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Picasso, Warhol e gli altri: i look degli artisti sono il vero capolavoro

Pablo Picasso nel 1969 (Popperfoto via Getty Images) 

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Un libro racconta stile e abbigliamento di pittori e performer. Indimenticabili quasi quanto le opere
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Enigmatica, maga, sciamana, inquietante. Nella Parigi di inizio Novecento, l’arte di Leonor Fini non sempre veniva capita. Del resto la sua era pura avanguardia: surrealista, pittrice, costumista, artista a tutto tondo, era una grande amante dei travestimenti, usando la sua stessa immagine e il vestire, come parte dell’espressione artistica. E riuscì a imporsi in un panorama dominato da uomini.

Leonor Fini (che sarà in mostra a Palazzo Reale, Milano, dal 26 febbraio) ha anticipato i tempi. Non si contano gli artisti che hanno riversato negli abiti, nel look, la loro personale identità creativa. Lo sa bene lo scrittore, critico di moda e curatore Charlie Porter, autore di Cosa indossano gli artisti (edito in Italia da Castelvecchi): un interessante viaggio attraverso i guardaroba iconici di pittori, scultori o fotografi, raccontando come gli abiti non siano solo capi da indossare, ma strumenti di espressione, tele da dipingere, attraverso cui pittori, scultori o fotografi rivelano la l…

Enigmatica, maga, sciamana, inquietante. Nella Parigi di inizio Novecento, l’arte di Leonor Fini non sempre veniva capita. Del resto la sua era pura avanguardia: surrealista, pittrice, costumista, artista a tutto tondo, era una grande amante dei travestimenti, usando la sua stessa immagine e il vestire, come parte dell’espressione artistica. E riuscì a imporsi in un panorama dominato da uomini.

Leonor Fini (che sarà in mostra a Palazzo Reale, Milano, dal 26 febbraio) ha anticipato i tempi. Non si contano gli artisti che hanno riversato negli abiti, nel look, la loro personale identità creativa. Lo sa bene lo scrittore, critico di moda e curatore Charlie Porter, autore di Cosa indossano gli artisti (edito in Italia da Castelvecchi): un interessante viaggio attraverso i guardaroba iconici di pittori, scultori o fotografi, raccontando come gli abiti non siano solo capi da indossare, ma strumenti di espressione, tele da dipingere, attraverso cui pittori, scultori o fotografi rivelano la loro visione.

Leonor Fini (1907 - 1996) a un ballo mascherato. Foto Archivio Cameraphoto Epoche/Getty Images 

Tutto è cominciato nel 2015, come ci racconta l’autore stesso, «la Tate di Londra ospitava due mostre contemporaneamente, Agnes Martin alla Tate Modern e Barbara Hepworth alla Tate Britain. Sono rimasto particolarmente colpito da un’immagine di Martin, con la giacca trapuntata e i pantaloni da lavoro: sembravano pezzi del designer londinese Craig Green. Nel frattempo, allo show di Hepworth, la designer Margaret Howell aveva ideato una capsule collection per il negozio della Tate. Mi hanno affascinato queste connessioni tra moda e creatività».

Celebre la maglia a righe di Picasso: era l’indumento preferito dal grande pittore, che la indossava spesso con le comode espadrillas. Dai vestiti sartoriali immacolati di Yves Klein, a quelli caleidoscopici di Yayoi Kusama, dai jeans di Andy Warhol allo stile casual di Charlie Prodger, gli abiti costosi di Louise Bourgeois, o il trasformismo della camaleontica Cindy Sherman, che ha fatto storia ritraendosi nei panni di svariati personaggi, Porter spiega come il guardaroba di questi creativi non racconti solo una tendenza, ma esprima anche il pensiero e la filosofia dell’artista: «I vestiti sono molto importanti, hanno un ruolo decisivo nel dare indizi sulla personalità di un soggetto. Diventano una tela per comunicare, per trasmettere un messaggio. Sempre più spesso l’abbigliamento è diventato parte integrante della creazione artistica stessa. Osservando gli artisti, le loro pratiche e il loro rapporto con l’abbigliamento, si capisce più a fondo l’arte stessa».

Una divisa per creare

Alcuni personaggi usano gli abiti come un’uniforme, per liberare meglio la mente e concentrarsi sull’arte, ma anche per rendersi immediatamente riconoscibili. Vedi il tedesco Joseph Beuys: che negli ultimi vent’anni della sua vita ha indossato sempre la stessa cosa: una giacca da pescatore, un cappello di feltro, una camicia bianca con un paio di jeans. Oppure pensiamo al duo Gilbert & George, che con i loro completi pesanti in tweed, sempre abbinati, incarnano un forte contrasto con il loro lavoro, che invece è vivace e colorato.

Il duo di artisti britannici Gilbert & George (Per gentile concessione del White Cube) 

Tutt’altra storia se guardiamo David Hockney. Altro che uniforme: venendo da una famiglia di attivisti, anche da giovane, negli anni 60, indossava vestiti provocatori e dai colori vivaci, con un look considerato persino frivolo. «Hockney per tutta la vita ha utilizzato l’abbigliamento come espressione della sua individualità», dice l’autore. «Iniziò a frequentare l’Art College di Londra nel 1959, proprio quando si stava diffondendo la pittura acrilica. Il suo immediato tocco di colore si rifletteva nei pezzi che indossava, sfoggiando con orgoglio e determinazione l’apertura riguardo alla sua sessualità».

Se Andy Warhol indossava sempre jeans e parrucche, come rifiuto verso il pensiero alto-borghese, Jean-Michel Basquiat amava gli abiti di Comme des Garçons, per cui talvolta sfilava, mischiati con elementi vintage. «Karen Binns», racconta Charlie Porter, «un’amica di Basquiat, ora fashion director di 10 Magazine, mi ha svelato la grande attenzione per i dettagli di questo artista: se portava un certo maglione o un cappello, doveva indossarlo in un modo tutto suo. Aveva sempre segni di pittura e di bruciature sui vestiti dovuti alle sigarette e agli spinelli».

Oltre il genere

Tra i personaggi più interessanti c’è la pittrice americana Georgia O’Keeffe: madre del Modernismo americano, ha indossato completi da uomo fino a 96 anni, prediligendo il nero e il bianco. Per tutta la vita si è battuta per l’uguaglianza dei diritti di uomini e donne, e questi abiti erano una forma di sfida all’egemonia del potere maschile. L’ultimo abito acquistato da O’Keeffe appare sulla copertina del libro.

Simile la ricerca di Lynn Hershman Leeson, un’artista performativa americana che nel 1973 si trasformò in un’opera d’arte vivente, chiamata Roberta Breitmore. Incarnò il ruolo di questo personaggio per cinque anni: Roberta aveva una patente, un conto in banca e una carta di credito. E soprattutto metteva tutti i giorni gli stessi vestiti: un abito fantasia e un cardigan marrone e crema, comprato ai saldi – come riportava l’etichetta ancora attaccata e sempre ben visibile – per 5,99 dollari. «Vivendo la vita di Roberta», conclude l’autore, «sempre con lo stesso abito, Leeson voleva esprimere la “trappola” sociale, il patriarcato in cui era chiusa la donna nell’America degli anni 70». In più, il suo alter ego le aveva regalato la libertà di non pensare più a come vestirsi ogni giorno: «Avevo un sacco di vestiti», dice a Porter nel libro, «troppi».

Sul Venerdì del 21 febbraio 2025

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