Il signor M siamo noi: dal 10 gennaio su Sky la serie sull’ascesa del Duce
di Paola ZanuttiniROMA. Abbiamo proposto allo stato maggiore di Fratelli d’Italia di far assistere un gruppo di giovani militanti alla proiezione degli otto episodi di M – Il figlio del secolo, la serie Sky tratta dal primo dei cinque romanzi che Antonio Scurati ha dedicato a Benito Mussolini. Sarebbe seguita intervista di gruppo. Invito declinato. Ma un test sul pubblico dei ragazzi c’è stato comunque lo stesso, al multiplex Adriano di Roma.
Percossa, attonita e pure muta, una platea di studenti delle superiori della capitale e dintorni, radunati dal progetto per le scuole Cinema storia & società, ha guardato i primi due episodi. Statisticamente impossibile che non ci fosse qualche fratellino d’Italia, ma non si è sentito un mormorio di dissenso sul modo in cui sono raccontati il Mussolini rampante e i suoi compagni di efferatezze. E poi, nello scambio di domande e risposte con gli sceneggiatori Stefano Bises e Davide Serino, il regista Joe Wright e il protagonista Luca Marinelli, è filato tutto l…
ROMA. Abbiamo proposto allo stato maggiore di Fratelli d’Italia di far assistere un gruppo di giovani militanti alla proiezione degli otto episodi di M – Il figlio del secolo, la serie Sky tratta dal primo dei cinque romanzi che Antonio Scurati ha dedicato a Benito Mussolini. Sarebbe seguita intervista di gruppo. Invito declinato. Ma un test sul pubblico dei ragazzi c’è stato comunque lo stesso, al multiplex Adriano di Roma.
Percossa, attonita e pure muta, una platea di studenti delle superiori della capitale e dintorni, radunati dal progetto per le scuole Cinema storia & società, ha guardato i primi due episodi. Statisticamente impossibile che non ci fosse qualche fratellino d’Italia, ma non si è sentito un mormorio di dissenso sul modo in cui sono raccontati il Mussolini rampante e i suoi compagni di efferatezze. E poi, nello scambio di domande e risposte con gli sceneggiatori Stefano Bises e Davide Serino, il regista Joe Wright e il protagonista Luca Marinelli, è filato tutto liscio – c’è stato persino un cinefilo in erba che ha accostato la scena in cui la Fiume dannunziana sta per essere bombardata dal regio esercito a un fotogramma della Trilogia della guerra fascista di Roberto Rossellini. Con distacco anglosassone, Wright ha poi commentato: «Fossi stato uno studente neofascista, in sala sarei rimasto zitto e buono. Non era aria».
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No, non era aria. Perché, basata su una documentatissima realtà storica – anche se Mussolini a un certo punto trumpeggia dicendo Make Italy Great Again o fa il gesto del dito medio, non proprio filologicamente corretto – la serie non manipola i fatti, li espone per come sono: non c’era bisogno di aggiungere orrore all’orrore della violentissima presa del potere di M, dalla fondazione dei Fasci di combattimento del 1919 al discorso alla Camera del 3 gennaio 1925, cent’anni fa esatti, in cui si assume la responsabilità del delitto Matteotti e di altre canagliate.
La serie parte come un crudelissimo cabaret berlinese, grottesco e indiavolato, scandito da rumorismi futuristi e dalle musiche battenti di Tom Rowlands (dei Chemical Brothers), che rifugge l’intento didascalico, anzi: il potenziale seduttivo di M è dispiegato alla grande, come la tentazione empatica, utile poi a capire il consenso di massa di un uomo del destino che ammette di tradire tutti: gli italiani, il fascismo, le donne, gli amici e perfino se stesso. Oddio, fisicamente – nonostante i canoni d’epoca e il succitato potenziale seduttivo – il duce non è proprio un figaccione: Marinelli, che al naturale è uno splendido quarantenne morettiano, si è portato addosso per mesi 24 chili e due infelicissime pelate – una sulla fronte assai spaziosa, e un’altra tipo tonsura sulla nuca – con intorno dei ciuffi da cornacchia. E poi, sul set, tamponi nel naso e lenti scure sulle iridi cerulee. Dice che sua moglie non era tanto contenta. Anche la nonna, matriarca di una famiglia partigiana, all’inizio era perplessa, e non per motivi estetici. Ma poi, visto il lavoro, ha dato la sua benedizione.
