A Beirut spie, ragazze e avventurieri: il mondo visto dal Saint Georges
di Bernardo ValliKim Philby finiva l’articolo settimanale per l’Observer nel pomeriggio di venerdì, e, dopo averlo trasmesso a Londra, si installava al bar dell’Hotel Saint Georges. Si appollaiava sull’alto sgabello incollato al banco e teneva la testa china sul bicchiere di whisky come un sacerdote sul calice. La sua sagoma piegata sull’altare del Saint Georges era illuminata da due fasci di luce incrociati, uno proveniente da destra, dalla terrazza sul mare, l’altro dalla porta a vetri sul lato opposto, aperta sulla hall e sulle sue finestre dalle quali si vedeva la città bianca di Beirut in salita. Philby martire e traditore meditava l’ultima fuga. Una donna stava alle sue spalle, in attesa, seduta a un tavolino, davanti a una bottiglia d’acqua minerale. Era la signora Brewer, che poi se ne andò con lui a Mosca? Ancora oggi lo ignoro.
Il marito della signora Brewer era un giornalista americano, Sam Brewer, corrispondente del New York Times da Beirut. «Sam doveva tener d’occhio Kim per conto della C…
Kim Philby finiva l’articolo settimanale per l’Observer nel pomeriggio di venerdì, e, dopo averlo trasmesso a Londra, si installava al bar dell’Hotel Saint Georges. Si appollaiava sull’alto sgabello incollato al banco e teneva la testa china sul bicchiere di whisky come un sacerdote sul calice. La sua sagoma piegata sull’altare del Saint Georges era illuminata da due fasci di luce incrociati, uno proveniente da destra, dalla terrazza sul mare, l’altro dalla porta a vetri sul lato opposto, aperta sulla hall e sulle sue finestre dalle quali si vedeva la città bianca di Beirut in salita. Philby martire e traditore meditava l’ultima fuga. Una donna stava alle sue spalle, in attesa, seduta a un tavolino, davanti a una bottiglia d’acqua minerale. Era la signora Brewer, che poi se ne andò con lui a Mosca? Ancora oggi lo ignoro.
Il marito della signora Brewer era un giornalista americano, Sam Brewer, corrispondente del New York Times da Beirut. «Sam doveva tener d’occhio Kim per conto della Cia e nell’operazione ci rimise la moglie», raccontano i superstiti colleghi di Philby e di Brewer.Allora io non sapevo tutte queste cose. Non pensavo che Philby fosse una spia. Leggevo i suoi intelligenti articoli sul Medio Oriente, e mi incuriosiva in quanto figlio di Philby Pascià, l’orientalista convertitosi all’Islam, uno dei creatori dell’Arabia Saudita, l’inglese che fece di tutto affinché una compagnia americana ottenesse la concessione del petrolio saudita. Philby padre era un aristocratico britannico che non amava la democrazia britannica. Come il figlio. I Philby erano intellettualmente avventurosi. Per questo piacevano a Graham Greene. Entrambi, padre e figlio, hanno rinnegato il loro Paese. La Beirut in cui Philby rifletteva sull’ultimo e definitivo tradimento davanti al bicchiere di whisky, era una Vienna mediorientale: stava al mondo arabo come Vienna al mondo comunista. Era un approdo privilegiato, il meno tedioso della regione e il più ricco di notizie sui regimi limitrofi autoritari e non senza misteri. C’era sempre qualcuno in arrivo o in partenza per la Siria, l’Iraq, l’Egitto, gli emirati del Golfo, l’Arabia Saudita, e un’indiscrezione autentica o inventata non era negata a nessuno. Il Libano era anche un Paese di grande permissività economica, con molte banche e innumerevoli traffici, spesso illeciti ma sempre tollerati. Era un’eccezione in un’area geografica in cui i socialismi arabi riducevano lo spazio del libero mercato.Beirut era un mercato spalancato a tutto e a tutti, in cui gli arabi potenti venivano a fare quel che proibivano ai loro sudditi in patria. Oltre al fascino dell’ambiguità, la città offriva un piacere di vivere assai raro, era un’oasi d’ospitalità in una regione agitata ed ispida.
Sulla terrazza dell’Hotel Saint Georges, da dove proveniva la luce del mare che il venerdì pomeriggio illuminava la sagoma piegata di Philby, si potevano leggere tutti i giornali del mondo, senza censure, e si poteva parlare ad alta voce, senza rischio, di tutti i dittatori e monarchi arabi, assorbendo eccellenti caffè turchi (“amari”, “giusti”, “medi”, “all’odore”, secondo la quantità di zucchero). Al Saint Georges si incontravano signori libanesi generosi in sorrisi indulgenti e in conversazioni poliglotte. Le frasi arabe si alternavano a quelle francesi o inglesi. Le battute di spirito e le formule di gentilezza erano ben confezionate, come gli abiti di buon taglio che quei signori indossavano. Avevano il grande merito di farti sentire a tuo agio.Una mattina il mio amico Edouard Saab arrivò trafelato al Saint Georges e mi annunciò che Kim Philby si trovava a Mosca. Ormai smascherato come spia sovietica era fuggito attraverso la Siria.
