✕

C’era una volta a Beirut

13 aprile 1975: il bus dopo l’attacco dei falangisti. Il bilancio ufficiale fu di 27 vittime. AFP via Getty Images 

Ascolta l'audio

A 50 anni dallo scoppio della guerra civile, siamo tornati nella capitale libanese per ripercorrere le tappe di un disastro infinito. Come ci dimostra la storia del pulmino da cui tutto cominciò. Reportage
6 minuti di lettura

«Non è mai finita». Ayman Nahle ce lo dice rassegnato mentre controlla le notifiche sul cellulare. Ce n’è una più importante delle altre: gli arriva su X da Avichai Adraee, portavoce delle Forze armate israeliane, una celebrità da queste parti. Annuncia che fra pochi minuti l’Idf bombarderà un obiettivo a meno di due chilometri da qui. Siamo nella sala riunioni di Umam, centro studi nel mezzo di Dahie, periferia Sud di Beirut, roccaforte del movimento sciita Hezbollah, acerrimo nemico di Israele. Da più di un’ora Nahle difende con passione il suo punto di vista sul tema che siamo venuti a discutere con lui: cinquant’anni dall’inizio della guerra civile in Libano, 13 aprile 1975. «Da quel giorno non c’è mai stata pace, la guerra non è mai finita». Arriva il messaggio di Adraee e la discussione bruscamente si interrompe. Nahle ci guida verso le stanze più protette, con la tranquillità di chi questa scena l’ha già vissuta svariate volte. Pochi minuti e il missile arriva, puntuale. «Gli i…

«Non è mai finita». Ayman Nahle ce lo dice rassegnato mentre controlla le notifiche sul cellulare. Ce n’è una più importante delle altre: gli arriva su X da Avichai Adraee, portavoce delle Forze armate israeliane, una celebrità da queste parti. Annuncia che fra pochi minuti l’Idf bombarderà un obiettivo a meno di due chilometri da qui. Siamo nella sala riunioni di Umam, centro studi nel mezzo di Dahie, periferia Sud di Beirut, roccaforte del movimento sciita Hezbollah, acerrimo nemico di Israele. Da più di un’ora Nahle difende con passione il suo punto di vista sul tema che siamo venuti a discutere con lui: cinquant’anni dall’inizio della guerra civile in Libano, 13 aprile 1975. «Da quel giorno non c’è mai stata pace, la guerra non è mai finita». Arriva il messaggio di Adraee e la discussione bruscamente si interrompe. Nahle ci guida verso le stanze più protette, con la tranquillità di chi questa scena l’ha già vissuta svariate volte. Pochi minuti e il missile arriva, puntuale. «Gli israeliani sono estremamente precisi»: in lontananza si sente l’esplosione. Khalas, basta, ha ragione lui, non è mai finita.

Parigi addio

Dunque tutto comincia il 13 aprile 1975, in quella che le cronache di allora descrivono come una bellissima domenica di sole. Ain el Rummaneh, sobborgo di Beirut, lungo la strada che conduce all’aeroporto: Pierre Gemayel, capo del Partito falangista, i cristiani di destra, è a messa. Sono anni che i suoi miliziani si scontrano con i militanti palestinesi che dopo la cacciata di Yasser Arafat dalla Tunisia si erano rifugiati in Libano. Alla fine della celebrazione, sul sagrato della chiesa, parte una sparatoria. Per terra rimane Joseph Abou Assi, una delle guardie del corpo di Gemayel. Sarebbe potuta finire lì, l’ennesimo episodio di violenza di quei mesi.Così non è. Meno di due ore più tardi, su quella stessa strada, passa un bus carico di palestinesi. Tornano da una manifestazione. Al volante c’è Mustapha Hussein, proprietario del mezzo, un Fargo rosso. I falangisti aprono il fuoco. Vogliono vendetta subito. Hussein cade sotto il volante, ferito, mentre per almeno dieci minuti i colpi crivellano il suo autobus. Alla fine, i soccorritori recuperano 27 cadaveri: l’autista è l’unico ancora vivo.

La guerra civile che dividerà formalmente il Paese per quindici anni, trasformando Beirut – “la Parigi del Medio Oriente”, come veniva chiamata negli anni 60 – ne “la città più pericolosa del mondo”, comincia così. Da quel giorno il Libano non ha più trovato pace, come dimostrano anche le cronache di questi mesi.

