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Eugene Berman, il tesoro ritrovato dell’artista

The Great Pyramids at Sunset (particolare), dipinto di Eugene Berman del 1966 

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Russo, cosmopolita, italiano d’adozione. Pittore, disegnatore, scenografo, collezionista. Un libro e una mostra lo fanno riemergere dall’oblio
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«All’inizio di questa storia ci sono tre disegni a penna, acquistati qua e là: Ulisse e le Sirene, Edipo e la Sfinge, il Cavallo di Troia. Non sapevamo nulla del suo autore, Eugene Berman (San Pietroburgo 1899-Roma 1972), salvo che il suo segno era intelligente e spiritoso, la sua arte incurante delle avanguardie, ma non per questo attardata. Cercavamo, per una mostra a tema, opere di artisti del ‘900 che fossero “classici”: nella forma o nei temi trattati, e queste eleganti e scherzose interpretazioni della mitologia greca sembravano perfette. Le aveva disegnate infatti per un numero di Life in cui si cercava di spiegare, in un articolo riccamente illustrato, la mitologia greca agli americani».

Fuga dalla rivoluzione

Così racconta Monica Cardarelli, che dirige la Galleria del Laocoonte di Roma come una nave rompighiaccio sulla banchisa del Polo Nord, ma che ha anche una vocazione da ricercatrice, capace di scavare negli archivi con la fortuna sfacciata di uno Schliemann a Troia. Così…

«All’inizio di questa storia ci sono tre disegni a penna, acquistati qua e là: Ulisse e le Sirene, Edipo e la Sfinge, il Cavallo di Troia. Non sapevamo nulla del suo autore, Eugene Berman (San Pietroburgo 1899-Roma 1972), salvo che il suo segno era intelligente e spiritoso, la sua arte incurante delle avanguardie, ma non per questo attardata. Cercavamo, per una mostra a tema, opere di artisti del ‘900 che fossero “classici”: nella forma o nei temi trattati, e queste eleganti e scherzose interpretazioni della mitologia greca sembravano perfette. Le aveva disegnate infatti per un numero di Life in cui si cercava di spiegare, in un articolo riccamente illustrato, la mitologia greca agli americani».

Fuga dalla rivoluzione

Così racconta Monica Cardarelli, che dirige la Galleria del Laocoonte di Roma come una nave rompighiaccio sulla banchisa del Polo Nord, ma che ha anche una vocazione da ricercatrice, capace di scavare negli archivi con la fortuna sfacciata di uno Schliemann a Troia. Così, cominciò a studiare la vita di quest’artista che nasce e cresce in una ricchissima famiglia ebraica nella capitale zarista, seguendo una precoce vocazione artistica stimolata dalle architetture “italiane” pietroburghesi e dall’esempio di un suo adorato fratellastro, Anatolj Shaikevitch, molto più grande di lui, che era esteta raffinato, collezionista sontuoso, nonché mecenate e intelligente studioso del balletto. Con la Rivoluzione, dopo un breve soggiorno nelle carceri bolsceviche, Eugene riesce a fuggire, con tutta la famiglia, a Parigi. Nel 1919 si iscrive, con suo fratello Leonid, tutt’altra pasta d’uomo e d’artista, all’Academie Ranson, dove professori sono tutti i pittori del gruppo dei Nabis, postimpressionisti e un po’ simbolisti, tra cui Maurice Denis, Vuillard, Vallotton.

La morte del Caravaggio I, 1970-71 

A metà degli anni venti, si trova con un gruppo di artisti coetanei, tra cui]] trova con un gruppo di artisti coetanei, tra cui Christian Bérard detto Bebé, che diventerà scenografo anche lui, a cercare una maniera diversa di dipingere che non fosse il cubismo allora trionfante di Picasso o il surrealismo che cercava di scandalizzare una borghesia deliziata dai suoi eccessi: alla loro prima mostra nel ’26 vengono battezzati “Neoromantici”. Immaginate i capricci architettonici del Settecento Veneziano a cui la metafisica di De Chirico infonda un senso di mistero, e la pittura di Dalí (ma chi ha copiato chi?) un po’ di angoscia onirica, e avrete un’idea dell’arte di Berman, che seduce anche Gertrude Stein per breve tempo, ma più ancora un giovane e geniale gallerista di New York, Julien Levy, che porta nella sua galleria a Manhattan, prima le opere di Berman in mostra, e poi, per fortuna, Berman stesso, appena in tempo: era l’estate del ’39, poco dopo sarebbe stato un ebreo apolide intrappolato nella Francia occupata.

Eugene Berman 

Da Brecht a Via col vento

Negli Stati Uniti decolla la sua trionfale carriera di scenografo e disegnatore di costumi, iniziata a Parigi litigando con Bertolt Brecht per le scene dell’Opera da tre soldi. Grande amico di Igor Stravinsky, si dedica all’opera e al balletto, e le sue messe in scena per il Metropolitan rimangono memorabili nella storia teatrale moderna. Dagli anni Venti visitò l’Italia quasi ogni anno della sua vita, salvo l’intermezzo della guerra, disegnando architetture rinascimentali, facciate e cupole barocche, ma anche vicoli napoletani con le lenzuola stese al vento, distruggendo i disegni dal vero per rifarli a memoria e “crearli” così di nuovo nella sua mente, per riprodurli poi in paesaggi animati che paiono sognati. Durante la guerra va in Messico a cercare gli echi di un barocco mediterraneo trasformato da un sole ancora più caldo e dall’estro sepolto ma non morto della cultura azteca.