Joe Wright, 52 anni, è figlio di marionettisti che non gli facevano guardare la televisione, scatenandogli per reazione un amore sconfinato verso i film di Noël Coward – visti di soppiatto sulla tv della vicina – e per le sue canzoni, che canticchiava anche a scuola suscitando il bullying dei compagni. L’amore perdura: infatti, ricordando i vecchi tempi, intona Mad About the Boy. «Questa Coward l’ha scritta per James Cagney: sa, avevano una storia». Quando ha cominciato a fare cinema, per reazione alle Sirenette e ai Principi felici dei genitori, voleva girare film realistici, proletari, ma poi è riemerso l’imprinting fiabesco e si è orientato sul filone storico/in costume – Orgoglio e pregiudizio, Espiazione, Anna Karenina, L’ora più buia – che, dice, gli consente di costruire universi completi, liberi da contingenze del presente.
Per M, Wright ha attinto dal passato l’espressionismo di Otto Dix, «uno dei maggiori testimoni del periodo fra le due guerre», e lo straniamento brechtiano: «Tempo fa ho portato in scena Vita di Galileo e da allora sento l’influenza, soprattutto in termini di teatro e cinema politico, di Brecht. Che ci chiede di avere un pensiero critico e di non essere guidati sempre dalle emozioni. Però anche lui le usa, le emozioni, e genera molta empatia: solo che, una volta arrivati al picco del sentimento, ti sfila il tappeto da sotto i piedi e ti invita a considerare quei tuoi sentimenti e a chiederti cosa stai provando e perché. È quello che abbiamo cercato di fare anche noi: ottenere che gli spettatori arrivino al punto di essere sedotti da Mussolini, che ci si identifichino. E si chiedano subito dopo come è potuto succedere. Questo è molto importante: è così che arriva il senso di distanza critica».
Qualche debito Wright ammette di averlo anche con La caduta degli dei di Visconti: la sequenza della notte dei lunghi coltelli, «una delle più straordinarie nella storia del cinema», ha ispirato nella serie la notte brava della squadraccia che l’indomani rapirà Matteotti.
Il rischio di umanizzarlo
Prima di interpretare Hitler in La caduta, film del 2004 sugli ultimi giorni del Führer, Bruno Ganz qualche problema lo aveva. Ma bastò una seduta di trucco e parrucco per tranquillizzarlo: coi baffi e il toupet era Hitler; senza, era il signor Ganz che tornava a casa tranquillo. A Luca Marinelli, incline peraltro a interpretare personaggi controversi, anche borderline, la convivenza con M è risultata più faticosa. «Lasciando il set c’erano comunque parti della maschera che mi rimanevano addosso: i capelli erano tagliati così, il corpo non era più il mio, c’era la pesantezza di M necessaria a occupare ogni spazio. Tolte lenti a contatto e tamponi dalle narici mi restavano solo gli occhi azzurri, il naso e le mie convinzioni. La caduta non l’ho visto tutto, mi sono fermato perché non volevo farmi condizionare. Ero più interessato alle interviste rilasciate da Ganz, accusato di aver umanizzato Hitler, mentre il gesto fondante che ha fatto è stato raccontare un essere umano. Non è utile dire che un personaggio come Hitler o Mussolini è un mostro, il diavolo, un pazzo, così sembra un alieno che vive in un altro sistema solare. Invece viene da qui, questa è la sua pericolosità».
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Le scene intime, con i familiari, o quelle di sesso, un sesso predatorio, machista, meccanico, sinceramente disturbante, non sono state facili, ma ancora di più non lo sono state quelle con i proclami e i discorsi di Mussolini: «Quelle in parlamento sono state tra le più impressionanti, usare le sue parole è stato davvero orribile». Dalle scene, che avrebbero potuto sprofondare nel grottesco, in cui M parla con il suo monumentale busto di bronzo, donatogli da Margherita Sarfatti, Marinelli è uscito bene affrontandole così: «È come se M parlasse con la sua parte divina, un oracolo, un grande menhir. A un certo punto dice che vorrebbe essere fatto della sua stessa materia. Se rendi la situazione in modo didascalico, suggerisci apertamente che è un invasato. Oppure puoi lasciar intuire che lui è semplicemente un gigantesco Narciso affogato in se stesso. Però non è che lo dichiari. Come attore sospendi il giudizio. Ma io poi, come antifascista, il mio giudizio lo mantengo eccome».
Wright sostiene che difficilmente la serie convincerà un neofascista ad abbandonare il fascismo, ma allo stesso tempo non ha intenzione di predicare ai convertiti, semmai di insinuare qualche dubbio negli aspiranti Mussolini: «M è un archetipo che si riproduce nelle famiglie, nei gruppi sociali, in tutti noi. Beh, il messaggio è: cercate di non esserlo».
