Da Madonna a David Bowie alla gente comune, le foto di Sharon Smith nella NY anni 80
di Alba SolaroLa giornata lavorativa di Sharon Smith iniziava alle 11 di sera e finiva verso le quattro o le cinque del mattino, tra i divanetti, le pareti appiccicose di sudore e i tavolini zeppi di cocktail e cicche dei club newyorkesi degli anni 80: il vero cuore della scena creativa dell’epoca. Smith era una Camera Girl, come titola ora il volume da poco pubblicato da Idea Books che raccoglie decine delle polaroid inedite che lei scattava ogni notte agli habitué. Una folla splendente di capelli scolpiti, makeup rosa e blu, occhiali da sole geometrici, top leopardati, ventagli piumati, giacche da smoking, minigonne di raso, turbanti e cappelli da gangster, berretti da marinai e cravatte di cuoio, bracciali punk e collane di finti diamanti, che «ballavano, si sbronzavano, si drogavano, flirtavano, a volte si innamoravano sul serio; gli chiedevo di mettersi un attimo in posa, scattavo, e loro per 3 dollari potevano portarsi a casa un souvenir di quella notte».
Erano club kids e celebrità, gomito a…
La giornata lavorativa di Sharon Smith iniziava alle 11 di sera e finiva verso le quattro o le cinque del mattino, tra i divanetti, le pareti appiccicose di sudore e i tavolini zeppi di cocktail e cicche dei club newyorkesi degli anni 80: il vero cuore della scena creativa dell’epoca. Smith era una Camera Girl, come titola ora il volume da poco pubblicato da Idea Books che raccoglie decine delle polaroid inedite che lei scattava ogni notte agli habitué. Una folla splendente di capelli scolpiti, makeup rosa e blu, occhiali da sole geometrici, top leopardati, ventagli piumati, giacche da smoking, minigonne di raso, turbanti e cappelli da gangster, berretti da marinai e cravatte di cuoio, bracciali punk e collane di finti diamanti, che «ballavano, si sbronzavano, si drogavano, flirtavano, a volte si innamoravano sul serio; gli chiedevo di mettersi un attimo in posa, scattavo, e loro per 3 dollari potevano portarsi a casa un souvenir di quella notte».
Erano club kids e celebrità, gomito a gomito. Madonna, Iggy Pop, David Bowie, Debbie Harry, Andy Warhol, Grace Jones, Chuck Berry, Chaka Khan. «Posti come lo Studio 54 erano guidati dal culto delle celebrities ma nei locali dove io andavo era diverso. Gli artisti famosi che ci capitavano volevano solo divertirsi, e li potevi avvicinare senza problemi perché era tutto molto diverso da oggi, non giravano con le guardie del corpo, non venivano assaliti ogni due secondi da fan che vogliono il selfie. Ricordo quando ho incrociato David Bowie. Forse era venuto a vedere qualcuno esibirsi. L’ho avvicinato e gli ho chiesto se potevo fotografarlo. Non ero intimidita, emozionata sì, Bowie per me era un genio! Gli ho fatto il mio miglior sorriso e lui ha girato la testa come per dire, ehi, ti va bene questo profilo?».
Guadagnarsi da vivere
Spuntano in mezzo alle altre anche le istantanee di Prince e Michael Jackson – ma sono i concorrenti di un premio per il miglior sosia. Collegata da casa sua Smith, oggi una bella 73enne dai capelli bianchi e rosa, prova a rievocare la genesi di tutta quell’effervescenza: «Non so come fosse in Italia, ma a New York, beh, erano gli anni di Reagan, un periodo conservatore, repressivo. Non è paragonabile a oggi, ora temo sia peggio, ma la gente era davvero in contatto con la propria creatività, c’era voglia di reagire, e il clubbing fu una reazione. Uscire, fare notte, vestirsi e travestirsi, comunicava un senso elettrico di possibilità».
Smith era arrivata a New York nel ’79, a 27 anni, «come tanti altri giovani che volevano fare gli artisti. Solo che non ero più così giovane. Ero stata una hippie negli anni Sessanta, coinvolta nel movimento Back to the Land, vivevo in una comune, coltivavo il mio cibo. Lasciai tutto per studiare fotografia e una volta a New York mi trovai un piccolo appartamento. Ma dovevo guadagnarmi da vivere...».