Nel 1950 sposa l’attrice Ona Munson, l’indimenticabile “puttana buona” di Via col vento, ma anche protagonista di appassionate liasons lesbiche con altre celebrità: Garbo, Dietrich, Mercedes de Acosta. Secondo i pettegolezzi il matrimonio era un lavander marriage, un matrimonio color lavanda, per mutuo soccorso contro la società “normale”. Anche solo col cuore però si può fare l’amore, e solo vedendo le decine e decine di fogli disegnati e scritti da Eugene a Ona, non si può dubitare del grande amore di lui, che divenne inconsolabile quando lei si tolse la vita nel ’55 perché si scoperse malata. «Questa è l’unica via che conosco per essere di nuovo libera. Per favore, non seguirmi».

Ritratto di Ona Munson di Leonor Fini, 1939 

Tra la Scala e la Fenice

Berman obbedì all’ultimo biglietto di Ona, e scelse un’altra via. Quella che portava in Italia, l’unico posto dove si sentisse in patria, l’unico posto dove egli potesse sentirsi, se non felice, consolato. Mostre, spettacoli alla Scala e alla Fenice, viaggi in lungo e in largo per lo stivale, tra le rovine di Etruria, Roma e Magna Grecia, ma anche in Egitto e in Libia. E ora, prima che scocchi l’ora della sua morte, nel 1972, arriviamo al punto. Oltre all’originale pittore, allo scenografo di successo, che però cominciava a sentir cambiare la moda e i modi di produzione sempre meno personali e artigianali, c’è un altro Berman. Parliamo del collezionista, che, dai tempi in cui andava a frugare nel mercato delle pulci di Parigi con pochi franchi in tasca, fino ad arrivare agli esclusivi mercanti di New York, alle discrete gallerie di Ginevra, agli antiquari di tutta Italia, comprò, comprò e comprò. Fino ad adunare una collezione di ben tremila pezzi: antichità egizie e precolombiane, marmi e terrecotte greche, sculture romane antiche e poi, soprattutto reperti etruschi e villanoviani, ché così si chiamano, in archeologia, i predecessori degli etruschi.

Furono proprio queste ultime cose a portargli i carabinieri a casa, nei due appartamenti di palazzo Doria Pamphilj a Roma, da lui ristrutturati e arredati, da scenografo, con maniacale cura museale. Sebbene acquistati da mercanti svizzeri, con regolare ricevuta, lo Stato italiano le reclamava come sue, come provenienti da scavi clandestini. Nominato custode giudiziario delle sue antichità etrusche e pre-etrusche, Berman cominciò a pensare che avrebbe potuto lasciare tutta la sua collezione allo Stato italiano «purché fosse esposta tutta, nella sua interezza, in un solo luogo». E così scrisse nel suo ultimo testamento. All’indomani della morte lo Stato chiuse tutto in qualche centinaio di casse che negli anni vennero spostate di qua e di là: nei locali del Ministero al Collegio Romano, a Palazzo Venezia, nei depositi del Museo Pigorini all’Eur, un po’ a Villa Giulia, un po’ a Viterbo. Qualche pezzo è affiorato in qualche mostra: Etruschi non visti (Viterbo 2004), Egizi Etruschi (Montalto di Castro e Roma 2017/18), ma la collezione è comunque ora tenuta quasi tutta in deposito presso la Soprintendenza archeologica dell’Etruria Meridionale nel Forte Sangallo di Civita Castellana, nelle celle dove i papi tenevano i detenuti politici.

È qui che arriva, studiando e studiando, Monica Cardarelli, e lì scopre che nel 1972 lo Stato italiano ha chiuso nelle casse anche le opere di Berman che si trovavano nel suo appartamento al momento della sua morte. Una vita di lavoro: centinaia di quadri e tempere, acquarelli, migliaia di disegni e schizzi per il teatro e centinaia di taccuini di viaggio e di lavoro. Mai inventariati, mai fotografati. Miracolosamente, generosamente, avvicendatisi funzionari illuminati, viene concesso il permesso di studiare e fotografare il fondo Berman, un compito che è durato due anni di lavoro.

A Civita Castellana

Il primo risultato di tutto ciò è un libro, in due volumi (il secondo dedicato ai soli taccuini è in corso di stampa), dove tutte le opere di Berman sono riprodotte a colori, con una biografia, in italiano e in inglese. Eugene Berman. Il tesoro di Civita Castellana (Edizioni del Laocoonte). Il secondo risultato è stato quello di entusiasmare tutta la Soprintendenza archeologica che ha voluto riportare alla luce una parte del “tesoro di Civita Castellana” affiancando alle opere dell’artista una scelta di reperti antichi della collezione, tratti dai depositi per la mostra Passeggiate Immaginarie. Eugene Berman (1899-1972): la Collezione Rivelata e l’Opera Riscoperta che si terrà al Forte Sangallo da gennaio fino a giugno 2025. Il risultato sarà quello di ridare luce alla figura dell’artista collezionista innamorato dell’Italia. Vi sarà anche un bel ritratto inedito di Ona Munson dipinto da Leonor Fini nel 1939.

Voglia Iddio che questo sia il primo passo per rispettare finalmente le ultime volontà inascoltate del povero Berman – l’anima di un collezionista rimane sempre assieme alle sue cose – che non merita di languire in eterno nelle segrete di un castello. Un museo a Civita Castellana, il luogo che la sorte gli ha dato come ultima residenza, sarebbe una perfetta attrattiva per una città poco conosciuta, ma incantevole, con un bellissimo Duomo cosmatesco e la città di Faleria Nuova poco lontano, quasi una piccola Pompei dell’Agro Falisco.

Sul Venerdì del 17 gennaio 2025

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