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Uno, nessuno, centomila re Artù

Artù e Lancillotto in una stampa inglese dell’Ottocento (Heritage Images/Getty Images) 

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Saggio e malvagio, difensore del suo popolo e assetato di conquista, seduttore e tradito, persino incestuoso: nelle saghe medievali il sovrano della Tavola Rotonda ha interpretato tutte le parti. Una “biografia” ci aiuta a raccapezzarci
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Quanto ci importa di sapere che re Artù è un personaggio della tarda antichità e non del pieno Medioevo? Poco, perché la storicità di Artù è ciò che meno ci emoziona in quest’orgia di immagini rifratte che sono le “storie” del re (e di quelli intorno a lui) e costituiscono l’oggetto dell’intrigante libro di Francesco Marzella: Re Artù. Una biografia (Laterza).

Una biografia, sì, ma di che genere? Non è un’indagine sulla storicità di Artù, avverte l’autore, ma un viaggio fra i tanti Artù che hanno attraversato, per secoli, non tanto la storia, quanto la letteratura e l’immaginario collettivo. Quella che ne vien fuori, quindi, è una, volutamente scompigliata, “biografia” letteraria dotata di solo parziali ancoraggi di coerenza, che evita il farlocco racconto di una vita frutto di assemblaggi che mettono capo, alla fine, solo a un Golem tanto grottesco quanto improbabile (il grande Arsenio Frugoni lo insegnava settant’anni fa). Così, esattamente come Merlino che è alternativamente un aiu…

Quanto ci importa di sapere che re Artù è un personaggio della tarda antichità e non del pieno Medioevo? Poco, perché la storicità di Artù è ciò che meno ci emoziona in quest’orgia di immagini rifratte che sono le “storie” del re (e di quelli intorno a lui) e costituiscono l’oggetto dell’intrigante libro di Francesco Marzella: Re Artù. Una biografia (Laterza).

Una biografia, sì, ma di che genere? Non è un’indagine sulla storicità di Artù, avverte l’autore, ma un viaggio fra i tanti Artù che hanno attraversato, per secoli, non tanto la storia, quanto la letteratura e l’immaginario collettivo. Quella che ne vien fuori, quindi, è una, volutamente scompigliata, “biografia” letteraria dotata di solo parziali ancoraggi di coerenza, che evita il farlocco racconto di una vita frutto di assemblaggi che mettono capo, alla fine, solo a un Golem tanto grottesco quanto improbabile (il grande Arsenio Frugoni lo insegnava settant’anni fa). Così, esattamente come Merlino che è alternativamente un aiutante magico dispensatore di saggezza e un cinico consigliere di azioni criminali e delittuose, Artù è, volta per volta, un sovrano giusto e buono, un tiranno crudele, un seduttore adultero, uno stupratore (in tutta questa materia l’aspetto fallocratico ha sempre un ruolo di primo piano), un incestuoso (anche se, per “giustificare” atteggiamenti sfacciatamente uncorrect, si ricorre non di rado all’espediente retorico del magico e dell’incantato che fanno agire il soggetto a sua insaputa), un prepotente, un probo re che agisce cercando sempre l’accordo con i vescovi (il fantasma di Thomas Becket sembra aggirarsi implacato), addirittura un diavolo che, come il collega Hellequin, guida la “familia Arturi” nella ridda degli spettri della notturna Caccia Selvaggia.

Metanarrazione

Seguire e inseguire Artù in questo dedalo è impegnativo, ma chi voglia farlo può farsi guidare dall’autore che, da eccellente filologo e storico della letteratura quale è, funziona per il lettore come il migliore dei navigatori satellitari.Il saccheggio di miti e archetipi approdati dal lontano e dal profondo è, in qualche caso, smaccato: Artù – come Crono – desidera uccidere il proprio figlio che, dice una profezia, prenderà il suo posto, e per essere sicuro di riuscirci fa massacrare tutti i bambini in una sorta di remake della strage degli innocenti; nelle sue gesta si legge un mixage di quelle di Alessandro Magno e di Carlo Magno (Artù viene incoronato imperatore la notte di Natale e poi parte per la Crociata); come gli antichi eroi ama la conquista per la conquista: Norvegia, Danimarca, Gallia, perché le attacca? Semplicemente perché le vuole e non gli abbisogna alcuna reale motivazione: sono lì, me le prendo.

