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David Cronenberg: “Ho girato The Shrouds pensando alla morte. Ma di mia moglie”

Una scena di The Shrouds: Vincent Cassel (a sinistra) e Guy Pearce nel cimitero tecnologico 

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Il genio inquietante del regista canadese per il suo ultimo film si spinge ancora oltre. Lo abbiamo intervistato
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«Mi interessano i corpi perché ciò che tutti noi siamo è fondamentalmente questo: corpi. Solo che la nostra capacità di astrazione ci fa identificare con qualcosa che esiste fuori dal corpo, lo spirito o l’anima. Ma è solo un’illusione. E da regista, come gli scultori e i pittori, non posso che fotografare i corpi per parlare della condizione umana». David Cronenberg mi spiega con queste parole quella che è stata definita come la sua ossessione: per oltre cinquant’ anni i corpi al cinema li ha denudati, smembrati, accoppiati, esplorati, fatti mutare in versioni grottesche, come quando ha creato un ibrido tra uno scienziato e un insetto in La mosca, o li ha connessi con la tecnologia, con le biointerfacce per videogiocare in eXistenZ. E poi ancora li ha sfigurati, come in Crash, dove addirittura le cicatrici diventano elemento di attrazione sessuale. O messi al centro di incubi ad occhi aperti, come accadeva con la videocassetta che entra nello stomaco in Videodrome. Oppure sezionati, …

«Mi interessano i corpi perché ciò che tutti noi siamo è fondamentalmente questo: corpi. Solo che la nostra capacità di astrazione ci fa identificare con qualcosa che esiste fuori dal corpo, lo spirito o l’anima. Ma è solo un’illusione. E da regista, come gli scultori e i pittori, non posso che fotografare i corpi per parlare della condizione umana». David Cronenberg mi spiega con queste parole quella che è stata definita come la sua ossessione: per oltre cinquant’ anni i corpi al cinema li ha denudati, smembrati, accoppiati, esplorati, fatti mutare in versioni grottesche, come quando ha creato un ibrido tra uno scienziato e un insetto in La mosca, o li ha connessi con la tecnologia, con le biointerfacce per videogiocare in eXistenZ. E poi ancora li ha sfigurati, come in Crash, dove addirittura le cicatrici diventano elemento di attrazione sessuale. O messi al centro di incubi ad occhi aperti, come accadeva con la videocassetta che entra nello stomaco in Videodrome. Oppure sezionati, con la chirurgia resa performance art di Crimes of the Future, inquadrati con uno sguardo degno di un’autopsia.

«Da bambino desideravo vedere cosa ci fosse dentro gli insetti, perché mi appassionavano le scienze» mi dice «e così, talvolta, nei miei film applico la medesima curiosità e obiettività scientifica. Del resto, è compito degli artisti andare oltre la superficie per capire chi siamo e come funzioniamo. Per capire il mondo, insomma».

Inevitabile dunque che il percorso di esplorazione iniziato nel 1975 con Il demone sotto la pelle, in cui un parassita entrava nei corpi risvegliandone gli istinti primordiali, arrivasse a compimento ora con The Shrouds – Segreti sepolti, il suo ultimo film presentato al Festival di Cannes e nelle sale dal 3 aprile: qui i corpi sono morti e marciscono, lasciando soltanto le ossa e il ricordo di sé.

Nel film, Karsh (Vincent Cassel) è un imprenditore che ha inventato i sudari hi-tech del titolo: quando un cadavere vi è avvolto e viene interrato, permettono ai parenti di continuare a vedere su un display il corpo che lentamente si decompone. L’uomo spera con uno di essi di poter continuare a stare vicino a sua moglie Rebecca (Diane Kruger) e trasformare l’invenzione in business. Il suo cimitero sperimentale viene però profanato, e perciò si rivolge all’ex cognato esperto di cybersicurezza Maury (Guy Pearce), per capire se qualcuno sta ordendo un complotto contro di lui. Nel frattempo inizia a intessere una relazione con la gemella della moglie Terry (ancora Kruger), che dopo aver scaricato Maury può rivelare a Karsh di essere sempre stata attratta da lui. Ma Karsh è tormentato da incubi erotici in cui Rebecca gli appare nuda e menomata dalle operazioni chirurgiche fatte per rimuovere il tumore aggressivo.

