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Francis Scott Fitzgerald, più bello che dannato

Lo scrittore con la moglie Zelda e la figlia Frances, detta Scottie, durante una gita in auto in Italia (Getty images) 

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La gioventù dorata in giro per il mondo. L’amore tormentato per Zelda. L’alcolismo. Dello scrittore americano conosciamo soprattutto la vita sregolata. Ma la nuova biografia “Domani correremo più forte” di Sara Antonelli ribalta le prospettive
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A un certo punto degli anni Settanta lo scrittore William S. Burroughs, discutendo con l’amico Victor Bockris del potere della letteratura, osservò come Francis Scott Fitzgerald, scrivendo dell’Età del Jazz, avesse inventato l’Età del Jazz. «Scrivendo un universo lo scrittore rende possibile quell’universo», sosteneva Burroughs, intuendo nella letteratura la capacità di modellare la realtà, rifletterla e al tempo stesso farla nuova. Con i suoi romanzi e racconti, Fitzgerald riuscì a dare una forma – luminosa e malinconica – a desideri, contraddizioni ed eccessi della sua generazione, trasformando ragazze e ragazzi poco più che adolescenti in scintillanti flappers e brillanti filosofi, come recita anche il nome della sua prima raccolta di racconti, Maschiette e filosofi (il libro uscì in America nel 1920, lo stesso anno del suo primo romanzo, Al di qua del Paradiso: Fitzgerald aveva 23 anni).

Di questo e molto altro scrive Sara Antonelli, docente di Lingue e letterature angloamericane …

A un certo punto degli anni Settanta lo scrittore William S. Burroughs, discutendo con l’amico Victor Bockris del potere della letteratura, osservò come Francis Scott Fitzgerald, scrivendo dell’Età del Jazz, avesse inventato l’Età del Jazz. «Scrivendo un universo lo scrittore rende possibile quell’universo», sosteneva Burroughs, intuendo nella letteratura la capacità di modellare la realtà, rifletterla e al tempo stesso farla nuova. Con i suoi romanzi e racconti, Fitzgerald riuscì a dare una forma – luminosa e malinconica – a desideri, contraddizioni ed eccessi della sua generazione, trasformando ragazze e ragazzi poco più che adolescenti in scintillanti flappers e brillanti filosofi, come recita anche il nome della sua prima raccolta di racconti, Maschiette e filosofi (il libro uscì in America nel 1920, lo stesso anno del suo primo romanzo, Al di qua del Paradiso: Fitzgerald aveva 23 anni).

Di questo e molto altro scrive Sara Antonelli, docente di Lingue e letterature angloamericane all’Università Roma Tre, nella nuova e corposa biografia Domani correremo più forte. Vita letteraria di Francis Scott Fitzgerald, appena uscita per Feltrinelli.

Tredici chiavi

La scintilla che ha dato origine al libro è un piccolo oggetto: un portamonete in pelle appartenuto a Fitzgerald cui erano appese tredici chiavi di fogge diverse. Antonelli viene a sapere della sua esistenza durante una conferenza della Francis Scott Fitzgerald Society, e si domanda cosa aprissero le chiavi. Scopre così che le più grandi aprivano porte di case e appartamenti, le più piccole serrature di schedari, bauli e valigie colme di carte e manoscritti, custoditi in un magazzino preso in affitto da Fitzgerald a Baltimora dal 1935 e mai più lasciato. «Trovare quel portamonete mi ha galvanizzata» dice oggi la studiosa. «Quest’uomo che, pur essendo stato ricchissimo, non ha mai avuto una casa né ha mai pensato di comprarsene una, se ne andava in giro con tutte queste chiavi per sapere sempre dove fossero manoscritti, bozze, dattiloscritti: per me è stata una conferma di quanto fosse convinto di avere delle cose da dire».

Così Antonelli dalle chiavi è passata agli archivi, custoditi a Princeton, lasciando che scritti e oggetti appartenuti a Scott e a sua moglie Zelda le rivelassero scorci delle loro vite. «Tra gli oggetti a Princeton c’è per esempio un’agendina di Zelda, con gli indirizzi di vari amici, come gli inglesi conosciuti e frequentati a Capri, e un unico recapito romano, quello di un rilegatore di libri. La sfogli e capisci che era lei a curare le relazioni familiari, mentre Scott faceva lo scrittore a tempo pieno. Ecco, più che delle opere di Fitzgerald si finisce sempre a parlare della sua vita leggendaria: il ragazzino scellerato, la dipendenza dall’alcol, la malattia di Zelda... Ma Fitzgerald era anche le sue opere». Come scrive la studiosa nella sua biografia: “Era un autore che desiderava raccontare il presente con la stessa autorevolezza di James Joyce”.

