Francesca Bria, consigliera di von der Leyen: caro Musk,sul digitale l’Europa farà da sé
di Riccardo StaglianòFrancesca Bria è orgogliosamente europea. Dopo la laurea in economia alla Sapienza di Roma e il dottorato all’Imperial College di Londra, è diventata assessora, anzi chief technology officer, della sindaca di Barcellona Ada Colau. Quindi presidente del fondo innovazione di Cassa depositi e prestiti e membro del cda Rai. Oggi vive a Berlino – da dove dà consigli a Von der Leyen sulla transizione verde – perché la Fondazione Mercator l’ha incaricata di occuparsi del futuro digitale del Vecchio Continente. È in questa qualità che ha sviluppato Eurostack – dove stack sta per la pila di tecnologie, dai chip all’Ia, che all’80 per cento importiamo dall’estero – ambizioso progetto con molti sponsor (tra cui Commissione e Parlamento europei, vedi euro-stack.info) presentato ieri per affermare una nostra sovranità digitale.
Francesca Bria è orgogliosamente europea. Dopo la laurea in economia alla Sapienza di Roma e il dottorato all’Imperial College di Londra, è diventata assessora, anzi chief technology officer, della sindaca di Barcellona Ada Colau. Quindi presidente del fondo innovazione di Cassa depositi e prestiti e membro del cda Rai. Oggi vive a Berlino – da dove dà consigli a Von der Leyen sulla transizione verde – perché la Fondazione Mercator l’ha incaricata di occuparsi del futuro digitale del Vecchio Continente. È in questa qualità che ha sviluppato Eurostack – dove stack sta per la pila di tecnologie, dai chip all’Ia, che all’80 per cento importiamo dall’estero – ambizioso progetto con molti sponsor (tra cui Commissione e Parlamento europei, vedi euro-stack.info) presentato ieri per affermare una nostra sovranità digitale.
Iniziamo dalle terre rare, controllate al 90 per cento dalla Cina: dove le andiamo a prendere?
«L’Europa deve diversificare le sue forniture attraverso accordi strategici con Paesi come l’Australia, il Cile e il Canada, e investire in innovazioni per il riciclo dei materiali, come dimostrano aziende europee leader nel settore. Oltre a puntare su alternative come i biomateriali».
E i microchip? Oggi ne produciamo il 10 per cento ma ne consumiamo il doppio…
«L’Eu Chips Act punta a raddoppiare la produzione entro il 2030, mobilitando 43 miliardi di euro e creando 250 mila posti di lavoro qualificati. Il governo tedesco ha stanziato dieci miliardi di euro per un progetto Intel a Magdeburgo, ritardato di almeno due anni, che dimostra come non possiamo affidarci solo a aziende extraeuropee. L’Europa deve valorizzare i suoi campioni: Asml nei Paesi Bassi, STMicroelectronics tra Italia e Francia, Infineon in Germania. Parliamo di un mercato che vale già oltre 573 miliardi di dollari».
Quantum computing? Perché è così importante e come siamo messi?
«Il quantum computing è fondamentale per settori strategici come crittografia, ottimizzazione industriale e scoperta di farmaci. L’Europa vanta iniziative come il Quantum Flagship e progetti pionieristici come Jupiter in Germania o e-Brain, che sfrutta il quantum per simulazioni nelle neuroscienze. Per non dire del Cern. Ma restiamo in ritardo rispetto a Stati Uniti e Cina nella commercializzazione. Il problema? Frammentazione e una scarsa integrazione tra ricerca e industria».
Infine l’IA. Il paradosso è che i più quotati esperti al mondo sono europei, ma le loro scoperte sono state valorizzate in America. Perché?
«Da DeepMind, fondata a Londra e oggi pilastro della strategia IA di Alphabet. Alla britannica Arm, semiconduttori, prima acquistata dai giapponesi e che poi stava per passare all’americana Nvidia. O Stability AI, basata su tecnologia tedesca, che ha trovato negli Stati Uniti accesso a capitali. Sono tutti sintomi di un problema strutturale. Sull’Ia gli americani investono 500 miliardi di dollari nel progetto Stargate. La Cina 91 miliardi di dollari. L’Europa fatica a trattenere ciò che crea».
Niente da salvare?