Se, come mi dice Cronenberg, «tutti i miei film sono personali e ci metto sempre qualcosa di me, come ad esempio la mia passione per Sigmund Freud in A Dangerous Method», è chiaro che The Shrouds è un’opera un po’ più intima delle altre: l’ispirazione gli è venuta dopo la morte nel 2017 di Carolyn Zeifman, 66 anni, sua moglie per 46 anni. «Le persone pensano che la morte sia l’opposto della vita» dice il regista «ma in realtà è parte dell’esistenza stessa, anche se è difficile accettarlo. Ma io sono un esistenzialista, lo sono da quando avevo 8 anni, non ho bisogno di credere nell’aldilà: per me il senso della vita è nella vita stessa, nel viverla al massimo delle proprie possibilità».

Mettere in scena una storia che richiama il suo lutto: la ha aiutata?
«Non credo nell’arte come forma di terapia. Certo, questa storia è fortemente autobiografica, parla della difficoltà di superare la morte di mia moglie, ma girare il film no, non ha avuto alcun effetto catartico».

Nel film, Cassel sembra la sua copia, con quei capelli bianchi tirati indietro e lo stesso modo di parlare, il tono di voce…
«Non è una cosa che gli ho imposto. Si è presentato così sul set e ho accettato le sue scelte. So che può sembrare strano, ma non ho cercato di farlo assomigliare a me. D’altra parte io mi fido ciecamente dei miei attori, ed è per questo che non organizzo letture del copione prima di girare. Lascio a loro il proprio lavoro. E poi, se devo dirla tutta, io sono molto più bello di Vincent!».

Guardare il cadavere del proprio caro defunto nella tomba fa venire i brividi. Qualcuno ha detto che è l’ennesima invenzione “cronenberghiana”.
«Da giovane dicevo che l’aspirazione massima per un regista dovrebbe essere di diventare felliniano, ovvero che il proprio nome sia usato per evocare un universo. Quindi ne sono felice. Quello che non amo affatto, però, è la definizione di “body horror” che hanno usato per parlare dei miei film. Lo ha inventato un giornalista tanto tempo fa e non mi ci riconosco. Ma ovviamente non posso farci nulla».

Avrebbe mai immaginato, da giovane, di diventare uno dei maestri universalmente riconosciuti del cinema?
«No, da bambino mi addormentavo ascoltando il ticchettio della macchina da scrivere di mio padre, immaginavo che sarei diventato anch’io uno scrittore. Poi sono rimasto sedotto dal cinema, travolto dall’energia degli anni 60, quando a New York prendevi una cinepresa e andavi a girare un film. Però sarei potuto diventare anche altro: ad esempio un corridore».

Perché?
«Sono sempre stato un appassionato di auto e di moto, ho anche partecipato ad alcune corse automobilistiche, e sono tutt’ora un grande fan della Formula 1. Tanto che ho scritto pure una sceneggiatura di un film, mai realizzato. Si intitola Red Cars ed è incentrato su Phil Hill, la sua rincorsa al titolo con la Ferrari nel 1961 e lo spaventoso incidente occorso a Wolfgang von Trips nel Gran premio di Monza. Morirono lui e quattordici spettatori».

Ancora una volta una storia dove appare la morte. Lei, quattro anni fa, ha messo in scena persino la sua, nel corto The Death of David Cronenberg…
«Tutti i miei film, in un modo o nell’altro parlano di quello. Come si fa a non interessarsi alla morte? Il saggista Christopher Hitchens ha detto ad esempio che la religione nasce proprio a causa della morte. Si possono inventare così tante storie attorno al suo mistero...».

The Shrouds era stato pensato come serie tv, ma Netflix ha rifiutato il progetto ed è diventato un film.
«Io non so se avrei mai voluto girare tutta la serie: Steven Zaillian, che ha realizzato Ripley, mi ha detto che è stato sul set per oltre due anni. Impiegare così tanto tempo alla mia età? Ho 82 anni, ogni giorno leggo notizie della morte di miei coetanei, come il povero David Lynch».

Pensa che i suoi sudari tecnologici potrebbero diventare un vero prodotto?
«Non lo escluderei a priori. Una delle cose interessanti è che per scrivere il film ho esplorato le varie pratiche funebri, e alcune sono davvero singolari: i Parsi dell’India, ad esempio, mettono i cadaveri in cima a pilastri aspettando che gli avvoltoi li scarnifichino».

Uno che la morte l’ha sfiorata di recente è Donald Trump, quando lo scorso luglio, nel tentativo di ucciderlo, il cecchino Thomas Matthew Crooks lo ha colpito ad un orecchio. Lo sa che quel giorno ho pensato al suo film La zona morta, in cui Christopher Walken, che ha il potere di preveggenza, stringe la mano al senatore Stillson e, vedendo che diventerà presidente e scatenerà una guerra nucleare, tenta di farlo fuori?
«Sono sincero, io non ci ho pensato. Ma negli anni successivi all’uscita del film (1985, ndr) qualcuno scrisse che Stillson incarnava George Bush padre. Certo, almeno lui non ha detto di voler annettere il Canada come 51esimo stato».

