Mandare il Parkinson al tappeto, si può fare
dal nostro inviato Massimo CalandriFirenze. «Destro, sinistro. Un passo indietro, schiva il colpo. Abbassati. Adesso un bel gancio!». I guantoni da boxe, un sacco appeso al soffitto. Franco si muove piano, concentratissimo. Obbedisce agli ordini di Jacopo, il capo degli istruttori. Fino a pochi mesi fa non riusciva ad alzarsi dalla carrozzina. Era come Antonio, che intanto tira pugni da seduto. Marisa invece fa riscaldamento, roteando le spalle. Gli altri provano i colpi davanti allo specchio, o fanno test di coordinazione. È il primo turno del pomeriggio, in palestra sono in sei: il più giovane dei “pugili” ha 52 anni, il più maturo 78.
C’è anche una suora. Sono tutti affetti dal morbo di Parkinson. E qui, il morbo lo curano coi cazzotti.Training Lab di via Ammirato,…
Firenze. «Destro, sinistro. Un passo indietro, schiva il colpo. Abbassati. Adesso un bel gancio!». I guantoni da boxe, un sacco appeso al soffitto. Franco si muove piano, concentratissimo. Obbedisce agli ordini di Jacopo, il capo degli istruttori. Fino a pochi mesi fa non riusciva ad alzarsi dalla carrozzina. Era come Antonio, che intanto tira pugni da seduto. Marisa invece fa riscaldamento, roteando le spalle. Gli altri provano i colpi davanti allo specchio, o fanno test di coordinazione. È il primo turno del pomeriggio, in palestra sono in sei: il più giovane dei “pugili” ha 52 anni, il più maturo 78.
C’è anche una suora. Sono tutti affetti dal morbo di Parkinson. E qui, il morbo lo curano coi cazzotti.Training Lab di via Ammirato, Firenze. È un centro di riabilitazione e ginnastica posturale che ospita anche l’associazione no-profit Un gancio al Parkinson coi suoi 140 “atleti”: divisi per turni, si allenano almeno 2-3 ore la settimana. Grazie alla boxe combattono i sintomi (disturbi dell’equilibrio, andatura impacciata e postura curva, rigidità muscolare, mancanza di appetito, depressione e lentezza nel parlare) di questa che è la seconda malattia neurodegenerativa più diffusa, dopo l’Alzheimer. «Nessun incontro o contatto tra di loro, ci mancherebbe», sorride il professor Maurizio Bertoni, ortopedico e direttore del centro. «Del pugilato bastano i movimenti, o vuoto o con il sacco. L’attività fisica, meglio se dinamica, è già fondamentale: stimola la dopamina, molto carente in questi soggetti, e riduce lo stress ossidativo. La boxe, in particolare, ha gesti – portare in avanti braccio e gamba opposti, ad esempio – che promuovono effetti a livello neuronale. Come e meglio di un farmaco».
Questa è una storia cominciata a Brooklyn, New York. Per un puro caso, perché il professor Bertoni non ha mai indossato i guantoni in vita sua. Gli piacciono gli sport di contatto, questo sì: da ragazzo giocava a rugby e segnava mete col Cus Firenze. Molto tempo dopo, sei anni fa, partecipa a un congresso medico negli Usa. Ha una mattinata libera, il figlio lo convince ad andare a dare un’occhiata a una mitica palestra: la Glason Gym, fondata un secolo prima da un tassista italiano, tempio della fatica e del sudore dove si sono allenati leggende del pugilato come Jake la Motta, Roberto Duran, Mohamed Alì, Mike Tyson. Ci hanno girato diverse scene di Million Dollar Baby, il film di Clint Eastwood vincitore di quattro Oscar. Si aggira curioso, osserva. «Su di un muro, leggo: “Domani, lezioni di boxe per i malati di Parkinson”. Decido di tornare il giorno dopo. E resto a bocca aperta, nell’osservare il lavoro che fanno con alcune persone del quartiere».