On the road

Nulla racconta la storia del Libano come la storia di quel pulmino: al bosta, l’autobus in arabo, qui lo chiamano tutti così, senza bisogno di aggettivi. Negli anni è diventato il simbolo di un Paese senza memoria e quindi senza giustizia, e dell’assenza di uno Stato. Ad Ain el Rummaneh, oggi, della strage non c’è alcuna traccia. Una targa ricorda l’omicidio di Abou Assi, ma non dice nulla delle altre vittime. Sfogliando i giornali di allora, è chiaro che sin dal primo giorno a nessuno interessa individuare i killer. Nei giorni successivi la catena di vendette che seguì la strage viene raccontata a pezzi, senza capire che quel 13 aprile sarebbe stato un punto di non ritorno. Si deve arrivare all’autunno prima che qualcuno usi l’espressione “guerra civile”.E il bosta? Non appena uscito dall’ospedale, Hussein si mette a riparare il Fargo rosso e continua a guidarlo come prima, ma nelle strade diventate sempre più insidiose di Beirut. Attraversa al volante le varie fasi del conflitto. Cristiani contro musulmani, arroccati a East e West Beirut. L’intervento siriano del 1976. L’invasione israeliana nel 1982, con i massacri nei campi profughi palestinesi di Sabra e Chatila. La strage dei marines Usa l’anno dopo.Ci vogliono più di centocinquantamila morti per arrivare agli Accordi di Taif che, nel 1990, sanciscono la nuova spartizione del potere relegando i cristiani a un ruolo di minoranza fra le 18 confessioni che compongono il mosaico libanese. Esattamente ciò che in quella domenica di cinquant’anni fa Gemayel e i suoi volevano evitare.

Un mito pop

Dopo gli accordi, il Libano prova a rinascere. Sotto la guida di Rafiq Hariri, imprenditore edile che ha fatto fortuna in Arabia Saudita, all’inizio degli anni 2000 Beirut torna alla vita: le macerie vengono gettate in mare per ammodernare il centro della città, gli edifici ricostruiti in stile Dubai, i locali notturni invadono la zona della ex Linea verde, e i soldi riprendono a scorrere a fiumi – come lo champagne. La parola d’ordine è: “Dimenticare”.Il povero Moustapha Hussein non riesce a godersele le strade della nuova Beirut: malato, l’autista del Fargo muore nel 1998 a 68 anni. Poco dopo, convinta che fosse stato quel maledetto autobus a portare sfortuna alla famiglia, sua moglie lo vende a un tassista, Sami Hamdan.Un giovane giornalista, Zaven Kouyoumdjian, tra i pochi che invece non vogliono dimenticare, si mette in testa di ritrovare il bosta. «Nessuno voleva parlare di quello che era accaduto da quel 13 aprile» ci racconta oggi seduti in un caffè nel centro della città. «C’era il nuovo Libano da celebrare. A me una riflessione su ciò che era stato sembrava fondamentale, perché senza memoria non può esserci alcuna giustizia». Quando nel suo libro, Lebanon Shot Twice, pubblica le foto del pulmino ritrovato, il Fargo diventa una specie di mito pop, rappresentato su quadri (come quello di Houssam Bokeili che pubblichiamo sulla nostra copertina), tazze, magliette.

Sulla scia del successo, nell’aprile 2007, il Fargo viene esposto in un parco di Beirut, sotto gli occhi vigili del tassista Hamdan, stupito dalla tanta attenzione che suscita il vecchio autobus che aveva da poco mandato in pensione. Anche quel giorno c’era il sole, accorsero in tanti, c’ero andata anch’io. Tutti impegnati a scattare foto al bus, pochi a discutere delle ragioni che avevano spinto il giornalista a cercarlo.

Del resto, era un’impresa impossibile. Due anni prima Hariri, l’uomo della ricostruzione, era stato fatto saltare in aria di fronte al mitico Hotel San Georges, nel cuore di Beirut. Pochi mesi dopo, il rapimento di due soldati israeliani da parte di Hezbollah aveva dato inizio alla guerra del 2006: 33 giorni in cui tutto il Libano venne bombardato a tappeto, fra la rabbia dei tanti (cristiani, sunniti, ma anche sciiti) che in quella guerra erano stati trascinati. Nel parco pubblico, il bus sembrava ammonire i libanesi che senza fare i conti con il passato il futuro era destinato a fallire. Pochi capirono il messaggio. Il Paese restò in mano ai signori della guerra, trasformatisi in politici. E nessuno di loro aveva interesse a parlare di memoria, né tantomeno di giustizia.Il bosta sparì di nuovo, saldamente nelle mani di Hamdan, che a quel punto pensava solo a trasformarlo in business.