Perché, da canadese si è sentito insultato?
«E come non potrei? Non posso sopportare che Trump possa parlare così del mio Paese. Tra l’altro è un uomo davvero ignorante, e stupido, perché non sa nulla della nostra nazione: non ha la più pallida idea del fatto che il Canada è composto da dieci province e tre differenti territori, tutti molto diversi tra loro. Quindi, se mai dovesse annetterlo, sarebbero tredici Stati in più e non uno solo. Ma naturalmente questa cosa non accadrà mai. Userò un eufemismo nel dirle che non sono per niente un suo fan».

A seguire Trump come un’ombra è Elon Musk. In The Shrouds il protagonista Karsh guida una Tesla. Come mai proprio una Tesla?
«Come le dicevo sono un fanatico di motori e ho diverse auto meravigliose: Ferrari, Porsche, Mercedes, Jaguar. Quando è uscita la Tesla ho pensato fosse una pietra miliare nella storia dell’automobile, perché è ciò che dovrebbero essere tutte le vetture se a guidare il mercato non ci fosse la lobby del petrolio. Io stesso ne ho acquistate tre e penso siano magnifiche. Ora Elon Musk da qualche tempo è diventato molto di destra, cosa che io non sono, e la sua posizione di consigliere del Presidente terrorizza molti americani. Ma da regista potrei dire che la sua figura è intrigante, grandiosa, e che meriterebbe un film. Però, se invece lei mi domandasse se comprerei un’altra Tesla oggi, beh, le confesso che non ne sono più tanto sicuro».

Tra l’altro Musk ha cavalcato numerose ipotesi di complotti sul suo X, e anche nel film Karsh, dopo la profanazione delle tombe, nel cercare una spiegazione si fa trascinare nel gorgo di spiegazioni assurde. Qualcuno a Cannes ha detto che il tema rischia di distogliere un po’ l’attenzione da quello principale.
«Ho letto le critiche di chi dice che tra la morte e le ipotesi di complotto non c’è connessione. Ma se ci pensa i complotti si immaginano quando non si trovano spiegazioni. Quindi per me le ipotesi di complotto sono una sorta di strategia del lutto: è cercare di dare un senso alla morte, che non ce l’ha mai. Non solo Karsh fronteggia la morte della moglie, ma anche Maury, che è stato lasciato, deve affrontare un lutto».

Pensa davvero che questo potrebbe essere il suo ultimo film?
«Non ho progetti al momento, e non lo so che cosa accadrà. Mi sento in salute, ma sono vecchio. Dipenderà se avrò l’energia sufficiente per tornare sul set. Il problema è che raccogliere i soldi per fare un film d’autore è davvero molto difficile. Con l’avvento di Netflix sembrava che le piattaforme di streaming avrebbero supportato questo tipo di cinema, ma ora siamo entrati in un’epoca molto conservatrice e mainstream, in cui finanziare film insoliti è più complicato. Curioso che questo sia una conseguenza di una svolta tecnologica. Io amo la tecnologia».

Nel suo film appare un avatar con le sembianze della defunta Rebecca. Oggi con l’intelligenza artificiale si possono “resuscitare” i morti…
«È inevitabile che ciò diventi la norma prima o poi. È aberrante? Non lo so: ci sono tante persone che vanno al cimitero e parlano con i propri cari. Se le fa stare bene, perché no?».

Anche lei lo fa?
«Non ho bisogno di visitare una tomba, con mia moglie io parlo tutti i giorni».

Oltre ai film lascia una bella eredità: tre figli, Cassandra, 52 anni, Brandon, 45, e Caitlin, 40, tutti registi. Era inevitabile che lo diventassero?
«Cassandra in realtà ha lavorato nel cinema in passato ma ora non più. Non so se fosse inevitabile, ma i miei figli sono stati sui set dei miei film fin da bambini. E per loro, rispetto alla mia epoca, in cui maneggiare una cinepresa 16mm o 35mm era complicato, è bastato uno smartphone per iniziare e mettersi alla prova. In ogni caso sono felice che abbiano seguito le mie orme, è una cosa bella: abbiamo qualcosa in comune che tiene vivo l’interesse degli uni per gli altri».

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