«Vivo in un Paese in cui si fanno le liste di proscrizione dei libri. Dove dalla biblioteca di un’Accademia navale, quella di Annapolis, a due passi da Washington, vengono rimosse dagli scaffali le poesie di Maya Angelou perché parlano di razzismo – peraltro un libro dal titolo incantevole, I know why the Caged Bird Sings (“So perché gli uccelli in gabbia cantano”) – ma vengono lasciate due copie del Mein Kampf di Adolf Hitler. Vivo in un Paese in cui il Pentagono decide di rivedere l’albo degli afroamericani che hanno ricevuto la Medaglia d’onore, perché rientrerebbero nelle politiche “DEI” – ovvero Diversity, Equity, Inclusion – quelle contro cui l’attuale Casa Bianca ha dichiarato guerra e che all’epoca dell’istituzione di quell’albo nemmeno esistevano. Un Paese in cui la polizia può agire in segreto arrestando migranti che pagano le tasse dopo aver avuto accesso – cosa finora illegale – alle loro dichiarazioni dei redditi. E che agisce a viso coperto contro studenti disarmati, ign…
«Vivo in un Paese in cui si fanno le liste di proscrizione dei libri. Dove dalla biblioteca di un’Accademia navale, quella di Annapolis, a due passi da Washington, vengono rimosse dagli scaffali le poesie di Maya Angelou perché parlano di razzismo – peraltro un libro dal titolo incantevole, I know why the Caged Bird Sings (“So perché gli uccelli in gabbia cantano”) – ma vengono lasciate due copie del Mein Kampf di Adolf Hitler. Vivo in un Paese in cui il Pentagono decide di rivedere l’albo degli afroamericani che hanno ricevuto la Medaglia d’onore, perché rientrerebbero nelle politiche “DEI” – ovvero Diversity, Equity, Inclusion – quelle contro cui l’attuale Casa Bianca ha dichiarato guerra e che all’epoca dell’istituzione di quell’albo nemmeno esistevano. Un Paese in cui la polizia può agire in segreto arrestando migranti che pagano le tasse dopo aver avuto accesso – cosa finora illegale – alle loro dichiarazioni dei redditi. E che agisce a viso coperto contro studenti disarmati, ignari di essere diventati target. No, non è poi così difficile dire che questo Paese in cui vivo è, sì, al crocevia del fascismo». Percival Everett è lo scrittore afroamericano che con il suo ultimo romanzo, James – raffinata rivisitazione di Le avventure di Huckleberry Finn dal punto di vista dello schiavo nero, Jim – ha appena vinto il Pulitzer per la narrativa. Al telefono dalla sua casa di Pasadena, California, non si dà pace.
Quello a cui stiamo assistendo è un nuovo tipo di autoritarismo o è sempre stato lì?
«L’America è un Paese fondato sul razzismo: la nostra è una tragica storia di sfruttamento di esseri umani che non è mai stata davvero affrontata e, quindi, risolta. Eppure, allo stesso tempo, eravamo arrivati al punto di costringere perfino i membri del Ku Klux Klan a vergognarsi del loro credo e a nascondersi. Trump ha offerto un volto pulito a sentimenti immondi. Ma non è tutto merito suo: lui è solo un sintomo di qualcosa di insito nella società. La sua retorica ha presa perché fa passare i bianchi per vittime: convinti di essere stati derubati di un presunto diritto a sfruttare gli altri che ora rivendicano. È difficile essere sorpresi da ciò che sta accadendo anche se, le confesso, è molto disturbante».
Perché, da parte dell’Amministrazione, è particolarmente forte l’attacco alle istituzioni culturali?
«Perché l’ignoranza è alla base di ogni potere autoritario. Non si può mantenere un consenso populista se c’è chi stimola il pensiero critico. Quei giovani, domani, potrebbero avere gli strumenti per difendere gli oppressi e fermare le ingiustizie. E poi credo che Trump abbia anche in testa una faida personalissima contro le università: il suo curriculum scolastico non è mai stato brillante e Harvard, per dire, fu uno degli atenei che lo rifiutò».
Teme che anche i suoi libri, compreso il pluripremiato James, finiscano nelle liste dei libri da bandire?
«Lo metto in conto: la prima cosa che fanno i regimi è vietare i libri o, come la Storia insegna, bruciarli. D’altronde sarei in ottima compagnia. Ma questo timore non fa che convincermi di quanto sia potente il linguaggio e di quanto sia necessario continuare ad usarlo nel modo più appropriato».
Lei insegna Scrittura creativa all’University of Southern California: qual è l’atmosfera nel suo campus?
«È uno di quelli finiti sotto la lente dell’Amministrazione perché l’anno scorso ci sono state proteste contro le politiche di Israele. Oggi il campus è una sorta di fortezza in cui non si può più entrare se non mostrando i documenti che dimostrino che si studia lì. Una cosa deprimente. Storicamente le università americane sono state palestra di dissenso civile, lo spazio in cui i giovani protestavano – per buone ragioni – e imparavano anche il modo corretto per farlo. Luoghi da cui è sempre partito il cambiamento. Ovvio che oggi questo faccia paura al potere, ma è qualcosa cui non possiamo rinunciare».
Lei è spesso in viaggio: qual è invece l’atmosfera che percepisce attraversando l’America oggi?
«Ma io incontro principalmente persone che leggono libri! Sono una frazione della realtà. Oggi il popolo di chi comanda in America è quello che pensa soprattutto alle armi e il resto del tempo lo passa a guardarsi l’ombelico e il proprio cortile».
Ma dove sono gli intellettuali? Non dovrebbero far sentire di più la loro voce?
«Lo fanno. Se leggi New Republic, il New Yorker, il New York Times, perfino il Wall Street Journal: sono pieni di parole di dissenso. Ma se io faccio filtrare un messaggio di dissenso da un mio libro, a quanti arriva? Se vendo 50 mila copie, certo, il mio editore è felice. Ma 50 mila persone in una manifestazione sono un flop! Un regista il cui lavoro viene visto da appena 50 mila persone non troverà mai chi gliene produrrà un altro. Per non parlare di un brano musicale online. Viviamo in una cultura in cui si legge sempre meno, e dunque in cui le prese di posizione degli intellettuali sono meno efficaci. Poi, per carità, non è per questo che cambio idea: lavorare in maniera creativamente radicale aiuta a cambiare le cose».
Il Partito democratico sembra essersi un po’ risvegliato: cosa può fare per salvare la democrazia?
«Deve semplificare il messaggio. Non che ciò che dice sia particolarmente complesso, ma deve riuscire a parlare anche a persone che rispondono principalmente a slogan perché condizionati da da tv, TikTok, social. Sempre più abituati a consumare informazione, bruciando rapidamente ogni argomento. Se riusciamo ad arrivare alle elezioni di midterm, forse qualcosa cambierà. Ho ancora fiducia».
Sul Venerdì del 16 maggio 2025