Il nome di Cochi Ponzoni, assieme a quello di Renato Pozzetto, evoca una comicità che qualcuno definirebbe antica. Ma la parola esatta è un’altra: eterna. Un modo di ridere che ai tempi in cui nacque, fine anni Sessanta del Novecento, fu dirompente per la novità che rappresentò, irrompendo in un mondo dove i comici non mancavano, e di eccellente livello, ma avevano uno stile classico, quello ancora della rivista e dell’avanspettacolo. E un modo di far ridere che funziona tuttora: ogni volta che Cochi e Renato sono tornati a teatro, dopo la reunion a cavallo del millennio, hanno sempre spopolato, e qualunque comico delle generazioni successive li cita tra le proprie ispirazioni. Però Aurelio Ponzoni, da 84 anni per tutti Cochi, non trova moltissimo da ridere nel panorama cabarettistico di oggi. «Questione di gusti, intendiamoci, non sono di quelli per cui solo ai miei tempi si sapevano fare certe cose. E anzi, sono sempre attentissimo alle novità, tra cinema, Internet e televisione, va…
Il nome di Cochi Ponzoni, assieme a quello di Renato Pozzetto, evoca una comicità che qualcuno definirebbe antica. Ma la parola esatta è un’altra: eterna. Un modo di ridere che ai tempi in cui nacque, fine anni Sessanta del Novecento, fu dirompente per la novità che rappresentò, irrompendo in un mondo dove i comici non mancavano, e di eccellente livello, ma avevano uno stile classico, quello ancora della rivista e dell’avanspettacolo. E un modo di far ridere che funziona tuttora: ogni volta che Cochi e Renato sono tornati a teatro, dopo la reunion a cavallo del millennio, hanno sempre spopolato, e qualunque comico delle generazioni successive li cita tra le proprie ispirazioni. Però Aurelio Ponzoni, da 84 anni per tutti Cochi, non trova moltissimo da ridere nel panorama cabarettistico di oggi. «Questione di gusti, intendiamoci, non sono di quelli per cui solo ai miei tempi si sapevano fare certe cose. E anzi, sono sempre attentissimo alle novità, tra cinema, Internet e televisione, vado spesso fuori, nei locali, a teatro. E sia ben chiaro ho anche trovato qualcuno parecchio interessante».
Ce ne dice uno?
«Beh, su tutti Valerio Lundini, che mi pare particolarmente interessante per i tempi che corrono, perché ha la dote che aiuta la comicità a durare nel tempo: non è legato alla banalità del quotidiano, una precisa cifra stilistica che abbiamo sempre avuto anche io e Renato».
Spieghi meglio il concetto, per favore.
«Lundini fa assai raramente satira politica, che è una cosa che dura ed è valida solo finché la situazione politica non cambia. Noi non ne abbiamo mai fatta, scegliendo semmai la satira sociale, che è ben più lunga nel tempo, pensi alla gag del “bravo 7+” che parlava dei baroni scolastici. E poi Lundini non fa umorismo sulle cose di tutti giorni, sul matrimonio della sorella, sulla suocera, come invece fanno quasi tutti i comici attuali. Sceglie invece il surreale, lo spiazzante, come noi. Ma ripeto, non è questione di bravura o no, semplicemente di gusti, io su certe cose non riuscirei mai a ridere e a fare ridere».
Ci fa un altro nome attuale che le piace?
«Sicuramente Nicola Vicidomini, un performer di grande rottura, sul palco, corrosivo sia nel linguaggio che nel modo di presentarsi: è un bellissimo ragazzo, ma si veste come se fosse un personaggio di Ciprì e Maresco, tipo uno sbandato insomma. Uno che attacca le certezze, anche le proprie, sparendo dal palco per lasciare spazio a quello che dice, proprio come noi. E proprio come con noi la gente ride moltissimo con lui, anche se non sa perché, a volte non capisce proprio le battute».
E anche per queste due frasi urge chiarimento, per favore.
