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Eleonora Duse: Sonia Bergamasco spiega perché era la più brava

EEleonora Duse (1858-1924) nel 1894 (Giorgio Lotti / Mondadori portfolio) 

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Di lei restano tante fotografie e un solo film, muto. Ma allora come mai è ancora venerata come The Greatest? L’attrice per capirlo è diventata regista. E le ha dedicato un docufilm e uno spettacolo teatrale
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Era l’irrequietezza, un tormento tutto suo, a tenerla viva sulla scena, a trasformare la voce roca in uno scarto dell’anima, un gesto incongruo in uno fatale, e a creare quell’incanto ipnotico che raccontano i suoi spettatori. Isadora Duncan che la ammirava. Il grande maestro russo della recitazione, Kostantin Stanislavskij, che si ispirava a lei. George Bernard Shaw che la paragonava a una pantera. Lee Strasberg che ne farà la figura simbolo di un nuovo modo di recitare nel leggendario Actors’ Studio. Luchino Visconti, che la vide da bambino, e restò sgomento per “la verità sconcertante, unica”, e Pirandello che vedeva in lei un eccesso, qualcosa di debordante rispetto a quello a cui si era abituati.

Di Eleonora Duse, la più grande attrice italiana di teatro, adorata in tutto il mondo, a cavallo tra Ottocento e Novecento del secolo scorso, ci restano una marea di foto, qualche costume di scena, le lettere, un film, Cenere del 1916, muto, e che lei non amava. E poi il suo mito. Raccon…

Era l’irrequietezza, un tormento tutto suo, a tenerla viva sulla scena, a trasformare la voce roca in uno scarto dell’anima, un gesto incongruo in uno fatale, e a creare quell’incanto ipnotico che raccontano i suoi spettatori. Isadora Duncan che la ammirava. Il grande maestro russo della recitazione, Kostantin Stanislavskij, che si ispirava a lei. George Bernard Shaw che la paragonava a una pantera. Lee Strasberg che ne farà la figura simbolo di un nuovo modo di recitare nel leggendario Actors’ Studio. Luchino Visconti, che la vide da bambino, e restò sgomento per “la verità sconcertante, unica”, e Pirandello che vedeva in lei un eccesso, qualcosa di debordante rispetto a quello a cui si era abituati.

Di Eleonora Duse, la più grande attrice italiana di teatro, adorata in tutto il mondo, a cavallo tra Ottocento e Novecento del secolo scorso, ci restano una marea di foto, qualche costume di scena, le lettere, un film, Cenere del 1916, muto, e che lei non amava. E poi il suo mito. Raccontato dalle recensioni, dai “ritratti”, dalle memorie di chi la vide all’opera in un arco di tempo di oltre mezzo secolo. A partire dal 1862, quando coi genitori, teatranti, iniziò a calcare le scene a soli quattro anni. La Duse nei panni di Nora in Casa di bambola di Ibsen, la Duse-Teresa Raquin di Émile Zola, la Duse-Margherita Gautier di Dumas, la Duse-Anna della Città morta di D’Annunzio... sono un riferimento vivo che non ha confronti, anche nelle nuove generazioni.

La scoperta di un mito

Il ricordo si è riacceso con il centenario della morte, celebrato lo scorso anno, tra nuove biografie e saggi (da Storia e immagini di una rivoluzione teatrale di Mirella Schino, Carocci editore, a L’Ottocento delle attrici di Laura Mariani, Viella), mostre, come quella dei suoi cimeli alla Fondazione Cini che nell’Istituto per il Teatro e il Melodramma conserva l’archivio più grande dell’attrice, o il premio della Fondazione vigevanese a lei dedicato.

E ora, con l’uscita di due film, la conferma che “l’effetto-Duse” produce ancora emozioni: se il Duse di Pietro Marcello con Valeria Bruni Tedeschi, atteso nei prossimi mesi, si preannuncia come un ritratto biografico, rivolto invece al sogno più che alla donna, è Duse, The Greatest, prima regia cinematografica di Sonia Bergamasco, anche lei grande attrice, dusiana appassionata «da quando ogni mattina ammiravo la sua foto sulle scale della scuola del Piccolo Teatro e mi “nutriva” con il suo sguardo», confessa. Il suo docufilm, che dopo un’anteprima domani al Sudfestival di Monopoli girerà una trentina di sale a febbraio (il 3 a Roma, il 7 a Milano, il 10 a Torino, l’11 a Firenze), è interessante perché si fa la domanda che ci facciamo tutti: come può un’attrice nata nel 1858 a Vigevano, in un albergo dove la famiglia era in tournée, continuare a essere “la più grande”, a ispirare le nuove generazioni di interpreti che non possono averla né vista, né ammirata?

In The Greatest ne parlano, intervistati, artisti come Helen Mirren, Fabrizio Gifuni, Ellen Burstyn, la stessa Bruni Tedeschi, Elena Bucci, Federica Fracassi, Caterina Sanvi, Giuditta Vasile, studiosi come Mirella Schino, Ferruccio Marotti, Annamaria Andreoli. «È stato come fare un’indagine su come può la Duse contaminare ancora il nostro sguardo» spiega Bergamasco «e sul perché la sua immagine ci colpisce in maniera così profonda».

