo quarto del Ventunesimo secolo. In Occidente oggi molti la vedono negativamente: come la causa dell’arretramento dei ceti medio-bassi in Europa e in America, con tutto quel che lo accompagna, la deindustrializzazione, il populismo, Donald Trump. Ma a me sembra una visione troppo eurocentrica.
La globalizzazione ha trasformato l’Oriente e comincia a trasformare Africa e America Latina. Tre miliardi di persone, quasi metà dell’umanità, che prima erano sulla soglia della denutrizione, ora hanno una vita dignitosa. Da cittadino del mondo, mi pare un colossale passo avanti, l’ultimo gradino della decolonizzazione: noi occidentali non potevamo continuare a dominare per sempre il pianeta, a discapito della miseria altrui.
E poi la globalizzazione ha reso più bello anche l’Occidente: la Londra “pre-global”, che ben ricordo, era decisamente più brutta, per tacere di come si mangiava. Diffidate di chi sostiene che si stava meglio quando si stava peggio: forse stava meglio chi lo dice, ma il mondo nel suo complesso era più povero, più affamato, meno sano, meno istruito. La globalizzazione lo ha migliorato.
Daria Galateria: la Scienza è più gaia con la letteratura
E come mai fiorisce, nello sfiduciato terzo millennio, una narrativa che esalta l’eroe positivo, quale sarebbe piaciuto allo staliniano Ždanov? È lo scienziato puro il nuovo personaggio eroe, per cui si usano formule di vero fervore: “A 23 anni, gli è stato dato di guardare oltre la spalla di Dio”, si dice di Werner Heisenberg; al suo principio di indeterminazione (è caos nel mondo subatomico) dedica il romanzo Il principio lo scrittore Jerôme Ferrari: era il 2000 e fu appunto l’inizio.
Nel 2014 Il gatto di Schrödinger, del grande Philippe Forest racconta l’esperimento (virtuale) in cui un gatto è contemporaneamente vivo e morto – ispira, ma quanto ci farà sopravvivere la scienza? La biomedicina, tra matematica, fisica e genetica (benemerito Dna!), promette buona salute. Ecco allora nel 2006 la fascinazione assoluta di ventisei scrittori eminenti (Borges, Eco, Asimov, Carrère...) in altrettanti Racconti matematici e, a caso, nel 2015, Evariste di François-Henri Désérable su Galois, che nella notte del duello in cui muore a 20 anni risolve un secolare problema algebrico; nel 2016 i sei stralunati attori della Storia umana della matematica di Chiara Valerio.
Ormai contemporanei, due capolavori assoluti: Maniac (il calcolatore di John von Neumann) del giovane cileno Benjamín Labatut e Stella Maris, sedici anni (gli ultimi) di lavoro di Cormac McCarthy. Numeri e numi: la scienza può far paura, ma in letteratura è una Eterna ghirlanda brillante (saggio di Douglas Hofstadter), il meglio dell’umanità.
Massimo Giannini: la vecchia Europa una cosa buona l’ha fatta. Si chiama euro
Ma questa Unione, così, a cosa ci serve? Se lo chiede il cittadino d’Europa, non a torto. Tanto più adesso che – come scriveva un profetico Ernst Jünger nel 1953 – “avvertiamo la forza di gravità del Continente, udiamo il clangore delle catene del Caucaso”. C’è la guerra in Ucraina e noi, senza un esercito comune, siamo pulcini bagnati. Ma poi: può questa Ue divisa e disuguale esistere solo grazie ai missili, ai caccia e ai carrarmati? Non dovevamo essere prima di tutto una “comunità di destino”, capace di garantire alle persone la dignità e il lavoro, il welfare universale e un fisco solidale?