Istruttori laureati
Qualche mese dopo, un altro segno del destino: Bertoni a Firenze viene invitato alla presentazione di un match tra due pesi massimi a Palazzo Vecchio. Alla fine della conferenza stampa non resiste e prende il microfono, racconta la sua esperienza newyorkese e si convince: è il momento di fare qualcosa anche qui. Nel 2019 nasce l’associazione: che un passo – e un cazzotto – dopo l’altro ha continuato a crescere, registrando nuovi iscritti. «Altri venti, grazie alla disponibilità del responsabile della struttura, si allenano in una palestra nel nord della città». I “pugili” hanno età compresa tra i 50 e gli 80 anni, le donne rappresentano il 20 per cento. Gli istruttori sono laureati in scienze motorie, Jacopo sul ring ci è nato. Arianna Pintore, ricercatrice, lavora nel centro ed è responsabile degli studi sulle persone che lo frequentano. «Tutti vengono monitorati: prima, durante e dopo gli allenamenti». Mostra un grande schermo interattivo – si accendono luci e simboli: vanno rapidamente toccati o ignorati, a seconda delle indicazioni – che permette di lavorare sui tempi di reazione e coordinazione, sulla percezione dello spazio. È prevista una valutazione biomeccanica sull’equilibrio, la deambulazione. La diagnosi è completata da un colloquio con una psicologa. «A ogni sessione, i miglioramenti sono evidenti». Ad alcuni “pugili”, durante gli esercizi viene anche applicato un caschetto che li stimola da un punto di vista neuronale con la fotobiomodulazione, attraverso luci rosse e infrarosse che agiscono sui tessuti a livello mitocondriale.
Scambi con Harvard
L’associazione fiorentina ha avviato da tempo uno scambio di dati e approfondimenti con l’Università dell’Ohio e la Harvard Medical School di Boston. C’è anche un progetto che prevede di testare dei visori, nell’ipotesi di fare gli stessi esercizi anche a casa. «La boxe non può mettere al tappeto il Parkinson», spiega il professor Bertoni. Non si guarisce. «Ma il processo della malattia rallenta. Migliorano le capacità reattive e motorie. Il benessere psicologico. L’uso dei farmaci si riduce. La qualità della vita cambia».In Italia gli affetti dal morbo sono circa trecentomila, oltre 6 milioni in tutto il mondo. Il numero sembra destinato a raddoppiare entro il 2040. Il disturbo colpisce circa lo 0,5-1 per cento di tutte le persone tra i 65 ai 69 anni, e sale all’1-3 per cento tra quelle di età pari o superiore agli 80 anni. Esiste anche una forma di Parkinson a esordio giovanile, in un’età compresa tra i 21 e i 40 anni circa. Su tre malati, due sono uomini. Ereditarietà, lesioni cerebrali, infezioni, neurotossine endogene, fattori ambientali e professionali come l’esposizione a pesticidi, metalli e prodotti chimici industriali, ma anche una dieta ricca di grassi animali e di vitamina D: la causa della malattia non è ancora chiara, anche se è ormai accettata l’ipotesi di un’origine multifattoriale. Franco anche oggi è venuto al centro accompagnato in auto dalla moglie Rossella. Abitano a mezz’ora dalla palestra. «Mio marito faceva il fabbro», racconta, mentre lo guarda allenarsi. «Ci siamo accorti della malattia che non aveva compiuto 50 anni: gli faceva male un braccio, il neurologo ebbe un’intuizione vedendolo camminare. Gli prescrisse delle pastiglie di dopamina: “Se migliora subito, vuole dire è quella cosa lì”. Appunto. Era quella cosa lì». Racconta che per molto tempo lui ha continuato a guidare la moto e suonare la chitarra, però progressivamente le cose sono peggiorate. Uno dei sintomi più complicati è il freezing: all’improvviso si induriscono i muscoli, la persona non può più fare movimenti. E dondola. «Insieme ai farmaci, Franco faceva un po’ ginnastica in casa. Due anni fa, navigando su internet, abbiamo scoperto che c’era questa associazione».Ed è cambiato tutto, o quasi. «Non è solo migliorato dal punto di vista muscolare: ha ritrovato entusiasmo, motivazione. Non vede l’ora di venire qui, di essere coccolato. Di stare meglio». Antonio, quello sulla carrozzina, spiega di essere stato operato a un ginocchio. È ottimista: «Voglio tornare a muovermi con le mie gambe, come ha fatto Franco». Marisa ha finito il riscaldamento, ora mette i guantoni. Il professor Bertoni la osserva, si commuove: «Suo marito è venuto l’altra sera da noi, in lacrime, non la smetteva di ringraziarci: “Me l’avete ridata, credevo di averla persa per sempre. Solo che adesso tira certi cazzotti…”».
Sul Venerdì del 3 gennaio 2025