I 75 anni della Atlantic Record: la musica è questione di etichetta
di Andrea SilenziAhmet Ertegun era il figlio dell’ambasciatore turco negli Stati Uniti. Negli anni del college, mentre il mondo era ancora flagellato dalla Seconda guerra mondiale, il giovane Ahmet arrotondava le sua entrate realizzando e vendendo dischi. Dopo la metà degli anni 40 decise di entrare in società con Herb Abramson, ex A&R della National Records. Nel 1947 decisero di fondare un’etichetta, la Atlantic. L’ex giornalista musicale Jerry Wexler, che coniò il termine Rhythm and blues mentre lavorava per Billboard, entrò a far parte dell’azienda nel 1953.
Fece giusto in tempo per vivere un’epoca d’oro in cui molti dei dischi classici dell’etichetta furono registrati in sessioni serali nell’ufficio della 56th Street dopo che le scrivanie erano state impilate l’una sull’altra per fare spazio all’ingegnere Tom Dowd e alla sua attrezzatura di registrazione.
Il volume 75 Years of Atlantic Records (Taschen) è un’immersione in un universo a suo modo visionario, dove talento, capacità imprenditoria…
Ahmet Ertegun era il figlio dell’ambasciatore turco negli Stati Uniti. Negli anni del college, mentre il mondo era ancora flagellato dalla Seconda guerra mondiale, il giovane Ahmet arrotondava le sua entrate realizzando e vendendo dischi. Dopo la metà degli anni 40 decise di entrare in società con Herb Abramson, ex A&R della National Records. Nel 1947 decisero di fondare un’etichetta, la Atlantic. L’ex giornalista musicale Jerry Wexler, che coniò il termine Rhythm and blues mentre lavorava per Billboard, entrò a far parte dell’azienda nel 1953.
Fece giusto in tempo per vivere un’epoca d’oro in cui molti dei dischi classici dell’etichetta furono registrati in sessioni serali nell’ufficio della 56th Street dopo che le scrivanie erano state impilate l’una sull’altra per fare spazio all’ingegnere Tom Dowd e alla sua attrezzatura di registrazione.
Il volume 75 Years of Atlantic Records (Taschen) è un’immersione in un universo a suo modo visionario, dove talento, capacità imprenditoriale e consapevolezza dei tempi si sono unite in modo forse irripetibile. L’avvento della Atlantic coincise con una vera e propria rivoluzione culturale, anzi: con un’epopea. Come disse Jerry Wrexler, straordinario produttore tanto abile quanto cinico, «non sapevamo di essere alle porte di chissà quale stravolgimento cosmico, non lo si sa mai. Credo che tutti questi discorsi sui decenni siano letteratura, fa parte della retorica del rock. L’unica cosa che si può dire è che, come per certi movimenti artistici, gli anni d’oro non possono tornare, perché dipendeva da qualcosa che era nell’aria».
Il primo boom arrivò con I Got A Woman di Ray Charles, che per alcuni studiosi è il primo, vero brano di rock’n’roll: «Ray era l’incarnazione perfetta di Atlantic in molti modi», ha detto Nesuhi Ertegun, fratello di Ahmet, anche lui protagonista di questa incredibile avventura, «era il prodotto del Deep South, del blues e della chiesa del Black Country. Ma aveva anche padroneggiato la grammatica del jazz moderno. Oltre a ciò, sapeva come confezionare un R&B urbano quasi perfetto».
Dentro quegli studi sono passati autentici giganti: da John Coltrane, che debuttò alla Atlantic con un album spartiacque come Giant Steps, ai mille artisti r&b e soul come Solomon Burke, The Drifters, The Staple Singers, Sam & Dave, Wilson Pickett. Lì crebbe il talento eccezionale di Otis Redding, morto in un incidente aereo la notte del 10 dicembre del 1967 dopo un concerto. Aveva conquistato tutti al festival di Monterey, la summa della Summer of Love del 1967, e da qualche giorno aveva finito di incidere (Sittin on’) The Dock Of The Bay, la sua canzone di maggior successo pubblicata postuma.
Il grande salto di qualità dell’etichetta era arrivato nel 1960, quando iniziò a distribuire i dischi della Stax Records, l’etichetta soul di Memphis che utilizzava i leggendari Muscle Shoals Studios. Era la label di Rufus e Carla Thomas, di Booker T & The Mg’s, del gigante Isaac Hayes (quello che inventò di fatto, negli anni 70, il futuro look dei rapper e rese famoso in tutto il mondo il soul sinfonico), di Albert King.
Proprio ai Muscle Shoals fu portata Aretha Franklin, che doveva tentare il grande salto nelle classifiche. Era il 1967 ed era a Memphis per incidere I Never Loved A Man The Way I Love You. Vide che nella house band c’erano musicisti bianchi (Steve Cropper e Donald “Duck”, per esempio, divenuti famosi grazie ai Blues Brothers) e non ne voleva sapere di incidere con quella gente. Fu convinta a fatica e il risultato è storia.
Negli anni 70, sempre a proposito di eroi soul, la Atlantic pubblicò i dischi di Donny Hathaway, artista tanto talentuoso quanto tormentato: amico fraterno di Roberta Flack, fu trovato morto su un marciapiede di New York nel 1979.
Ma la Atlantic è stata tanto altro, non solo in ambito soul e r&b: è stata la culla degli Chic di Nile Rodgers e, in tempi più recenti, ha esaltato il talento multiforme di Janelle Monáe, interprete sublime del soul più contemporaneo oltre che attrice di successo. E Atlantic è un marchio storico anche nel rock: furono Ertegun e soci a comprendere prima il vento caldo del Flower Power, ideale per il lancio di Crosby, Stills & Nash (Young arrivò poco dopo) alla fine degli anni 60 e immediatamente dopo furono ancora loro a fiutare l’aria del cambiamento identificabile con il suono duro dei Led Zeppelin e la fine del sogno hippie.
Negli uffici della label (ricordando che a volte gli artisti firmano accordi con etichette diverse rispetto all’Europa) sono passati in tanti, da Bryan Ferry a Peter Gabriel, dagli Abba ai Rolling Stones, dagli Ac/Dc a Stevie Nicks, fino a Bruno Mars. E perfino i Coldplay, sempre per l’America, fenomeno planetario degli anni Duemila, che solo con gli incassi dei tour farebbero felice qualsiasi etichetta. Anche negli anni della musica liquida, quel marchio (come direbbe il tenente colonnello William “Bill” Kilgore) odora di vittoria.
Sul Venerdì del 21 marzo 2025