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King Toretto: “Non diventerò mai campione del mondo ma tornerò a camminare”

Daniele Scardina (a destra) contro Alessandro Goddi a Milano il 28 giugno del 2019 durante il match per mantenere il titolo Ibf dei pesi supermedi. Emanuele Cremaschi/Getty Images 
Due anni fa la sua carriera da pugile è stata fermata da un aneurisma ma Daniele Scardina non ha gettato la spugna: «Il mio match più duro inizia ora»
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Rozzano (Milano). Un fischio. Di quelli che sembrano provenire dal caos della strada e neanche ci si fa caso. Si avvicina, entra nella testa, acuto e insopportabile. Quel fischio ha diviso una vita a metà. Ha trovato King Toretto, professione pugile: alias mutuato da uno dei personaggi di Fast & Furious. Ha lasciato Daniele Scardina, professione essere umano, con le fragilità di un ragazzo che in un anonimo 28 febbraio di due anni fa ha visto spegnersi le luci della ribalta. Quel fischio era la spia di un aneurisma, la sospensione tra la vita e la morte, l’inizio del match più duro con in palio la sopravvivenza. «Non ricordo bene tutto. La cosa che mi è rimasta impressa è la totale mancanza di forze, l’incapacità di reagire a quella situazione terribile».

A Rozzano, un tiro di schioppo da Milano, dove Daniele vive, è una giornata fredda. Sullo sfondo tanti palazzotti simili, architettura anonima, un vago stile sovietico. Anonima non è la varia umanità che ci vive: le macellerie ha…

Rozzano (Milano). Un fischio. Di quelli che sembrano provenire dal caos della strada e neanche ci si fa caso. Si avvicina, entra nella testa, acuto e insopportabile. Quel fischio ha diviso una vita a metà. Ha trovato King Toretto, professione pugile: alias mutuato da uno dei personaggi di Fast & Furious. Ha lasciato Daniele Scardina, professione essere umano, con le fragilità di un ragazzo che in un anonimo 28 febbraio di due anni fa ha visto spegnersi le luci della ribalta. Quel fischio era la spia di un aneurisma, la sospensione tra la vita e la morte, l’inizio del match più duro con in palio la sopravvivenza. «Non ricordo bene tutto. La cosa che mi è rimasta impressa è la totale mancanza di forze, l’incapacità di reagire a quella situazione terribile».

A Rozzano, un tiro di schioppo da Milano, dove Daniele vive, è una giornata fredda. Sullo sfondo tanti palazzotti simili, architettura anonima, un vago stile sovietico. Anonima non è la varia umanità che ci vive: le macellerie halal, i tanti altri negozi gestiti da chi viene da altrove. Da lontano sono arrivati anche gli Scardina: «Siciliani da parte di padre, invece la famiglia di mia madre è pugliese. Per me le origini sono valori assoluti. Ricordo come un colpo da ko la separazione dei miei genitori e il dolore immenso quando morì mio nonno, lo adoravo».

“Ringrazio Dio”

A casa Scardina il freddo si dissolve in un ricordo, tra i baci della nonna, le coccole della mamma, l’attenzione quasi ossessiva di Giò, il fratello. «Combatto per loro, non voglio deluderli. Del periodo in ospedale la cosa che mi piace ricordare è mia madre che inizia a darmi da mangiare, proprio come faceva quando ero bambino. Il sondino dell’alimentazione me lo ero strappato... Mia madre è incredibile. Una volta si mise a piangere per un mio avversario. Lo avevo battuto, ma la compagna aspettava un bambino e lei ci era rimasta male».

Prima l’obiettivo, come racconta nella sua autobiografia, King Toretto, in uscita il 21 gennaio (DeAgostini), era diventare campione del mondo: «Adesso invece voglio a tutti i costi camminare di nuovo e dare una gioia a chi mi sostiene». Il pensiero per gli altri è sempre stato una priorità: «In carriera ho perso solo una volta (contro Giovanni De Carolis, ndr). Arrivai a quel match debilitato, saune su saune per rientrare nel peso. Ma nella sconfitta ero dispiaciuto non tanto per me, quanto per i miei, per gli amici fraterni Guè e Sfera Ebbasta. E per i tifosi. Una volta combattei senza pubblico a causa del lockdown, uscii dall’Allianz Cloud e un tifoso mi aspettava nel gelo. Se non è affetto questo».