La Storia, in questo caleidoscopio di storie, è solo un contenitore dal quale si estraggono via via contenuti da rielaborare, riscrivere, reinventare in una metanarrazione in cui la fiction veicola messaggi politici e religiosi, indicazioni di modelli di comportamento, canoni della relazione fra i sessi. Fonti come, ad esempio, la Historia Brittonum (opera del gallese Nennio del IX secolo) diventano, così, altrettanti magazzini di trovarobato, ricchi di materiale da rimodellare.

Le narrazioni arturiane “inglesi” (chiamiamole così) soprattutto fra XII e XIII secolo passano la Manica e approdano in territorio “francese” (chiamiamolo così). Ma mentre le prime si connotano per un forte senso di identità “British” che riecheggia gli antichi miti d’origine della Britannia – fondata secondo la leggenda dai discendenti di Enea – e leggono Artù come campione della resistenza contro l’invasione dei Sassoni, le seconde si colorano, invece, di più marcati contenuti cortesi (e dovreste sentire come la poetessa Maria di Francia tratta Ginevra!). Non è un caso che sia in questa terra che si introducono Camelot e la tavola rotonda (in quanti ci si sedevano? dodici? ventiquattro? di più?), con i suoi banchetti di modello ovidiano, teatri di corteggiamento, scarico di tensioni, scenari di sfida e ostentazione di mascolinità (nel castello del gran re, l’Eros è signore incontrastato: non c’è legame che tenga, l’adulterio è pratica corrente e totalmente condivisa), prototipo della corte ideale, piena di serenità e di disinvolta trasgressione.

Percorso netflixiano

È proprio il modello cortese a mandare in scena un Artù primus inter pares anche nella narrazione, perché gli costruisce intorno un corpus di romanzi i cui protagonisti sono i singoli suoi cavalieri che rendono, però, la materia arturiana federazione di storie individuali all’interno di una saga che mostra la cornice mentale collettiva di una cultura cavalleresca condivisa. Il risultato è quello di un percorso “netflixiano”, pieno di biforcazioni, strade complanari, deviazioni, giri immensi, specchio di ciò che faceva, secoli fa come oggi, il piacere del fruitore: potere, amore, sesso, violenza, ardimento, utopia, in un articolato ciclo continuamente aperto e via via rimodellabile a piacere, come in una telenovela, in una soap opera o, più semplicemente, come nel vecchio romanzone d’appendice. Chi voglia averne una prova si legga tutto questo nell’eccellente edizione einaudiana in quattro volumi dal titolo Artù, Lancillotto e il Graal, curati da un plotoncino dei migliori filologi e critici in circolazione, descrittori puntuali del polittico che è ormai diventata questa storia.

Proprio il Graal, introdotto da Chrétien de Troyes, peraltro, segna una sorta di cesura nel coacervo di imprese di sapore iniziatico contro belve, mostri, streghe, sassoni, romani, galli, norreni (fino alla sfida più alta per il re: conoscere il cuore delle donne. Mission impossible). Il calice del sangue di Cristo, ora, sposta e alza l’asticella e coinvolge nell’aventure la sfera del religioso facendo transitare la cavalleria terrestre nel mondo della cavalleria celeste, una mutazione che deflagra come una bomba e quasi relega in secondo piano lo stesso Artù a vantaggio di Perceval che è il principale protagonista della ricerca del Graal. Non è solo lo sfarinamento dei vincoli di fedeltà fra il re e i cavalieri (metaforizzati dal tradimento di Lancillotto e Ginevra) a decretare, dunque, il tramonto del mondo cavalleresco che con Artù ha conosciuto l’apogeo, ma proprio una cultura diversa che sta nascendo e la cui figura-simbolo potrebbe essere identificata in Francesco d’Assisi con il suo rifiuto della spada per abbracciare la Croce.

Morto, ma forse no

Artù si avvia a morire: lo farà con Thomas Malory, nel XV secolo. La morte di Artù esce nel 1485, esattamente nell’anno in cui finisce la via crucis di un’Inghilterra che ha perso la Guerra dei Cento Anni e ha vissuto, a ruota, quella delle Due Rose; che sogna la pace, rimpiange l’antica serenità e invoca un nuovo Artù che metta fine a quello strazio. Lo troverà, anche se avrà un nome diverso: Enrico VIII Tudor.

Ma Artù, di fatto, non muore. Mito pop (compare anche sulla decorazione del duomo di Modena e in un mosaico di quella di Otranto) è destinato a tornare fra noi e a riportarci (con una sorta di cristomimesi) nell’età d’oro della serenità, del valore, dell’amore. Come Federico Barbarossa, come Sebastiano di Portogallo. E come Elvis Presley, perché ogni secolo ha il suo Artù dal quale rifiuta di separarsi.

Sul Venerdì del 25 aprile 2025

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