Una folla di alter ego

Il merito del volume sta nel non cedere alla tentazione del mito facile, nel non accontentarsi di ripercorrere la vita di Fitzgerald, esplorando il legame profondo tra l’uomo e lo scrittore, tra l’opera e il contesto storico in cui è nata, tra Scott e la piccola schiera di alter ego che creò a sua immagine e somiglianza e diventata la sua banda di amici: Amory Blaine di Al di qua del paradiso, Anthony Patch di Belli e dannati, Nick Carraway del Grande Gatsby, Dick Diver di Tenera è la notte, Monroe Stahr degli Ultimi fuochi; insieme a una folla di protagonisti e personaggi di racconti così vicini a lui da permettere oggi di usare la finzione per arrivare alla vita.

«Ho sempre amato Fitzgerald» prosegue Antonelli. «Il grande Gatsby è il primo libro che ho comprato di mia volontà, a quattordici anni, alla Standa, e da allora non ho mai smesso di leggerlo. Ho iniziato a scrivere di lui quando nel 2011 minimum fax mi ha commissionato le prefazioni a una collana di nuove traduzioni dei suoi romanzi, e da allora sono andata avanti pubblicando scritti su di lui anche negli Stati Uniti, ed entrando a far parte della Fitzgerald Society». Di questo dialogo costante la studiosa dà il merito alla «generosità» del suo autore: «Era generoso nelle lettere, era generoso negli appunti, ha scritto così tanto che a un certo punto ho dovuto smettere di leggere altrimenti non avrei mai finito il libro».

Nella biografia sfila in parata il Fitzgerald giovane, scapolo e irriducibilmente pacifista, che nel 1917 scrive alla cugina Cecilia Taylor: “Chiunque tra quelli che ho incontrato che è stato in guerra sembra aver perduto la giovinezza e la fiducia nell’umanità, fatta eccezione per quelli imbevuti di patriottismo, una cosa che ai miei occhi è la più grande cretinata del mondo”. E ancora: “Posso finire ammazzato per l’America, ma morirò solo per me stesso”. Ma c’è anche il Fitzgerald più noto, innamorato di Zelda e poi sposato, turbolento insieme a lei e alcolizzato, sconfitto negli ultimi anni della sua vita (o quantomeno così si percepiva) ma capace sempre e comunque di scrivere di tutto e di azzerare ogni distanza tra finzione e vita.

Scott l’italiano

Uno dei capitoli del volume è dedicato alla fortuna critica di Fitzgerald in Italia, dal 1941, quando Elio Vittorini lo incluse nell’antologia Americana nella sezione Eccentrici, una parentesi (scrive giustamente Antonelli: “quasi fosse uno che con quel gruppo non c’entrasse nulla”), alle traduzioni e introduzioni di Fernanda Pivano, fino all’omaggio che Alberto Arbasino gli rende nel suo Fratelli d’Italia, dove Fitzgerald diventa personaggio. Antonelli ricostruisce così un percorso che riflette non solo l’evoluzione della critica italiana, ma anche i cambiamenti culturali del nostro Paese.

Del resto l’Italia non manca nella vita e nelle opere di Fitzgerald: tra i vari aneddoti, il libro racconta il famoso episodio del suo arresto a Roma, nel 1924, che poi lo scrittore romanzò in Tenera è la notte. Scott ebbe un diverbio con un tassista che gli aveva chiesto una cifra esorbitante per portarlo dal caffè Imperiale in corso Umberto I (l’attuale via del Corso), dove era stato ad ascoltare musica e a ballare, all’hotel Quirinale, dove alloggiava. La lite si trasformò in una rissa bella e buona, coinvolgendo altri tassisti, passanti e presto anche poliziotti, che arrestarono Fitzgerald e lo portarono alla stazione dei carabinieri di piazza San Lorenzo in Lucina. Nel libro c’è anche l’immagine di una cartellina rosa che Antonelli ha ritrovato all’Archivio centrale dello Stato. La scritta dice: “Reati. Anno 1924. Roma. Arresto dello straniero Scott Fitgerat”, quasi fosse un’invenzione involontaria dell’ennesimo alter ego pronto per diventare protagonista di un romanzo. «Fitzgerald è stato soprattutto un grande scrittore» conclude Antonelli,«non solo l’enfant terrible di cui tutti ci danno notizia. È giusto che il mondo se ne accorga».

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