Se ci guardiamo alle spalle, la sola cosa buona e giusta che Bruxelles ci ha regalato è stata la moneta unica, entrata in vigore in quel fatidico Primo gennaio 2002. Senza quella, oggi saremmo 27 staterelli allo sbando. Così siamo almeno una grande “area di mercato”. Spendiamo ovunque gli stessi soldi, i tassi sono bassi, i mutui meno cari. Con buona pace dei sovranisti all’acqua pazza, l’intuizione originaria di Maastricht era sacrosanta: per i popoli nulla è più identitario della moneta, dunque uniamo quella e tutto il resto seguirà. Purtroppo ci siamo fermati a metà strada: fatto l’euro, restano da fare gli europei.
Vittorio Lingiardi: il più bel giorno della nostra vita
Ci ha dato qualcosa di buono questo primo quarto di secolo? Qualcosa di buono per tutte e per tutti, intendo. Non singole belle giornate di gioia. Non sono facili da identificare, o forse da ricordare, queste cose buone. Poi (partire da sé è sempre più semplice) ho pensato a due miei giorni felici. Nel primo ero al City Hall di New York; era il 2014, pronto a sposare la persona che amo, cosa che non potevo fare in Italia perché la legge non riconosceva i legami affettivi tra persone dello stesso sesso.
Nel secondo ero al Comune di Milano, la mia città; era il 2016 e ratificavo il matrimonio americano in unione civile italiana. Non è il matrimonio egualitario (e qui ci sarebbe una lunga parentesi da aprire sul permanere delle differenze, in Italia, tra le due forme di unione; e anche sul riconoscimento della coppia, ma non della genitorialità – insomma, le disparità di trattamento son dure a morire), ma, grazie alla Legge n. 76 del 20 maggio 2016 (nota come legge Cirinnà), un grande passo (civile, culturale, psicologico, simbolico) è stato fatto.
Guardando dall’alto il nostro primo quarto di secolo, così ferito da guerre, povertà e catastrofi climatiche, il riconoscimento giuridico delle unioni tra persone dello stesso sesso mi sembra una delle poche luci (oltre a quelle della ricerca medica e scientifica) che si sono accese nella direzione della speranza di un mondo migliore. Nel 2000 nessuno Stato al mondo riconosceva il matrimonio tra persone dello stesso sesso. A partire dal 2001, con l’introduzione del matrimonio egualitario nei Paesi Bassi, il riconoscimento delle coppie dello stesso sesso si è esteso in tutto il mondo.
Oggi i Paesi che riconoscono i matrimoni o qualche forma di unione tra persone dello stesso sesso sono più di cinquanta. Nonostante il dolore in cui è immersa, nei primi 25 anni del nuovo millennio l’umanità ha trovato la forza di spezzare, spinta da sentimenti amorosi, catene crudeli che esistevano da sempre. È un nuovo discorso amoroso, ancora precluso in almeno settanta Paesi e punito con la morte in sette. Guardiamo avanti.
Tomaso Montanari: Habemus un Papa di nome Francesco
«Qui sibi nomen imposuit… Franciscum!». Era l’ora di cena del 13 marzo 2013, e dalla Loggia delle Benedizioni di San Pietro, il cardinale protodiacono annunciava al mondo l’elezione di un nuovo Papa: che si presentava dicendo che i cardinali erano andati a prenderlo «quasi alla fine del mondo»; si inchinava al popolo prima di benedirlo e, soprattutto, si chiamava Francesco. Il potere massimo che prendeva il nome del santo più povero e umile. Un santo sempre apparso sospetto alla gerarchia, che perfino nel suo ordine e negli affreschi sublimi della sua Basilica di Assisi, l’ha travisato e tradito. Quel nome era un annuncio di un cambiamento profondo, e non solo nella Chiesa. Papa Francesco non ha tradito quelle aspettative. Nella Laudato sì ha affrontato in modo unitario e spesso rivoluzionario tutti i temi chiavi della lotta per la giustizia ambientale, e in Fratelli tutti ha scritto che di fronte «allo sviluppo delle armi atomiche, chimiche, biologiche... non possiamo più pensare alla guerra come soluzione... Davanti a tale realtà, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”». Il radicalismo che dovrebbe avere la sinistra che non c’è: un papa che è una delle poche cose buone di un tempo atroce.
