Tony Goldwyn: il cinema per me è un affare di famiglia
di Paola JacobbiTony Goldwyn è un volto conosciuto della televisione: sta nel cast della serie Law & Order e certamente in molti lo ricordano per il suo ruolo del presidente degli Stati Uniti in Scandal. È anche un regista e il suo ultimo film, In viaggio con mio figlio, sarà in sala dal prossimo 24 aprile. Se però il suo volto non basta a dirvi qualcosa, pensate al cognome e, in effetti, Tony Goldwyn, 64 anni, discende da quei Goldwyn lì. Come si definisce lui, scherzando, è un nepo baby da tre generazioni.
Il nonno Samuel Goldwyn (ebreo emigrato in America dalla Polonia, nome originale Schmuel Gelbfisz) ha cominciato a produrre film prima dell’avvento del sonoro ed è unanimemente considerato l’inventore dell’industria cinematografica per come la conosciamo. Prima in proprio, poi in società con Louis B. Mayer, altro “mogul” dell’epoca, le produzioni di Samuel Goldwyn, annunciate dal ruggito del leone sotto la scritta Metro-Goldwyn-Mayer, hanno fatto la storia, con titoli che vanno dal musical Bu…
Tony Goldwyn è un volto conosciuto della televisione: sta nel cast della serie Law & Order e certamente in molti lo ricordano per il suo ruolo del presidente degli Stati Uniti in Scandal. È anche un regista e il suo ultimo film, In viaggio con mio figlio, sarà in sala dal prossimo 24 aprile. Se però il suo volto non basta a dirvi qualcosa, pensate al cognome e, in effetti, Tony Goldwyn, 64 anni, discende da quei Goldwyn lì. Come si definisce lui, scherzando, è un nepo baby da tre generazioni.
Il nonno Samuel Goldwyn (ebreo emigrato in America dalla Polonia, nome originale Schmuel Gelbfisz) ha cominciato a produrre film prima dell’avvento del sonoro ed è unanimemente considerato l’inventore dell’industria cinematografica per come la conosciamo. Prima in proprio, poi in società con Louis B. Mayer, altro “mogul” dell’epoca, le produzioni di Samuel Goldwyn, annunciate dal ruggito del leone sotto la scritta Metro-Goldwyn-Mayer, hanno fatto la storia, con titoli che vanno dal musical Bulli e pupe (con Marlon Brando che canta!) all’epocale I miglior anni della nostra vita (1946) di William Wyler, campione d’incassi all’epoca e vincitore di sette premi Oscar. Non è finita. La nonna di Tony, seconda moglie di Samuel, era l’attrice Frances Howard. Interprete di diversi film negli anni Trenta, era una donna sottile e sofisticata, tutta cappellini, perle e stole di volpe.
A lei è intitolata una parte della biblioteca di Hollywood (inteso come quartiere di Los Angeles) realizzata dalla fondazione che porta il nome del marito. Infine, il padre di Tony si chiamava Samuel Goldwyn jr. e ha continuato il mestiere di famiglia, producendo successi fino alla fine del secolo scorso e all’inizio di questo (da Mystic Pizza a Master & Commander) fino a contribuire a lanciare nuovi registi come Kenneth Branagh, di cui produsse il primo film Enrico V, e il taiwanese Ang Lee, di cui portò Mangiare Bere Uomo Donna fino a una nomination agli Oscar.
Non posso non domandarglielo: che cosa ha significato crescere in una famiglia così?
«In realtà, la mia è stata un’infanzia abbastanza normale. Mio padre, che aveva probabilmente un po’ sofferto di essere stato sempre all’ombra del nonno e sempre a parlare di lavoro, decise di tenere me e i miei fratelli lontani dal cinema. Non ci ha mai presentato attori o attrici, non ci portava sui set. Il nonno, quando sono nato io, si era già praticamente ritirato, anche se lui e la nonna continuavano a frequentare il loro mondo, fatto di pranzi e cene. Erano mondani e sempre eleganti, ma per me erano solo i nonni».
Quindi non ha avuto incontri con star formidabili?