Edouard era un cristiano maronita ed era redattore capo di Le Jour. Fu ucciso una decina di anni dopo la fuga di Philby, all’inizio della guerra civile, nelle vicinanze del Museo. Guidava l’automobile quando fu colpito da una pallottola alla testa. Gli era accanto Henry Tanner, del New York Times, il quale fu investito da un pulviscolo di schegge del parabrezza ma riuscì ad afferrare lo stesso il volante. Ancora oggi Henry sostiene che Edouard era uno sbadato. Tanto distratto nell’imboccare una strada notoriamente micidiale quanto generoso nella vita.Quelle immagini e quei volti si riaccendevano puntualmente quando passavo davanti alle rovine del Saint Georges. Le bombe cristiano-maronite o cristiano-ortodosse, quelle musulmano-sunnite o musulmano-sciite o druse, quelle israeliane e siriane, hanno arato l’intera area circostante.
Per molto tempo, guardando le macerie del Saint Georges, mi sono chiesto dove mai andassero a leggere i loro giornali e a bere i loro caffè i superstiti più raffinati di quella società tanto ospitale, incontrati ai tavoli della terrazza su cui si affacciava il bar di Philby. Era una società aperta, disponibile per natura e per interesse.
Per decenni, prima di autodistruggersi, aveva accolto un ampio campionario di esseri umani. Dalle spie, mosse da ideali come Philby o dal denaro come tanti altri, ai mercanti ipnotizzati dai vicini pozzi di petrolio, dei quali il Libano era l’anticamera o l’ufficio di pubbliche relazioni. Dai trafficanti d’armi e di droga ai ruffiani di alto o infimo livello. Dai ricercati delle più svariate nazionalità, felici di trovare una terra riluttante a concedere l’estradizione (tra i frequentatori del Saint Georges c’erano due italiani: un bancarottiere milanese e un esule politico noto come “l’ultima raffica di Salò”) agli intellettuali attirati dal Levante, sulle tracce di Lamartine e del meno romantico Flaubert, frequentatore dei bordelli di Beirut, e di Renan, che in Libano scrisse la sua meravigliosa e proibita Vita di Gesù. Dalle ragazze scandinave dei night club, ansiose di farsi rapire da uno sceicco di passaggio in Cadillac, ai rivoluzionari calamitati dalla tragedia palestinese e dall’annunciato risorgimento arabo. E naturalmente tanti giornalisti, tra i quali era difficile distinguere i veri dai falsi.
Dopo tanto tempo ho ritrovato infine uno di quei signori libanesi ben educati e ben vestiti, che pensavo fossero scomparsi insieme al Saint Georges. L’ho scoperto con grande delizia in libreria, in un volume smilzo, di cento pagine, e con un titolo appropriato: Lettera Postuma (Theoria, pagg. 100, lire 18.000). Un signore tra i sessanta e i settant’anni scrive a un’amica francese mentre la guerra civile distrugge con minuziosa follia Beirut e la sua società. Egli si guarda bene dal raccontarle l’agonia del vecchio Libano, dal descriverle nei dettagli la fine di quell’“abisso di dolcezza” che in fin dei conti giustificava tante imposture. Ma c’era poi veramente dietro quelle imposture un vero e proprio Paese? Non esisteva unicamente come un’ “ambizione ossessiva”? La sola tentazione di elencare fatti di sangue e situazioni politiche fa inorridire quel signore sulla china degli anni. Invece si sofferma sui suoi stati d’animo, sui ricordi, sulle immagini intime, sulle riflessioni che gli vengono alla mente guardando alla televisione, come milioni di persone in Paesi remoti, la gente che si sbudella sotto casa. Ne escono pagine struggenti e delicate. Affiora senza enfasi il sofferto amore per il Paese natale in cui si svolge la prova generale dell’apocalisse. Un’apocalisse che a tratti diventa farsa. Una farsa tragica lasciata in controluce: ad essa il malinconico signore contrappone la rievocazione, ora velata ora disincantata, di una dolcezza di vivere irrecuperabile. La lingua francese gli serve ad esprimere con squisita precisione quel che “sente in arabo”. (Purtroppo di quella precisione restano scarse tracce nella traduzione italiana).
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Nei giorni – rimpianti – della Beirut del Saint Georges non immaginavo certo tanti sentimenti e tanta finezza nel coro di signori libanesi, eleganti e cortesi, che facevano da sfondo al dramma importato di Kim Philby, cittadino britannico e spia sovietica. Quelli che guardavo come comparse erano i veri protagonisti. Nella cornice libanese la comparsa era Philby.Quali grossolani, imperdonabili errori, anche di gusto, può compiere chi viaggia per mestiere! Ha tuttavia un’attenuante. I sentimenti del vecchio signore che scrive all’amica francese sono in realtà quelli di una giovane signora libanese, bella e colta. La quale a vent’anni era più preoccupata di Frédéric in L’Education sentimentale e di Swann innamorato di Odette che del futuro dell’incerta nazione libanese. Se ha prestato la sua penna a un uomo nel declino degli anni è forse per usufruire della sua memoria e grazie ad essa spaziare più ampiamente nel tempo. L’autore della Lettera Postuma, Dominique Eddé, porta un cognome noto e rispettato in Libano. Nella sua famiglia ci sono stati e ci sono tanti signori eleganti e generosi in sorrisi indulgenti. Ne ho incontrati alcuni. Avevano anche il coraggio civile di non partecipare al massacro, di rifiutarlo. I modelli non mancavano a Dominique Eddé. Ma il vecchio uomo al quale ha prestato il cuore e la mano è l’opera di una vera scrittrice
(Questo articolo è stato pubblicato su La Repubblica del 22 maggio 1994 con il titolo Beirut, piacere di vivere)
Sul Venerdì del 11 aprile