Emiliano Morreale: Si alza il vento, entra Miyazaki
Certo Hayao Miyazaki non ha cominciato ieri a far cinema: Heidi o Lupin hanno popolato infanzia e l’adolescenza di più generazioni. Eppure non molti conoscevano il nome del loro autore, e ancor meno quello dello Studio Ghibli da lui fondato. È stato nel 2002 che il pubblico colto ha cominciato a scoprirlo, quando per la prima volta un film d’animazione, La città incantata, ha vinto l’Orso d’oro al festival di Berlino. Poi, in un processo di ritorno dall’alto al basso, i suoi anime hanno conosciuto un successo sempre più trasversale. Miyazaki ci ha regalato altri tre capolavori, Ponyo sulla scogliera, Il castello errante di Howl, Si alza il vento, e si è ritirato: ma l’anno scorso, dopo dieci anni di silenzio, è tornato con il sublime Il ragazzo e l’airone. E mentre riceveva alla carriera l’Oscar e la Palma d’oro, abbiamo imparato a conoscere gli altri autori dello Studio Ghibli come Isao Takahata. I suoi film sono preziosi: una lezione di libertà visionaria in un cinema ostaggio delle fluviali narrazioni televisive. Incantano gli adulti e i bambini, a cui, davanti a letture e visioni sempre più rigidamente didascaliche e corrette, offrono la vera educazione che l’arte può dare: quella alla fantasia e alla bellezza.
Marino Niola: se una pizza vi pare poco non è fatta a regola d’arte
Una buona ragione per amare nonostante tutto questi tormentatissimi primi 25 anni del Ventunesimo secolo ce l’ha offerta l’Unesco il 7 dicembre 2017, quando ha iscritto “l’arte del pizzaiuolo napoletano” fra i patrimoni culturali dell’umanità. Si dirà che una pizza è ben poca cosa di fronte alle urgenze ed emergenze che agitano le acque del presente. Eppure, è un segnale di vita che arriva da un angolo di mondo come Napoli, che è un doppio concentrato di umanità e parla il linguaggio pacifico, universale e inclusivo delle piccole cose, delle abitudini, gesti e piaceri quotidiani che danno sapore all’esistenza.
L’organizzazione culturale dell’Onu ha riconosciuto in questo capolavoro della gastronomia low cost, nato per saziare la fame atavica del popolo, una grande eredità fatta di “gesti, canti, sorrisi, abilità, performance, condivisione”. In altre parole, nella tradizione che sta dietro il cibo più diffuso del pianeta, ci sono una poetica sociale, un’etica della convivenza e una filosofia del piacere democratico. Che non risolvono certo i problemi del mondo. Ma almeno ce li fanno vivere un po’ meglio. Con un pizzico di ottimismo in più. Soprattutto se la pizza è fatta a regola d’arte.
Lidia Ravera: bentornato femminismo, patriarcato addio
2000-2025, un quarto di secolo attraversato dai tristi umori del melodramma: incomincia con una strage, finisce con un genocidio. Difficile obbedire alla legge non scritta della happycrazia e mendicare visioni positive. Ne trovo soltanto una, una piccola buona cosa incominciata il giorno che un vecchio porco, come ce ne sono tanti, è stato costretto a rendere conto delle sue virili imprese sul corpo di un tot di donne appetibili quanto impotenti. Era il 6 ottobre del 2017 e un’inchiesta del New York Times inchiodava Harvey Weinstein, il più potente produttore cinematografico del momento, alla sua inveterata abitudine di approfittare del corpo delle attrici. A denunciare furono alcune dive ma quasi subito, con il #MeToo, si unirono al coro milioni di donne, in Europa, in Italia, ovunque. No, non è stato quello il “bel momento”, è stato un momento di indignazione e di orgoglio, ma anche di incontrollabili livori e vanità. Comunque sia ha causato il risveglio del femminismo di massa. Per la prima volta, dopo il naufragio dell’impegno, alla fine degli anni Settanta del secolo scorso, la discriminazione delle donne in quanto donne è tornata sugli schermi e nelle piazze, nei discorsi e nelle coscienze. Il femminismo, questa volta, ha situato il suo “palazzo d’inverno” nel buio della croncaca nera: femminicidi, molestie, fisici soprusi, minacce e ricatti. Basta violenza di genere. Slogan gridato dalle ragazze il 25 novembre scorso: “Se io non voglio, tu non puoi”. È un buon punto di partenza per chiudere la partita al tavolo del patriarcato. E ridare le carte.
