È passato un mese e se ne può forse parlare serenamente: senza scontri, senza tifo, senza mettere in mezzo la politica. La canzone di Simone Cristicchi, Quando sarai piccola, presentata a Sanremo con grandi ambizioni e arrivata poi quinta, ha dato luogo a una serie di polemiche infinite. Alcune senza senso. Ha diviso, questo è certo, tra chi l’ha considerata un’operazione furba che strizzava l’occhio alle sofferenze delle persone: di chi vede un padre o una madre diventare come figli da accudire. Di chi ha a che fare col dolore di un genitore ogni giorno.
I detrattori hanno considerato le riflessioni del cantautore un meccanismo ricattatorio, un modo per toccare nervi scoperti, tirare fuori un’emozione che poteva diventare consenso. Insomma,un modo per far piangere, e piangendo televotare. Ci sono molte altre persone che invece si sono riconosciute nelle parole della canzone, hanno sentito una sorta di solidarietà con l’interprete, non sono stati infastiditi dall’ostensione della malattia. Anzi, ne hanno tratto conforto.
Se qualcuno pensa che tutto questo possa dipendere dalla politica, che ha provato a metterci il carico (lo ha fatto soprattutto l’ultradestra cattolica), credo non abbia capito che le canzoni percorrono altri sensi,non seguono la ragione. Arrivano per vie diverse, e attraverso quelle possono turbare. Quindi, dopo un mese, possiamo dirci che quel brano ha diviso perché ognuno di noi ha un rapporto diverso col dolore. E di tutti i dolori, quello della progressiva perdita di un familiare è forse il più intimo, il più privato, il più nascosto. Ci sono persone in grado di condividerlo,e persone che ne parlano con difficoltà. Così come ci sono persone che quando sono alle prese con una malattia fanno del suo racconto un punto di cura, e altre che hanno bisogno – come mi disse un giorno un’amica carissima – di sentirsi dritte, prima di parlarne. Di stare in piedi. Di essere tornate in sé.
Mio padre è morto dopo una lunga malattia e questa è la prima volta, dopo dodici anni, che lo metto nero su bianco. Facendolo, mi sembra di violare qualcosa di profondo: la sua interezza, la sua forza, la sua dignità. E mai sarei capace di scrivere i particolari di quel male, io che scrivo da quando ne ho memoria qualsiasi cosa anche solo per capirla. Ma ho letto romanzi meravigliosi e autobiografici come Una donna di Annie Ernaux, non mi sogno quindi di pensare che ci sia qualcosa di sacrilego nel parlare del dolore di vedere invecchiare o ammalarsi un padre o una madre. La verità è che a volte dovremmo accettare di essere diversi, di avere un rapporto diverso con le cose che ci riguardano e che riguardano il mondo, senza per questo volerci sentire migliori degli altri. Più puri, più giusti, più rispettosi. A persone che stimo la canzone di Cristicchi è piaciuta, altri l’hanno detestata. Va bene così. Rubo il nome a un’altra rubrica: Hanno tutti ragione.
Sul Venerdì del 14 marzo 2024