Dall’ironia alle minacce
Esattamente come il Frank Underwood di House of Cards, M sfonda la quarta parete, si rivolge al pubblico parlando e sparlando dei personaggi che gli stanno accanto. Ma andando avanti con la storia, che poi è la storia d’Italia, il tono passa dalla commedia alla tragedia e M fa meno lo sbruffone, guardando in macchina. «È il film a dirti come vuol essere fatto», dice il regista. «Nella prima parte c’è più humour, ma mentre si sviluppava, mi sentivo sempre più nauseato dalla storia che stavo raccontando. È diventata una storia meno divertente. È sempre il film a imporre il suo tono, non è una decisione presa a tavolino. Il tono è qualcosa su cui discuto: ci sono registi, come Guy Ritchie, che nei film lo mantengono invariato dall’inizio alla fine. Ma per me è difficile perché la vita e l’umore cambiano, e così anche il tono».
E cambia il tono di Marinelli: «All’inizio M è caratterizzato da una grande ricerca di approvazione, d’amore, vuole essere amato da tutti, incondizionatamente. E io devo stare in quella cosa lì. Poi con la quarta puntata cambia tutto, si scoprono le carte. M si rivolge in camera:“Vedete di fare i bravi”, fa proprio una minaccia diretta al pubblico. E cambia il suo rapporto con l’obiettivo: quando è sicuro di sé gli parla, ma quando succedono cose strane o pericolose o criminali ne è quasi infastidito, lo dimentica, salvo poi asservirlo».
Soltanto lingua italiana
M ha l’accento romagnolo e usa il dialetto con la moglie. Tutti si portano dietro le loro cadenze d’origine, in un affresco portentoso di inflessioni che, all’estero, sarà doppiato o sottotitolato senza scimmiottamenti vernacolari. Per una di quelle trovate balzane che fioriscono durante l’ideazione e la lavorazione dei film, Wright aveva pensato, forse per titillare il pubblico angloamericano, che i discorsi in macchina M li avrebbe pronunciati in inglese, sottotitolati in italiano. «Forse era il mio ego, il rifiuto di fare una cosa specificatamente per l’Italia, il desiderio segreto che girandone alcune parti in inglese varcasse i confini. Ma quando Giorgia Meloni ha vinto le elezioni ho deciso che era più importante rendere tutto comprensibile, nei minimi dettagli, per il pubblico italiano».
Il cast, davvero ottimo, è tutto italiano, ma con le succitate ambizioni universali di Wright è strano che non ci siano attori stranieri per richiamare i vasti pubblici oltreoceanici (la serie si è piazzata bene in Europa mentre, con l’elezione di Trump, i prudenti network americani temporeggiano). Il fatto, spiega il regista, è che non c’erano personaggi internazionali. «Se avessimo fatto un film sviluppato nei tempi successivi, se fossimo entrati negli anni Trenta, Hitler sarebbe toccato a un attore tedesco, mentre il ruolo di Oswald Mosley, fondatore nel 1932 dell’Unione Britannica dei Fascisti, sarebbe stato di un inglese. In ogni caso, volevo l’autenticità degli attori italiani che interpretano personaggi italiani». Nulla si sa ancora, o si vuol far sapere, che ne sarà di Hitler, Mosley, Churchill, Stalin, Roosevelt, Ciano, Claretta, insomma se gli altri corposi tomi della saga scuratiana diventeranno altrettante stagioni di M per Sky. Operazione meritoria, anche in termini di divulgazione della storia patria. Dice Marinelli: «Quando ho letto il libro di Scurati sono stato messo di fronte alla mia personale ignoranza, l’ho riconosciuta. E credo che molte altre persone abbiano avuto questa sensazione. Ecco, mi piacerebbe che questa serie, così come il libro ha fatto con me, stimolasse il pubblico a farsi un pensiero critico, a essere partecipe e attento in questo pericoloso presente, ad aver voglia di saperne di più. Perché situazioni che sembrano da commedia possono condurre a tragedie infinite. Attenzione alla sdrammatizzazione della realtà: ci sono politici che finiscono nelle nostre case con messaggi simpatici e battute divertenti che andrebbero decodificati molto attentamente».
La strategia del caos
Una delle frasi più dense di significato e conseguenze di M è: «Noi abbiamo bisogno del caos». Valida anche di questi tempi, a quanto pare. In linea di principio, Wright sostiene che attori, registi, musicisti non dovrebbero essere interpellati su questioni politiche perché non sono storici, politologi, sociologi. «Ma, per contraddire quello che ho appena detto, rispondo: la strategia del caos è in azione ovunque, adesso. È esattamente quella di Trump, e non solo di Trump. Conosco un sacco di persone che agiscono così. Anche un produttore. Crea un caos assoluto per ottenere il suo scopo: diventare l’uomo forte e dire non ti preoccupare, risolvo tutto io. Ma è stato lui che ha creato il caos».
Sul Venerdì del 3 gennaio 2025