La ragazza in fondo all’aula magna ha le unghie curate e un paio di bellissimi occhi neri. Alza la mano e mi dice: «Nessuno ci obbliga a stare su social che cercano di manipolarci. Possiamo farcelo noi, un social buono, crearlo noi, un Tik Tok democratico dove far passare solo cose vere. Invece alle piazze non ci credo più». Qualcuno la taccia di ingenuità: «Sarebbe troppo facile così, e invece senza i soldi di Zuckerberg o Musk è impossibile». Altri compagni – un ragazzo riccio e una ragazza castana con t-shirt antifascista – rivendicano l’importanza di uscire dai social. Di andare fisicamente nelle piazze, anche se sembra che non conti, che non serva, che non porti la loro voce fuori dal silenzio in cui gli adulti vorrebbero ricacciarla. «Mio nonno che ha fatto il ’68 mi ripete che è importante», racconta lei. Anche se poi si ritrovano in mezzo a idranti e lacrimogeni.
Hanno 15 e 16 anni. Sono due classi di un liceo selezionate per un incontro che parli di Europa, informazione, nuov…
La ragazza in fondo all’aula magna ha le unghie curate e un paio di bellissimi occhi neri. Alza la mano e mi dice: «Nessuno ci obbliga a stare su social che cercano di manipolarci. Possiamo farcelo noi, un social buono, crearlo noi, un Tik Tok democratico dove far passare solo cose vere. Invece alle piazze non ci credo più». Qualcuno la taccia di ingenuità: «Sarebbe troppo facile così, e invece senza i soldi di Zuckerberg o Musk è impossibile». Altri compagni – un ragazzo riccio e una ragazza castana con t-shirt antifascista – rivendicano l’importanza di uscire dai social. Di andare fisicamente nelle piazze, anche se sembra che non conti, che non serva, che non porti la loro voce fuori dal silenzio in cui gli adulti vorrebbero ricacciarla. «Mio nonno che ha fatto il ’68 mi ripete che è importante», racconta lei. Anche se poi si ritrovano in mezzo a idranti e lacrimogeni.
Hanno 15 e 16 anni. Sono due classi di un liceo selezionate per un incontro che parli di Europa, informazione, nuove sfide. Ascoltano 50 minuti di introduzione senza distrarsi. Poi, mi riempiono di domande.Tutte le volte che vado a parlare nelle scuole ho davanti uno spaccato di questa generazione che è il contrario dell’apatia e del disinteresse. Certo, molti non trovano un senso. Chiedo a A. e E. se pensano che gli idranti se li ritrovino davanti perché ci sono frange violente in mezzo a loro, o perché c’è un’eccessiva militarizzazione delle piazze. La seconda, mi dicono. Votiamo: chi crede che le cose si possano cambiare dal basso? Otto su una quarantina. Mi chiedono del disegno di legge sicurezza, della compressione del dissenso. La discussione si infiamma sui bambini in carcere perché un ragazzo dagli occhi verdi «le ladre» le vede al campo, «e non è giusto che non vadano in prigione se hanno un bambino». Ne parliamo a lungo: cosa serve? Un bambino di un anno in cella a scontare una colpa non sua o una casa protetta che rieduchi anche la madre? Lui mi sfida: ma perché la pena alternativa deve averla lei, solo perché ha un figlio? È un punto cruciale. Bisogna decidere cosa viene prima, nella scala dei valori di una società. Per me, viene prima un bambino innocente. «Chi fa qualcosa di male lo sa che rischia il carcere». Certo. Giusto. Ma un neonato che ha fatto? E quando in carcere ci finiscono innocenti? ùLi riempio di dubbi, loro fanno lo stesso con me. Sul fact-checking provo a spiegare perché non se ne possa fare a meno. E perché non sia vero, che è solo una verità di convenienza che cerca di sovrastarne un’altra. Le notizie oggettive, verificabili, esistono. «Non sarebbe stupido Musk a fare un saluto nazista?», mi chiede D. «Non saremmo stupidi noi a non unire i puntini, se oltre al saluto ci sono il sostegno ai partiti neonazisti in tutt’Europa?». Annuiscono. Discutono. Esco dal liceo. Con dentro qualcosa che somiglia alla speranza.
Sul Venerdì del 21 marzo 2025