«Beh, io e Renato ci siamo sempre ritenuti due performer, due artisti che incarnavano una parte ben scritta a copione. Perché era vero: tutto in noi sembrava non dico improvvisato, ma spontaneo, con una qualche dose di invenzione sul palco, frutto dell’estro del momento. E invece tutto era scritto e calcolato con estrema precisione, non uscivamo mai dai binari che ci eravamo imposti. In questo senso ci definivamo epici, forse addirittura brechtiani. E a volte nel copione erano presenti battute surreali, genere di comicità allora quasi sconosciuto, a cui però la gente rideva comunque proprio per il senso di spiazzamento che riuscivamo a comunicare. Insomma, erano risate frutto di imbarazzo. Anche questo in Vicidomini lo rivedo».
Chi altro la fa ridere adesso?
«Tanti per fortuna. La Gialappa’s band, il Mago Forest, Raul Cremona, Antonio Albanese, Aldo Giovanni e Giacomo».
Che per dirla alla Arbasino però fanno tutti parte della categoria dei “venerati maestri”, non della “brillante promessa”.
«Sicuramente non sono giovani e sicuramente conta anche l’amicizia personale, per alcuni anche il fatto di aver partecipato a Su la testa, a inizio anni Novanta. Sono indubbiamente legato a una certa generazione e a un certo modo di fare ridere, più originale di quello attuale, a mio gusto».
Ora tenteremo di essere originali noi, con una domanda che forse troverà bizzarra: eredi veri e propri di Cochi e Renato esistono?
«In effetti ho già risposto qualche centinaia di volte a questa domanda. E ho sempre detto quel che dico a lei: no. Ma senza dire che noi eravamo bravissimi e inarrivabili: semplicemente sono cambiati i temi, sociali, politici e artistici. Se vuole che le dica un paio di coppie che mi piacciono, beh sicuramente Ale e Franz hanno qualcosa di noi. E al loro inizio, quando suscitarono scandalo con la loro trasmissione su Mtv, io e Renato amavamo I soliti idioti, anticonvenzionali e surreali. Un giorno uscimmo anche a pranzo tutti e quattro, bravissimi artisti, peccato che si siano persi di vista personalmente e artisticamente per un pezzo, ma la freschezza e la forza dei loro esordi colpivano davvero».
Un’altra differenza sta anche nel rapporto con chi assiste allo spettacolo: voi ignoravate i presenti, parecchi dei comici di oggi li coinvolgono, a volte li aggrediscono verbalmente.
«Vero, ma qui non farei una questione generazionale, ma solo di stile. Nella stessa trasmissione televisiva che rivelò noi, Quelli della domenica del 1968, c’era anche Paolo Villaggio, che aveva uno stile opposto al nostro: era il presentatore dello spettacolo che però aggrediva il pubblico, insultava le vecchie».
Continuiamo a scandagliare le sue, di preferenze, sull’oggi. Le è mai capitato di vedere Lol?
«Capitato è la parola giusta. Insomma, scanalando a volte mi ci sono soffermato un po’. Ma che le devo dire? Non mi sono divertito per niente. Però è probabile che sia stato sfortunato e abbia beccato i momenti sbagliati».
Quello però è uno dei momenti attuali di umorismo collettivo, di gioco di squadra, mentre adesso regna l’individualismo. Una discreta differenza rispetto ai suoi tempi.
«E la chiama discreta… Guardi, noi del Derby abbiamo avuto successo per un motivo, che anzi è proprio quello per cui abbiamo fatto i comici: eravamo amici. Renato è l’amico di una vita, proprio dall’infanzia, poi ovviamente Enzo Jannacci, Lino Toffolo, Felice Andreasi… Ci frequentavamo continuamente nella vita privata, facevamo pranzi, cene e vacanze assieme, e proprio dal vivere in gruppo nascevano le nostre gag. Non voglio fare quello dei bei tempi andati, semplicemente era così, e adesso non lo è più».
E la stand-up comedy è individualista per eccellenza.
«Sì, ma questo è un dettaglio: di comici soli sul palco ce ne sono sempre stati. E pur non essendo un praticante dello stile aggressivo, non mi dispiace affatto vederlo. Però deve avere dentro uno stile surreale: sui racconti di vita quotidiana è troppo facile imbastire delle gag, e poi sono sempre le stesse storie. L’umorismo deve anzitutto essere spiazzante».
Sul Venerdì del 23 maggio