Gabriele Romagnoli: il nuovo inizio di Obama. Peccato fosse già una fine
Una cosa bella di questo primo quarto di secolo accadde il 4 giugno 2009 e fu una grande, splendida illusione. Il neo-eletto presidente americano Barack Hussein Obama tenne un discorso all’Università del Cairo. Già il fatto che quella carica fosse ricoperta da un afroamericano era un fatto straordinario. Con quel nome, poi. E con l’intenzione che l’aveva condotto in Egitto. Il discorso che tenne si intitolava Un nuovo inizio e gli valse un Nobel per la Pace che fu giudicato prematuro, ma legittimato più tardi, a riprova che la Storia, a volte, si adegua ai sentimenti degli uomini, riconoscendone la determinazione. Il secolo, il millennio, si erano aperti con l’abbattimento delle Torri gemelle ad opera di estremisti islamici e Obama apriva la porta ai musulmani e alla maggioranza regolare (definita “moderata”), religiosa né più né meno di altri credenti. Si disse convinto che le persone, tutte quante, anelino alla capacità di dire la propria opinione, confidino nello stato di diritto e nell’equa giustizia, vogliano un governo trasparente che non ruba alla gente e la libertà di vivere come si sceglie. Parole sacrosante. Un nuovo inizio. Non è durato molto, ma è stato bello pensare che potesse farlo.
Michele Serra: abbiamo il mondo in tasca, fortunatissimi noi
La tecnologia. Salverei, del nuovo millennio, quasi solamente la tecnologia, perché lo scenario politico mi sembra molto più slabbrato, fosco, inaffidabile del mondo nel quale sono nato e cresciuto – la seconda metà del secolo scorso. Certo, non è ancora chiaro se la tecnologia sarà salva dai tecnocrati, dalle concentrazioni di potere, dalle manipolazioni di pochi ai danni di molti. Ma in sé, nel suo uso quotidiano, nel suo supporto quasi prodigioso alla nostra fatica, ha cambiato il mondo in meglio. Prendete un migrante, o chiunque viva lontano dai suoi posti e dai suoi affetti. La facoltà di rimanere in contatto, a bassissimo costo, con il luogo di partenza, qualunque sia la distanza frapposta, e gli oceani di mezzo, è una specie di miracolo impensabile non dico per le generazioni passate, ma per noi stessi fino a venti anni fa. Inviare immagini e parole, istantaneamente, in qualunque posto del mondo, e portarle sempre con sé in una tasca. Custodire gli altri in un piccolo oggetto. Che poi se ne possa fare un pessimo uso, di questa incredibile promiscuità mondiale, è anche vero. Ma in sé, è un potere nuovo e magnifico, e fortunato è chi ha potuto salutarne l’avvento.