Nonostante gli appelli di Kouyoumdjian, a nessuno venne in mente che a preservarlo dovesse essere lo Stato. Perchè un vero Stato in Libano non c’è.

La maledizione

Il Fargo riemerge, quattro anni dopo, grazie a una coppia molto speciale. Per tutti noi che frequentavamo Beirut in quel periodo, Monika Borgmann e Lockman Slim erano, semplicemente, l’altro Libano: tedesca lei, libanese e sciita lui, lottavano per dare voce al Paese “normale”. Detestavano il conflitto perenne creato da Hezbollah tanto quanto i vecchi signori della guerra impegnati a spartirsi il potere. Slim era uno dei pochi che aveva il coraggio di criticare Hezbollah in pubblico: lo faceva dall’interno della comunità sciita, dal cuore di Dahie. È stato lui a trasformare parte della casa di famiglia, nel centro del quartiere, in Umam, un luogo in cui ricordare tutto ciò che il Libano si rifiuta di vedere: i prigionieri scomparsi in Siria, i crimini delle milizie, la guerra civile. Naturale, dunque, che il bus tornasse a comparire proprio lì.

L’esposizione del 2011 fu un successo clamoroso, raccontato dal New York Times e dalla Cnn. Tanto clamoroso da portare guai: il tassista pretese 100 mila dollari per lasciare l’autobus negli spazi protetti di Umam, e quando Borgmann e Slim gli dissero che non li avevano, lui se lo portò via, per parcheggiarlo nel giardino di sua sorella a Nabatye, nel Sud. Qui il vecchio Fargo inizia a trasformarsi in un ammasso di ruggine. Due volte Slim tenta di salvarlo, ancora nel 2011 e poi di nuovo nel 2019, per trovarsi di fronte alla stessa assurda richiesta: 100 mila dollari, cash.È una delle ultime cose che fa. Nell’agosto del 2020, a Beirut, la più grande esplosione non nucleare della storia fa 218 morti e distrugge parte della città. A far saltare tutto in aria sono le 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio stipate nei silos del grano del porto. Slim punta subito il dito contro Hezbollah e il suo leader, Hassan Nasrallah, che controlla il porto e vi ha ammassato l’esplosivo per usarlo in Siria. Le sue accuse, e l’inchiesta che conduceva alle finanze del gruppo, ne segnano la condanna a morte: nel febbraio 2021 il corpo senza vita di Slim viene ritrovato a Adousieh, nel Sud, ucciso con sei proiettili sparati a distanza ravvicinata, uno alla schiena e cinque alla testa – per paradosso non lontano dal luogo dove giace il Fargo. Per il suo omicidio, come per la strage del 1975, come per quella del porto nel 2020, non ci sono responsabili. Solo quella che Monika, la vedova, chiama «impunità totale».

Non finirà mai

Fra due giorni, per l’anniversario della strage, Umam riaprirà con una mostra e un concorso sulla memoria riservato ai giovani. Il bus non ci sarà. Il signor Hamdan, raggiunto dal Venerdì, si rifiuta anche solo di mostrarcelo se non di fronte al pagamento di alcune migliaia di dollari.

«Sogno di vederlo un giorno in un museo quel vecchio autobus arrugginito, ma non credo che succederà mai», ci dice Marwan Chanine, giornalista franco-libanese che alla strage del ’75 ha dedicato un libro: in copertina, naturalmente, al bosta.Le ultime notizie sembrano dargli ragione: la ripresa degli attacchi israeliani, ma anche il braccio di ferro fra il presidente Joseph Aoun e il governo riformista su nomine-chiave come quella del governatore della Banca centrale. «Sta vincendo Aoun, e con lui quelli che hanno portato il Paese alla rovina», conclude sconsolato Nahle. Passano pochi minuti e Hamdan, il tassista, ci manda un messaggio via WhatsApp. Spera ancora di convincerci a pagare per fotografare il suo pulmino. No, non è finita – e chissà se finirà mai.

Sul Venerdì dell’11 aprile 2025

Leggi i commenti