«Certo. I supercomputer EuroHPC, Leonardo in Italia, il Barcelona Supercomputing Center o Lumi in Finlandia, sono tra i più potenti al mondo. Ma senza un AI cloud europeo e avanzati chip prodotti in casa restiamo dipendenti dall’estero. E non dimentichiamo l’impatto ambientale: i data center consumano tra il 2 e il 4 per cento dell’elettricità globale. Dobbiamo guidare il passaggio verso infrastrutture alimentate da rinnovabili e modelli di Ia più efficienti. Nella direzione della francese Mistral AI, la tedesca Aleph Alpha e l’italiana iGenius. Ma senza un piano strategico per trattenere i talenti, rischiamo di diventare una colonia digitale».
EuroStack prevede un fondo di investimenti da 100 miliardi di euro. Non potrebbe essere usato per far rientrare i cervelli? E per cos’altro?
«L’obiettivo del Fondo Europeo per la Sovranità Tecnologica sarebbe costruire un’infrastruttura digitale indipendente e sovrana: dai semiconduttori ai satelliti. Oggi il 70 per cento delle infrastrutture cloud e dei modelli di Ia è controllato da aziende americane, mentre il 30 per cento delle startup europee trasferisce la sede all’estero per mancanza di capitali di rischio. Serve una combinazione di investimenti pubblici e privati. E una clausola Europa First negli appalti pubblici potrebbe creare una forte domanda interna per soluzioni tecnologiche made in Europe».
Il progetto prevede anche una “politica industriale digitale coordinata”. L’Italia non ha una politica industriale da 40 anni. Perché dovrebbe adottarne una europea?
«L’Italia ha bisogno dell’Europa per proteggere le sue eccellenze: manifattura avanzata, robotica, design e intelligenza artificiale. Prendiamo l’automotive: semiconduttori e Ia sono il cuore dei veicoli elettrici e autonomi. Con una strategia industriale europea, possiamo sviluppare e produrre queste tecnologie in casa, creando infrastrutture e centinaia di migliaia di posti di lavoro. Non si tratta di protezionismo, ma di costruire un’Europa capace di affrontare le sfide di un mondo post-globalizzazione».
Principi come trasparenza e cittadino-centricità sono opposti a Big Tech. Perché dovrebbero funzionare?
«Dobbiamo puntare su infrastrutture pubbliche, modelli open source e tecnologie che restituiscano il controllo ai cittadini. È una sfida ambiziosa, ma necessaria. Immaginiamo una piattaforma sanitaria digitale europea, dove i cittadini controllano i propri dati e accedono a cure personalizzate ovunque. Un’alternativa europea ai social media, decentralizzata come il nuovo social BlueSky che ha attratto 25 milioni di utenti che scappavano da X di Musk. Un cloud europeo che dia alle Pmi risorse per competere globalmente, senza dipendere dai giganti Usa. L’EuroStack non rappresenta solo una proposta tecnologica, ma un progetto politico, tanto necessario quanto lo furono l’introduzione della moneta unica o la creazione del mercato comune».
Di recente le ingerenze muskiane si sono sentite particolarmente forti da noi. Lei ha scritto: “Perché preferire Starlink invece di investire in soluzioni sovrane come Iris²?”. La risposta sta forse nel fatto che Iris² “prevede il dispiegamento di 290 satelliti entro il 2030”: e nel frattempo? Lasciamo un pezzo di Paese col doppino di rame?
«Iris² è fondamentale per garantire la sovranità tecnologica europea e una connettività sicura e resiliente. Affidarsi a un sistema privato, soggetto a leggi e interessi geopolitici stranieri, significa accettare una pericolosa dipendenza tecnologica e rendere vulnerabili le nostre comunicazioni critiche. Francia e Italia sono giganti dello Spazio. Dal programma Ariane alle nostre Asi, Leonardo e Thales Alenia Space. Programmi come Galileo e Copernicus dimostrano che possiamo sviluppare tecnologie avanzate e sicure. Lasceremmo davvero l’Italia al doppino di rame? No. La soluzione non è piegarsi a Starlink, ma accelerare lo sviluppo delle reti europee esistenti e di progetti che rispettino la nostra sovranità. La tecnologia è potere, e l’Europa deve usarlo per proteggere i cittadini e la democrazia, non cederlo agli interessi esterni».