Guia Soncini: dài, che forse forse sparirà anche il padel
A parte: The Social Network, il film in cui viene cristallizzata una sempiterna verità – da Facebook in giù, gli uomini inventano cose sempre e solo per farsi notare dalle donne; il Nuvaring, l’invenzione farmaceutica che ha liberato le distratte dal doversi ricordare della pillola tutte le sere; Mahmood che vince Sanremo con quel ritornello d’impeccabile marxismo edipico, “Pensavi solo ai soldi”, e fa pure innervosire Salvini; la primavera/estate 2004 di Prada, quella con gli accessori di rafia; Yasmina Reza che uccide noialtre sentimentali facendo dire a un personaggio di Felici i felici che il fattore d’attrazione di Loula Moreno è che «è bella, è divertente, è disperata»; la fortuna sfacciata d’una pandemia che arriva in anni di connessioni veloci casalinghe e consegne a domicilio dei ristoranti, invece di toccarci quando c’erano il telegrafo e le carrozze a cavalli; la sparizione di MySpace e di Second Life e del curling e delle Sardine e di molte cose parse a un certo punto imprescindibili, il che alimenta speranze per una sparizione imminente del padel; a parte tutte queste buone notizie e altre che renderebbero troppo lungo l’elenco, di questo scorcio di secolo possiamo anche parlare male.
Giuseppe Videtti: ma ve le ricordate le star in pigiama?
Noi non avevamo molto da fare, e loro avevano tanto tempo. Noi eravamo terrorizzati dal Covid, loro vivevano nell’incubo di essere dimenticati. C’è stato un incremento della musica in streaming del 51 per cento durante la pandemia. E quanta bellezza! Norah Jones al piano, in pigiama, da casa sua a incantare gli emisferi; Adele, Taylor Swift e Lady Gaga che sfidano il grande silenzio e pubblicano album e film; Matt Berninger dei National si produce nel primo, dolorosissimo album da solista (Serpentine Prison); Hozier canta Bridge Over Troubled Water sul campo del Croke Stadium di Dublino deserto; Sinéad O’Connor intona una potente versione di Run degli Snow Patrol durante una diretta di Comic Relief. I Tiny Desk Concerts, live streaming per artisti indipendenti che da anni si tengono in una stanzetta risicata di Washington DC, nel 2020 sono affollati di big che stanno abbassando la cresta: Billie Eilish, Coldplay, Harry Styles, Lenny Kravitz, John Legend, Dua Lipa, perfino Lang Lang. Memorabili alcune incisioni. Tre per tutte: Elisa e Tommaso Paradiso mettono in musica Andrà tutto bene; Milton Nascimento e Criolo incidono Não existe amor em SP, su San Paolo città fantasma; e i Rolling Stones pubblicano Living in a Ghost Town.
Tutti d’accordo: niente sarà più come prima. Ma finita la grande paura, tutto è come prima, se non peggio (vogliamo parlare della reunion degli Oasis?). U2 e Adele, si rintanano a Las Vegas, confortevole cimitero degli elefanti. Vegas non porta bene, una volta ci andavano solo le stelle cadenti.
Paola Zanuttini: acquolina in bocca, è nato il quinto sapore
Chi ha in antipatia le classificazioni rigide avrà in simpatia l’umami. Perché ha dato una spallata al secolare quadrumvirato dei quattro sapori primari: il dolce, il salato, l’aspro e l’amaro, diventando ufficialmente e universalmente, in questo primo quarto del Ventunesimo secolo, il Quinto Sapore (in Oriente lo era già da tempo).
Per andare sul semplice, noi occidentali potremmo identificarlo con il gusto del dado da brodo, ma il chimico giapponese Kikunae Ikeda già nel 1908 lo individuò nel dashi, una zuppa di alghe e pesce, e battezzò umami quel sapore ineffabile – dovuto principalmente al glutammato, un sale dell’acido glutammico – che potremmo tradurre con buono, gustoso, saporito.
Nel 2000, con la scoperta dei recettori stimolati dal glutammato (che dopo accurate ricerche risulta non più nocivo del sale, visto che il latte materno ne contiene parecchio) il riconoscimento ufficiale si è compiuto. E ora provate a riconoscerlo sulle tavole italiane: pomodori, tonno, sardine, manzo, pollo, maiale, funghi, cipolle, piselli, asparagi, broccoli, rape hanno anche quel sapore, per non parlare degli alimenti stagionati e fermentati, come il prosciutto o il Parmigiano. Altro indizio: l’umami dà l’acquolina.