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Simone Vagnozzi, allenatore di Sinner: “Ecco come Jannik si prepara a tornare in campo”

Jannik Sinner con il coach Simone Vagnozzi (Getty images) 

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Ha da poco festeggiato i tre anni da coach del Numero 1 al mondo. Ora, dopo lo stop forzato, è pronto a tornare al suo fianco. E a entrare nella sua testa. Intervista
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Dopo ogni vittoria l’immagine è quella di un cerchio che ruota intorno a un ragazzo. È un abbraccio libero, occhi lucidi, sudore e gratitudine. Al centro Jannik Sinner e tutto il mondo fuori. Al momento, nel tennis e forse anche altrove, niente rappresenta meglio il concetto di squadra. Il tennis è lo sport in cui si parla da soli, lo scrive Andre Agassi e lo sperimenta chiunque. Però per un giocatore dev’essere un sollievo sapere che nel momento in cui deciderà di alzare gli occhi ci sarà qualcuno pronto a sostenere il suo sguardo. Simone Vagnozzi ha da poco festeggiato il terzo anno al fianco del numero uno al mondo, quando si sono conosciuti era il numero 10. Ha 41 anni, da giocatore è stato 161 del ranking, nel 2018 era l’allenatore che ha portato Marco Cecchinato in semifinale al Roland Garros. «Da tennista il mio grande limite è stato pensare che sarei stato più bravo ad aiutare gli altri che me stesso. Ai tempi viaggiavamo spesso soli. Mi piaceva stare sugli spalti e dare una m…

Dopo ogni vittoria l’immagine è quella di un cerchio che ruota intorno a un ragazzo. È un abbraccio libero, occhi lucidi, sudore e gratitudine. Al centro Jannik Sinner e tutto il mondo fuori. Al momento, nel tennis e forse anche altrove, niente rappresenta meglio il concetto di squadra. Il tennis è lo sport in cui si parla da soli, lo scrive Andre Agassi e lo sperimenta chiunque. Però per un giocatore dev’essere un sollievo sapere che nel momento in cui deciderà di alzare gli occhi ci sarà qualcuno pronto a sostenere il suo sguardo. Simone Vagnozzi ha da poco festeggiato il terzo anno al fianco del numero uno al mondo, quando si sono conosciuti era il numero 10. Ha 41 anni, da giocatore è stato 161 del ranking, nel 2018 era l’allenatore che ha portato Marco Cecchinato in semifinale al Roland Garros. «Da tennista il mio grande limite è stato pensare che sarei stato più bravo ad aiutare gli altri che me stesso. Ai tempi viaggiavamo spesso soli. Mi piaceva stare sugli spalti e dare una mano agli amici durante i match».

Nel febbraio del 2022 è cominciata l’era Jannik Sinner. I due hanno giocato subito a carte scoperte, gli obiettivi dichiarati fin dall’inizio: vincere tornei dello Slam, tanti, la prima posizione in classifica. Oggi gli Slam sono tre, due consecutivi, e da oltre quaranta settimane Sinner è il numero uno del ranking. Il tennis sembra essere nelle loro mani, la manifesta superiorità si è rivelata anche e soprattutto in sua assenza. Assenza che sta per finire, visto che Jannik tornerà in campo per gli Internazionali d’Italia.

Sinner, il video del primo allenamento dopo la sospensione

Come state vivendo questo periodo?
«Stiamo bene. Staccarci dal tennis per un po’ di settimane non ci ha fatto male. Il circuito è una giostra che continua ad andare, ci sono poche pause. Quando sei in cima ti viene richiesto il 100 per cento ogni settimana».

Voi siete stati costretti a scendere dalla giostra per tre mesi.
«Il tennis è una metafora della vita. Richiede capacità di adattamento in circostanze sempre nuove. Palline, superfici, continenti diversi. Noi non potevamo far altro che accettare quello che sarebbe arrivato, cercando di tirare fuori il meglio da questo stop».

Senza Sinner sembra regnare il caos. Come mai?
«Confesso che in queste settimane ho staccato davvero la spina. Ho acceso poco la tv».

Come definirebbe il vostro rapporto? È corretto parlare di amicizia?
«Viviamo insieme 24 ore al giorno in certi periodi dell’anno, è normale instaurare un rapporto che va oltre la professione. Ma serve equilibrio, è fondamentale non diventare troppo amici, perché l’amicizia impedisce di prendere decisioni importanti ma necessarie. È un compromesso dove non può prevalere l’aspetto tecnico, serve empatia. Siamo persone».

Guardando il vostro team nel box durante le partite sembra che abbiate imparato a trattenere le emozioni, come se il vostro compito fosse quello di trasmettere calma anche in mezzo al dramma. Quanto è difficile?
«I giocatori in campo hanno già i loro problemi, il nostro compito è non aggiungerne altri, dimenticarci delle nostre vite, trasmettere all’atleta fiducia e consapevolezza, in qualsiasi situazione di punteggio. Sacrifichiamo tanto, 35 settimane all’anno in giro per il mondo. Ma c’è una gioia profonda nell’aiutare qualcuno a raggiungere i propri traguardi».