Una festa per gli occhi
L’avventura iniziò così, come racconta anche nelle pagine finali del libro in un dialogo con Bill Shapiro, l’ultimo grande direttore di Life che l’ha aiutata nel progetto. «Vidi un piccolo annuncio sul Village Voice: al Copacabana club cercavano fotografi per i prom party, i balli di fine anno scolastico, e mi presentai. Scattavo foto di adolescenti vestiti a festa per la notte della loro vita, con una fotocamera Graflex grande e ingombrante, poi correvo di sotto dove il capo sviluppava la pellicola e faceva le stampe, e le portavo su per venderle che ancora puzzavano di orribili sostanze chimiche. Credo sia anche per questo che appena ho potuto sono passata alla Polaroid».
Tutti i ritratti di Camera Girl sono stati fatti con una Polaroid SX-70, compagna fedelissima del lavoro che Smith si è inventata dopo aver finito la stagione al Copacabana. «Avevo sentito che al Ritz club, una grande discoteca nell’East Village, cercavano una cigarette girl e mi ero presentata, ma il posto era già stato preso. “Potrei essere invece una camera girl?”. L’idea gli era piaciuta. Così ho iniziato, e non avevo davvero idea della scena in cui ero finita, notte dopo notte mi sono resa conto, pensavo, oh mio Dio, è fantastico. E nessuno in giro faceva quello che facevo io».
Nel mondo prima di internet e dei cellulari, era normale vedere fotografi che scattavano e vendevano ritratti alla gente in crociera o a determinati eventi, ma nei club la gente pensava più a divertirsi che a fotografarsi. «Le stanze erano piene di fumo, schermi, musica ad alto volume, e tutti erano vestiti in maniera esagerata. Per fare colpo. È stata una festa per gli occhi. Oggi sarebbe impossibile scattare foto come quelle perché anche se i club sono pieni, non c’è lo stesso senso dello stile, del dressing up. E sa cos’altro oggi non c’è più? Le sigarette. Mi sono resa conto che le mie foto sono piene di gente che fumava dentro il locale. Ecco un altro segno dei tempi».
Come in un noir
Anche lei si vestiva per l’occasione, si era creata un vero e proprio personaggio: Rose, la ragazza delle fotografie, vestita come in un noir degli anni 40. «Indossavo un vestito nero attillato senza spalline, guanti di pizzo nero senza dita, tacchi alti e una piccola disco bag a tracolla in cui tenevo le pellicole e le foto. Volevo farmi notare, ma senza mettermi in competizione con il pubblico. E quando avvicinavo qualcuno gli chiedevo se potevo fare due scatti, uno per loro e uno da tenere per me. È per questo che mi sono ritrovata con questo grande archivio di ritratti».
Oltre al Ritz – su quel palco è passata tutta la scena punk e new wave, negli anni è diventato famoso anche per la serie di Mtv Live at the Ritz – Smith aveva allargato il suo giro a molti dei club per lei più interessanti per fauna, atmosfera e musica (su Spotify c’è anche una playlist anni 80 che ha creato per il libro). «Savoy, Red Parrot, Merlyn’s, 4AD, Area, Palladium, Mars, New York New York… Al Roseland Ballroom, uno dei miei preferiti, ho fotografato Madonna, che non era ancora esplosa. Da qualche parte devo avere anche uno scatto di Mick Jagger; adoravo fotografare Debbie Harry, e Grace Jones! La prima volta fu alle tre del mattino al Ritz. Grace era una dea, un’amazzone. Le ho mostrato la macchina, lei allora si è infilata gli occhiali scuri e si è messa in posa. Credo che fossero tutti così disponibili perché mi percepivano come una dilettante. Mi è successo anche quando tempo dopo sono andata a Cuba per una rivista, le autorità mi lasciarono molto libera perché avevo solo la Polaroid, non gli sembrava una cosa seria».
Ma il suo scatto preferito non ha un volto celebre, «è una ragazza vestita di blu, su un divanetto del Ritz, bellissima, remota, come se fosse connessa con un suo spazio interiore».
«Al Red Parrot», ricorda ancora, «mi succedeva che a volte alle 2 di notte avevo già fatto così tante foto che restavo senza pellicola e allora dovevo andare a cercare i posti aperti a quell’ora. A volte invece a mezzanotte andavo a vedere un film a Times Square per fare tardi e arrivare al club quando tutti erano su di giri. Conoscevo tutti i film di Schwarzenegger e gli horror della Troma come Toxic Avenger!». Dalle sue polaroid riemerge così tutta l’energia e l’esorbitanza di un’epoca, ma aleggia anche la fine. «Girava già un sacco di droga e c’era anche violenza, ma quello che cambiò tutto fu l’Aids. Ho smesso di fotografare nei club intorno al 1988 perché la situazione era molto cambiata. E poi perché stavo invecchiando. E la notte avevo bisogno di dormire».