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Pino Daniele: a 70 anni dalla nascita un documentario con una canzone inedita

Le immagini del servizio sono state realizzate per il film Pino dal visual artist John Cruel con foto e altri oggetti dall’archivio di Pino Daniele. La ragazza a sinistra è Dorina Giangrande, prima moglie dell’artista 

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Nel film di Francesco Lettieri tante immagini private e testimonianze personali. E il brano “Tien’mmano”, ripescato tra le registrazioni dei primi 80
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Un giorno del 1976, al domicilio di Daniele Giuseppe, via Santa Maria La Nova, Napoli, fu recapitato un telegramma. Diceva: INVITIAMOLA PRESENTARSI GIORNO 28 CM C/O PALAZZO ALITALIA ROMA/EUR PER SELEZIONE ASSISTENTI DI VOLO STOP. Giuseppe detto Pino, Pinotto per parenti e amici più cari, aveva allora 25 anni, un diploma da ragioniere e un’altra convocazione in tasca, quella della Emi, una delle maggiori case discografiche italiane. All’Eur ci andò davvero, ma per firmare il contratto per il suo primo disco, Terra mia. E così l’Alitalia perse un improbabile steward e la musica – non solo napoletana, non solo italiana – guadagnò uno dei suoi interpreti più grandi.

Quel telegramma si vede, assieme a tanti altri reperti della vita di Pino Daniele – fotografie, vecchie agende, appunti, audiocassette, strumenti, assemblati dal visual artist John Cruel in suggestive, commoventi “nature morte” – nel documentario Pino, che sarà nei cinema per un evento speciale dal 31 marzo al 2 aprile, pochi…

Un giorno del 1976, al domicilio di Daniele Giuseppe, via Santa Maria La Nova, Napoli, fu recapitato un telegramma. Diceva: INVITIAMOLA PRESENTARSI GIORNO 28 CM C/O PALAZZO ALITALIA ROMA/EUR PER SELEZIONE ASSISTENTI DI VOLO STOP. Giuseppe detto Pino, Pinotto per parenti e amici più cari, aveva allora 25 anni, un diploma da ragioniere e un’altra convocazione in tasca, quella della Emi, una delle maggiori case discografiche italiane. All’Eur ci andò davvero, ma per firmare il contratto per il suo primo disco, Terra mia. E così l’Alitalia perse un improbabile steward e la musica – non solo napoletana, non solo italiana – guadagnò uno dei suoi interpreti più grandi.

Quel telegramma si vede, assieme a tanti altri reperti della vita di Pino Daniele – fotografie, vecchie agende, appunti, audiocassette, strumenti, assemblati dal visual artist John Cruel in suggestive, commoventi “nature morte” – nel documentario Pino, che sarà nei cinema per un evento speciale dal 31 marzo al 2 aprile, pochi giorni dopo la data in cui avrebbe compiuto settant’anni. Lo ha diretto Francesco Lettieri, 42 anni, già regista di due film di finzione – Ultras e Lovely Boy – e di moltissimi video musicali: soprattutto quelli di Liberato, il cantante napoletano “senza volto” che ha contribuito a creare e a portare a un successo clamoroso (operazione ben raccontata in Il segreto di Liberato, l’altro docu-film di Lettieri uscito un anno fa).

Pino, però, è tutta n’ata storia. Come si vede all’inizio del film, il suo volto campeggia su innumerevoli murales sparsi nei vicoli di una Napoli sempre invasa dai turisti, sulle statuine del presepe, perfino su una pizza, disegnato con la salsa di pomodoro sullo sfondo bianco della mozzarella. Negli ultimi mesi (il 5 gennaio è stato anche il decimo anniversario della morte) sono usciti altri documentari su di lui; una sua canzone inedita, Again, è stata presentata prima di una partita del Napoli allo stadio Maradona; oggi 19 marzo, giorno del suo compleanno, lo celebrerà a piazza del Gesù un concerto organizzato dal fratello Nello, il giorno dopo aprirà a Palazzo Reale la grande mostra Pino Daniele. Spiritual, voluta dalla Fondazione guidata dal figlio Alessandro; c’è in preparazione un biopic sulla sua vita; ed è atteso per settembre un altro megaconcerto a piazza Plebiscito, il luogo che, nel 1981, consacrò Pino re musicale di Napoli davanti a decine di migliaia di persone.

‘O Giò

C’è bisogno di un’altra celebrazione, di un altro film? «Me lo sono chiesto anch’io quando me l’hanno proposto Alessandro e la produzione» dice adesso Lettieri, in una pausa dall’ultima fase di missaggio. «E la risposta che mi sono dato è che io, che Pino non l’ho mai conosciuto di persona, sapevo pochissimo della sua intimità. È sempre stato molto riservato, anche nelle interviste non si apriva molto. Sono andato in cerca del suo lato umano». Così nel film, Lettieri, assieme al cosceneggiatore Federico Vacalebre, colonna del giornalismo musicale napoletano, costruisce un racconto a più voci cucendo filmati di repertorio, backstage, filmini di famiglia, con le testimonianze di decine di persone che invece Pino l’hanno conosciuto bene.