«Molto pochi e quasi per caso. Vedevo spesso il regista George Cukor, perché era il miglior amico di nonno e mi capitava di incontrarlo a casa loro, li trovavo che chiacchieravano di cinema e altro per ore. E poi, un giorno, quando avevo sedici anni ed era appena nata la mia sorellina Liz, i miei genitori ricevettero una visita di cortesia. Vidi una signora scendere da un’auto e avviarsi verso casa nostra. Mentre si avvicinava, la riconobbi. Era Katharine Hepburn, un’icona. Rimasi senza parole».
È grazie a quella visione che ha deciso di seguire le orme dei suoi?
«No, è successo un po’ dopo. Portare questo cognome così conosciuto e crescere a Los Angeles non mi piaceva, ero deciso a costruirmi una mia identità fuori da quel contesto e per molto tempo alla domanda “cosa vuoi fare da grande?” non sapevo rispondere. Poi mio fratello mi coinvolse in uno spettacolo scolastico e lì mi accorsi che mi piaceva, che recitare era un virus che probabilmente avevo nel sangue. A parte i Goldwyn, c’è da considerare anche la famiglia di mia madre, Jennifer Howard, attrice di teatro, figlia di un drammaturgo e di un’altra attrice. Come potevo scamparla?».
Infatti, non l’ha scampata. Nel 1990 è in un grande successo al botteghino: Ghost, nel ruolo dell’amico che poi si rivela poco amico di Patrick Swayze.
«Nonostante tutto, ai tempi ero un attore disoccupato. Il mio agente, forse pensando che non avessi bisogno di lavorare, a volte non mi rispondeva nemmeno al telefono. Ma la parte in Ghost fu la svolta. Ricordo che la prima mattina di riprese arrivai alla Paramount e quando vidi che c’era il posto auto con il mio nome mi emozionai. Sceso dalla macchina, camminare per gli studios mi sembrava un sogno».
Tempo dopo ha scoperto anche la popolarità televisiva, grazie a Scandal.
«Avevo appena compiuto 50 anni, facevo l’attore da almeno 25 e non mi aspettavo il successo della serie. In questo mestiere ci si abitua a non fare mai troppe previsioni, perché di solito sono sbagliate. Né noi né il network televisivo che mandò in onda Scandal avevamo idea e, del resto, anche di Ghost nessuno poteva immaginare che sarebbe diventato un film “classico”».
Whoopi Goldberg, che immagino sia un’amica dai tempi di Ghost, è anche nel suo nuovo film In viaggio con mio figlio. Mi pare di aver capito che si tratta di un progetto nato in casa.
«Sì, l’autore della sceneggiatura e co-produttore si chiama Tony Spiridakis, è uno dei miei più cari amici, di vecchissima data. Il film racconta il rapporto di un padre con il figlio autistico e si ispira alla vera storia di Tony e del figlio Dimitri, che io conosco da quando è nato. Tony mi ha anche presentato mia moglie (Jane Musky, pure lei lavora nel cinema, è production designer, ndr) quarant’anni fa, direi che siamo parte della stessa famiglia».
Nel film ci sono Bobby Cannavale e Rose Byrne, che sono sposati nella vita, e Robert De Niro. Un bellissimo cast. Ma quanto è difficile oggi realizzare questo tipo di film indipendenti?
«Difficile, appunto. Negli ultimi vent’anni gli studios hanno praticamente chiuso molte delle loro divisioni dedicate a film a budget medio, magari con un tema forte, ma capaci di rivolgersi a tutti. Non credono abbastanza a questo genere di film e quindi bisogna andare a cercare i soldi altrove. Nel nostro caso, la fortuna è stata avere De Niro. Con lui a bordo, insieme a Cannavale e alla bella sceneggiatura di Tony, il nostro produttore Bill Horberg è andato al mercato di Cannes a cercare i finanziamenti e c’è riuscito».
Verrebbe da dire che, forse, il cinema indipendente sta tornando di moda. Almeno a guardare gli ultimi Oscar.
«Certo. Ha vinto Anora, ed era candidato The Brutalist, film costati poco. Credo che il budget di Anora sia intorno ai sei milioni di dollari. Però non mi chieda analisi dettagliate sul futuro dell’industria del cinema perché non ho risposte. Soprattutto per i film in sala, penso che stiamo attraversando un momento di grande transizione e non credo che ci sia chi sappia con certezza dove stiamo andando».
Sul Venerdì del 18 aprile 2025