C’è una scena emblematica. Australian Open 2024, prima finale Slam dell’azzurro, contro Medvedev. Il russo è in vantaggio, lei gli dice una frase e da quel momento la partita cambia. Da due set a zero, Jannik rimonta e conquista il titolo.
«Spesso appoggiamo un asciugamano sopra il microfono per non farci sentire. Quella volta gli ho dato un consiglio sulla posizione da tenere in risposta, volevo che cambiasse qualcosa, che fosse imprevedibile. Lui all’inizio non lo ha seguito. Però da lì il match è cambiato. Quando decidiamo di dire qualcosa al giocatore in campo dobbiamo cercare di stare dentro al suo corpo, comprendere in che momento si trova. Ci vuole coraggio. Di quel dritto lungolinea con cui ha chiuso la partita noi non abbiamo meriti, lì c’è tutto Jannik».

Cosa ha provato ad assistere alla prima finale Slam da coach?
«Ero consapevole che non sarebbe stata l’ultima. Avevo al fianco Darren Cahill, che in quella situazione ci era già stato. È stata una bella sicurezza».

Quest’anno si interrompe la vostra collaborazione, Cahill smetterà di allenare. Qual è l’insegnamento più grande che le ha dato?
«Darren sa come comunicare con i giocatori, il suo linguaggio del corpo è molto efficace. Osservandolo credo di essere migliorato anche io».

Un litigio tra lei e Sinner?
«Litigi non ce ne sono mai stati. Abbiamo avuto confronti, anche accesi. Mi ricordo il Roland Garros del 2023, secondo turno contro il tedesco Daniel Altmaier. Bisogna capire la tensione del giocatore, lì ho notato che pur avendo lottato fino alla fine si è molto lamentato, il body language era negativo. L’avversario ne ha approfittato. Nel tennis è importante non dare segnali, nessuno deve sapere cosa provi, nessuno deve sapere cosa proviamo noi. Quando scendiamo in campo indossiamo quella che io chiamo poker face. Abbiamo parlato a lungo di quell’episodio, non è più successo di vederlo così».

Quando ha capito che la strada era giusta?
«Mai dubitato. Ma il clic è avvenuto a Pechino nel 2023, quando ha vinto contro Alcaraz e subito dopo con Medvedev. Lì gli ho visto fare delle cose mai fatte prima, le discese a rete soprattutto. Uno dei primi obiettivi che ci siamo dati riguardava proprio Medvedev, trovare il modo di batterlo».

Quali sono i campioni del passato che ritrova in Sinner?
«Io penso che la sua sia un’evoluzione del gioco di Djokovic. Mi sembra che si difenda come Nole ma che riesca a essere più aggressivo rispetto a lui».

Anche la voglia di vincere sembra essere la stessa dei Big 3: Federer, Nadal e Djokovic.
«Quella ce l’hanno tutti, li vedo quando si allenano. Non è detto però che arrivino i risultati. Ho visto giocatori che a 19 anni erano molto forti e oggi che ne hanno 25 sono esattamente allo stesso punto. Non sono migliorati, hanno solo acquisito esperienza».

Si riferisce al numero 2 del mondo Sascha Zverev?
«Sono convinto che Zverev vincerà uno Slam, almeno. È migliorato molto dopo l’infortunio alla caviglia. Ha fatto più passi in avanti da quel momento in poi che in tutto il periodo precedente».

Chi è più forte: Alcaraz o Sinner?
«Lo scopriremo quando la loro carriera sarà finita e faremo il conto dei titoli vinti. Sono giocatori straordinari, ma dipende dalla superficie, dal clima della giornata, dall’orario in cui scendono in campo...».

Cosa può migliorare ancora Sinner?
«Dettagli. Quando l’ho conosciuto era un ottimo giocatore con poca visione tattica. Oggi ce l’ha, ha migliorato il servizio e la discesa verso rete. Può lavorare ancora su alcune variazioni sulla terra e diventare più sicuro quando scende a rete».

Quale dote apprezza di più in lui?
«Non si prende mai troppo sul serio, non si sente speciale. Insomma, non se la tira».

Chi ci sarà dopo Cahill?
«Dobbiamo ancora parlarne. Siamo tranquilli, arriverà. Dovrà essere una persona che sappia cosa vuol dire essere numero uno del mondo e che goda della stima di Jannik».

Come ha reagito alla notizia della positività al doping?
«È stato uno shock. Dopo aver ricostruito ciò che è accaduto ho detto a Jannik che dovevamo andare in giro a testa alta. Non aveva fatto nulla di sbagliato, chi ha letto i documenti lo sa. Non auguro a nessuno di vivere una situazione del genere».

Qualche settimana fa ha incontrato Roberto Baggio. Cosa vi siete detti?
«Mi piace incontrare i fuoriclasse, è utile per il mio lavoro capire come ragionano. A proposito di Jannik mi ha detto una cosa soltanto: “Fallo stare bene”».

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