Se cercate su Google Maps "United States of Kailaasa" non trovate niente, per una buona ragione: non esistono. Eppure questa "micronazione" ha una bandiera, batte moneta, emette passaporti; sostiene di essere l'unica legittima discendente di antichi regni indù e di rappresentare almeno due milioni di fedeli induisti sparsi per il mondo. L'idea è venuta a Paramahamsa Nithyananda, maestro spirituale (o santone, a seconda dei punti di vista) di una comunità (o di una setta, a seconda dei punti di vista) che aveva sede a Bangalore, in India, fino a qualche anno fa. Fino a quando, cioè, Nithyananda non è stato accusato di aver rapito bambini per crescerli nel suo ashram e di aver stuprato almeno una seguace. Da allora il maestro è latitante in una località segreta, ma suoi rappresentanti spuntano qua e là per il mondo alla ricerca di quello che manca a Kailaasa per essere un vero e proprio Stato, una specie di Vaticano induista: un territorio. Dove, va da sé, il guru potrebbe rifugiarsi, pregare e regnare al riparo dalla giustizia degli uomini.
È qui che comincia l'ultima puntata di questa bizzarra storia, raccontata dal Guardian citando il giornale boliviano El Deber. Già perché dopo averci provato in Ecuador, in Paraguay, e persino a Newark, New Jersey, a due passi da New York, gli emissari del santone sarebbero riusciti ad acquisire per il loro Stato fittizio decine di migliaia di ettari nella foresta amazzonica della Bolivia: in particolare nel cosiddetto Tim (Territorio Indígena Multiétnico) 2, che si estende tra i dipartimenti di Beni e Pando. E lo hanno fatto firmando contratti con rappresentanti di alcuni dei popoli indigeni della zona (Baure, Ese Ejja, Cayubaba), che in cambio di qualche centinaio di migliaia di dollari avrebbero ceduto per mille anni ogni diritto sulle terre e sulle loro risorse naturali, impegnandosi anche a riconoscere e difendere il fantomatico Stato di Kailaasa, i suoi futuri abitanti e il suo capo da eventuali attacchi esterni. «Una specie di monarchia con gli indigeni come sudditi» dice la giornalista boliviana che ha svelato la storia. Ora il governo boliviano ha dichiarato nulli i contratti ed espulso una ventina di affiliati alla setta che battevano le foreste in cerca di nuove terre. Anche i leader ufficiali dei popoli indigeni hanno denunciato la truffa e ribadito la loro intenzione di non cedere le terre ancestrali. Restano parecchi dubbi su come gli adepti di una controversissima setta indù siano riusciti ad arrivare indisturbati a un passo dal realizzare la loro distopia amazzonica. Le vie del colonialismo sono davvero infinite.
Dalla newsletter Finalmente è Venerdì dell’11 aprile 2025. Clicca per leggere e iscriverti, è gratis