Scardina dopo la sua ultima vittoria, contro Jürgen Doberstein, all’Allianz Cloud di Milano nell’ottobre del 2021 

Da quel maledetto giorno quelle appena passate sono state le seconde feste a casa: «Il Natale in famiglia è stupendo, anche in queste condizioni. Al ritorno dopo l’ospedale, qui sotto si era radunata un sacco di gente che scandiva il mio nome. Per questo dico grazie a Dio». Dio nei suoi pensieri c’è sempre: «Mi dà coraggio. Ce ne vuole di più a mostrarsi nella malattia che a salire sul ring. E non sento commiserazione da parte della gente, piuttosto apprezzamento». La scintilla della fede scoccata in una chiesa evangelica a Miami: «Un predicatore mi ha toccato il cuore. Si chiamava Luis Sepulveda, proprio come il grande scrittore. In quella chiesa mi aveva portato la compagna di mio fratello. Un giorno lei, che aspettava un figlio, stette malissimo. Il caso volle che mi trovassi a passare da casa sua, le salvai la vita. Ora è la mamma dei miei due splendidi nipotini».

Le palestre del cuore di Daniele Scardina

A Rozzano gli inizi non sono stati facili: «Mi piaceva divertirmi, i locali con musica latina in particolare. Soldi pochi, rischi di finire nei guai tanti. Una volta stavo su un motorino rubato, arrivarono i carabinieri e… Va bene ormai è acqua passata (ride)». Ma anche negli Usa, prima tappa New York, non sono state rose e fiori: «Mi sono sempre fatto un gran culo. A Rozzano, oltre a fare la boxe, montavo e smontavo mobili per una società svizzera. A New York facevo la stessa cosa. E intanto giravo per le palestre. Sono stato anche alla Gleason’s Gym, quella dove si allenava Mike Tyson». Solleva il maglione e fa vedere il tatuaggio del mito dei massimi, ce l’ha sul fianco sinistro. «Lui non è un tipo socievole, ma quando ha visto il tatuaggio si è voluto fare una foto con me. Da sballo… Vede, è un Tyson giovane. Quello tornato sul ring a 60 anni non l’ho voluto vedere, nemmeno in televisione».

Dopo New York, Miami, agevolato da Giò che all’epoca viveva lì: «Con mio fratello andavamo a mangiare al Pollo Tropical. Un locale dove, manco a dirlo, si mangiava pollo. Con tanto riso. L’ideale per sfamarsi, non costava un cazzo». Poi l’ascesa in una palestra mitica: «La 5th Street Gym, ci si allenava Muhammad Ali. Qui trovai Dino Spencer, il proprietario, che ha creduto nelle mie possibilità. Sono stato anche al suo matrimonio in Sicilia, ma ora è finita e tra noi non ci sono più rapporti. A Miami insegnavo la boxe ai disabili e contemporaneamente davo lezioni ad Adriana Lima, una delle donne più belle del mondo, un altro mondo».

A proposito di donne belle, la storia con Diletta Leotta ha agitato il gossip: «Match a Milano, prima di salire sul ring ne incrocio lo sguardo. Dopo scopro che mi aveva taggato sui social, le ho scritto e ci siamo iniziati a frequentare. Un colpo di fulmine. In quel periodo gli hater sono aumentati, saranno stati invidiosi. Ora ce ne sono di meno, ma qualcuno mica molla...».

Daniele Scardina (32 anni) con la mamma Mariella 

«Diletta è una ragazza stupenda», interviene mamma Mariella, «stava sempre qui da noi, era una di famiglia. Anche adesso spesso si fa sentire per sapere come sta Daniele». Lui la ascolta quasi in venerazione, poi rivela un aneddoto: «Andai a Ballando con le Stelle perché un pugile deve essere anche personaggio. Ma la vera emozione fu quando, a sorpresa, mi fecero ballare con mia madre». Spettacolo, gossip, alla fine il filo conduttore resta comunque la boxe: «Ricordo l’esordio tra i professionisti, al carcere La Victoria di Santo Domingo. Mi cambio al volo in mezzo ai carcerati tra sguardi perplessi. Inizio a combattere e ho tutti contro, dopo cinque minuti gli stessi gridano il mio nome. Quella gente aveva commesso tanti sbagli, ma in loro ho trovato tanta umanità». E il ring è al centro anche della seconda chance: «A Rozzano aprirà una palestra, la Scardina Team, la gestirò con la mia famiglia. La boxe insegna molto a livello caratteriale e i ragazzi hanno bisogno di prendere esempio dalla gente giusta, anche se in giro ne vedo poca. Penso che il problema non siano loro, ma i genitori».

Lotta e progetti. Tutto sotto l’egida di una sigla di quattro lettere, tatuate sulla mano destra, una per dito. Lette insieme fanno hope, speranza.

Sul Venerdì del 17 gennaio 2025

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