A partire dal fratello Carmine – l’O Giò della canzone I got the blues, scomparso da poco – dalla prima moglie, Dorina Giangrande, dai compagni di scuola e delle prime avventure musicali. Scopriamo il bambino nato in un basso del centro, con un padre inaffidabile, violento, giocatore d’azzardo e una madre donna delle pulizie che lo affida a due vicine di casa: Pinotto vivrà con queste due “zie” nubili, amorevoli e severe (saranno loro a farlo studiare, e a candidarlo a sua insaputa al sospirato posto fisso in Alitalia). «Non gli fecero mai mancare niente, ma questa separazione dal nucleo familiare, dagli altri fratelli, lo ha fatto crescere con un pezzo in meno» dice Lettieri.

Pinotto è un ragazzo timidissimo, molto miope, con gli occhiali spessi come fondi di bottiglia: spesso si intrufola al vicino Conservatorio, dove studia l’amico Enzo Avitabile, o resta in casa a suonare la chitarra. «Ed è questa, credo, l’immagine che lo racconta di più», continua il regista: «lui da solo che suona, che studia, sperimenta, impara. Anche dopo i 50 anni, con lo stesso fuoco che aveva dentro da ragazzo».

Tre spogliarelliste

C’è un’altra ragione che ha convinto Lettieri ad accettare la proposta: «Ho sempre un po’ rimpianto di non aver potuto realizzare videoclip per gli artisti italiani che amo di più, come Battiato, Lucio Dalla, e naturalmente Pino. Tante sue canzoni sono miniracconti, cortometraggi che aspettavano solo di essere girati». Nel film lo fa sovrapponendo ai vecchi pezzi di Daniele scene e personaggi della Napoli di oggi: così Quanno chiove, che parla di una prostituta che ogni notte “va a fatica’”, diventa la storia di tre spogliarelliste straniere e della loro vita lontane da casa; ‘O ssaje comme fa ‘o core è l’amore tra un ragazzo napoletano e una cameriera cinese; Allora sì è riambientata tra le aule di un liceo e le manifestazioni studentesche. «Il protagonista di Chill’è nu buono uaglione è quello che nel 1977 si chiamava un femminiello: sogna di poter gridare a tutti “So’ normale!”. Nel video mostro una ragazza trans di oggi che tra mille difficoltà una vita normale può farla. Pino cinquant’anni fa ha raccontato una Napoli che c’è ancora oggi, o che è diventata come la immaginava lui».

Inno ufficiale

Già, Pino e Napoli, Napoli e Pino. La sua Napule è, in una nuova versione, è stata addirittura proclamata “inno ufficiale per i 2.500 anni della fondazione della città”. Eppure c’è un imbarazzo, un turbamento che ha assillato a lungo i vecchi fan e che le santificazioni post-mortem in genere evitano: Daniele ha passato buona parte della vita lontano da Napoli, certo anche per sfuggire a una popolarità opprimente; e poi ha virato sul pop, ha pure smesso di cantare in napoletano... Lettieri non si sottrae: «Napoli è una città che dà e toglie tantissimo. Nasci lì e sei portatore di una immensa tradizione, di una lingua, di una cultura... che possono rivelarsi anche un peso schiacciante. Io stesso, per crescere artisticamente, sono dovuto andare via, per poi tornare. E anche Pino avrà voluto cercare strade nuove, in un momento come gli anni 90 in cui, tra l’altro, i gusti del pubblico e il mercato discografico stavano cambiando. Lui l’ha sempre detto: era figlio della canzone napoletana, del blues americano, del cantautorato italiano. Chi è che rimprovera a un romano, a un milanese, di essere andato via dalla sua città, di cantare “in un’altra lingua”? E poi non ha mai smesso di collaborare con i migliori musicisti internazionali, di innovare esplorando tradizioni diverse...».

Tien’ mmano

«Poi ogni città ha bisogno dei suoi santi, e Napoli forse di più» prosegue Lettieri. «Pino è diventato un’icona, anche un brand commerciale. A me però interessava raccontare che cosa c’è dietro questo santino, che uomo era, anche quanto ha sofferto, nonostante i successi». Non tutti sanno che i problemi cardiaci che lo avrebbero portato alla morte a 60 anni si erano manifestati già a poco più di 30, con un infarto devastante che gli aveva fatto temere di non poter tornare più sulle scene. Sorte condivisa con il suo grande amico Massimo Troisi, che nel documentario fa un’apparizione esilarante e struggente.

Ma forse per un fan la commozione – e insieme la gioia – più grande è scoprire, alla fine del film, un pezzo inedito che Alex Daniele ha ripescato nell’enorme repertorio di registrazioni lasciato dal padre. Lettieri ce lo fa ascoltare da un vecchio stereo a cassette piazzato in vari punti di quella Napoli sempre uguale e sempre diversa che lui sa riprendere con uno sguardo unico tra i cineasti di oggi: nelle piazze storiche e tra i palazzi sgarrupati, su una barca davanti a Castel dell’Ovo e su un terrazzo affacciato sull’ex Italsider di Bagnoli. È la demo di una canzone che sarebbe dovuta entrare nell’album Vai mo’, primi anni 80, l’epoca d’oro del supergruppo con Tony Esposito, Tullio De Piscopo, James Senese... Il sound è quello, mai più eguagliato, il testo in quel napoletano di tutti i giorni che cantato da Pino diventava, misteriosamente, poesia. Il titolo è Tien’ mmano, che vuol dire: aspetta. Ma anche: resisti.

Sul Venerdì del 14 marzo 2025

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