Già, perché? Eleonora Duse non era bella: poco appariscente, il volto un po’ scavato, la voce nasale, talvolta, produceva raschiature ma in scena “fluttuava”, e il corpo, mosso da tensioni sapientemente orchestrate, irradiava una naturalezza che sembrava l’opposto del trucco, dell’artificio, così raccontano i testimoni. «Il fatto è che la Duse ha cambiato il mestiere dell’attore in modo modernissimo. Aveva intuito che, se vuoi comunicare emozioni vive dalla scena, devi trovare posture, gesti, movimenti oculati, studiati. Lavorare sul tuo corpo per costruire una presenza scenica diversa. E la Duse lo ha fatto con un lavoro di pulizia dalle convenzioni, dalle pose statuarie, dalle declamazioni della tradizione, cercando quella sapienza del cuore di cui parla Artaud a proposito degli attori. E io ci credo molto, è qualcosa che mi riguarda, su cui ho anche scritto due anni fa un libro, Un corpo per tutti».

Un esempio? La Duse recita Margherita Gauthier, e a sorpresa decide di baciare Armando sulla bocca, contro tutte le convenzioni teatrali, ma anche sociali, del suo tempo. Consapevole, però, di suscitare nel pubblico il brivido che attraversa in quel momento l’animo della signora delle camelie. «È come se d’un balzo avesse portato la nostra professione nel Novecento, in una consapevolezza più viva e più potente. Duse ha fatto la rivoluzione».

L’esercizo del potere

Ma non fu facile. Specie fuori dalla magia del palcoscenico. The Greatest traccia un ritratto multiplo della vita della Duse. «Era una donna di estrema vitalità, ci sono foto in cui ha un sorriso meraviglioso», sottolinea la Bergamasco ma, come per un crudele equilibrio con il folgorante successo, è stata anche una donna sola, esigente,talvolta ossessiva. Non rilasciava interviste, “ricercate di me la sola manifestazione che vi appartiene, quella dell’arte. Il resto non appartiene a nessuno”, ha scritto. Non aveva una casa, cambiava continuamente luoghi; l’unica figlia, Enrichetta, l’ha cresciuta da sola. In anni che neppure immaginavano l’eventualità del femminismo, è stata una «femminista non allineata», dice ancora Bergamasco, «riconosceva la centralità del lavoro e ha compiuto un cammino significativo per chiunque oggi faccia l’attrice, con protagonismo e esercizio del potere».

A 27 anni lascia il marito, anche lui attore; a 29 anni è capocomica, mal sopportando i meccanismi feroci dei rapporti con la critica, con il pubblico, con la macchina teatrale. Cerca collaborazioni anomale per l’epoca, con Ibsen, con il regista Gordon Craig...

Paradigma dell’antidiva

Con libertà e autonomia vive le storie d’amore, le più celebri con Arrigo Boito e Gabriele D’Annunzio: con il Vate, credette di poter fare un nuovo teatro di poesia ma, iniziata nel 1894, nel 1904 la travagliata relazione era già finta. Con uguale libertà, si regalò la scelta di ritirarsi dalle scene: nel 1909, e per dodici anni, si dedicò ai libri e alla costruzione di una “Casa per le attrici” a Roma, che chiuse i battenti solo per la Grande Guerra. La Duse scrisse: “Con la guerra nessuno più si appartiene”.

E senza spiegazioni tornò in scena: con La donna del mare di Ibsen nel 1921 in una serata-leggenda secondo la testimonianza di Silvio D’Amico. “Ci sono tre cose che desidero appassionatamente” aveva scritto “lavorare vivere morire”. Così si dedicò a forsennate tournée internazionali e nell’aprile del 1924, in scena a Pittsburgh, in Usa, si ammalò di polmonite. Muore a 65 anni. In un albergo, come quando era nata. E segno di quanto fosse adorata nel mondo (e recitava in italiano, e non c’erano i sottotitoli), il feretro fu seguito da folle di persone, prima del trasferimento ad Asolo, dove è seppellita tra le colline che amava, non lontano da Chioggia, da cui provenivano i genitori, mai troppo considerati.

Non sapremo mai quale sia la verità di questa donna, “meravigliosa” per sempre. «Una diva? No, la Duse è il paradigma dell’antidiva», dice ancora Bergamasco che, tra gli altri impegni (il film Il nibbio di Alessandro Tonda a marzo, a maggio l’Elettra di Sofocle al Teatro Antico di Siracusa con la regia di Roberto Andò), porterà la Duse anche a teatro, con il recital La Duse e noi, scritto con Marianna Zannoni, dal 7 febbraio, al Gerolamo di Milano. «Sarah Bernhardt, per fare il paragone con un’altra grande attrice di quegli anni, era lei sì una diva: faceva delle sue imprese letteratura, leggenda, lei ancora in vita. Eleonora Duse, invece, si impegnò nel coraggio di difendere la propria diversità, e fu questo a renderla irraggiungibile». E, dunque, indimenticabile.

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