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Duran Duran e gli anni da wild boys: “Siamo stati fortunati a sopravvivere”

John Taylor e dietro Simon Le Bon (Getty images) 

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Sesso, droga e pop. Non si fecero mancare nulla, i Duran Duran, come racconta il bassista John Taylor alla vigilia dei concerti italiani. Anzi, una cosa sì: la politica. Ma il nuovo album, che proprio nuovo non è, colmerà la lacuna. Sì, c’è la svolta impegnata. Intervista
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«Era il posto più rock’n’roll che avessi mai visto». Boy George, uno che di eccessi sa qualcosa, rimase sbalordito dalla maestosa sregolatezza del suo vicino di casa. Non era l’appartamento di Marilyn Manson, di Sid Vicious o di Keith Richards. Era di un ragazzo nato con il nome di Nigel, cresciuto con occhiali da vista molto spessi, tutti i giorni a messa con la mamma molto religiosa: cathoholic, la definiva, alcolizzata di cattolicesimo. Un ragazzo che era diventato una popstar globale con il nome di John Taylor, bassista dei Duran Duran.

Boy George era suo vicino di casa a metà anni Ottanta, a Central Park West, New York, e ne vide di tutti i colori. «Essì, eravamo entrambi messi male all’epoca», ricorda oggi Taylor, quasi 65 anni. «Stavamo attraversando un uragano. Restavamo svegli tutta la notte, strafatti. Siamo stati fortunati a sopravvivere a quel periodo».

John Taylor fondò i Duran Duran con Nick Rhodes nel 1978, presto si unirono gli altri componenti. L’ultimo ad arrivare, …

«Era il posto più rock’n’roll che avessi mai visto». Boy George, uno che di eccessi sa qualcosa, rimase sbalordito dalla maestosa sregolatezza del suo vicino di casa. Non era l’appartamento di Marilyn Manson, di Sid Vicious o di Keith Richards. Era di un ragazzo nato con il nome di Nigel, cresciuto con occhiali da vista molto spessi, tutti i giorni a messa con la mamma molto religiosa: cathoholic, la definiva, alcolizzata di cattolicesimo. Un ragazzo che era diventato una popstar globale con il nome di John Taylor, bassista dei Duran Duran.

Boy George era suo vicino di casa a metà anni Ottanta, a Central Park West, New York, e ne vide di tutti i colori. «Essì, eravamo entrambi messi male all’epoca», ricorda oggi Taylor, quasi 65 anni. «Stavamo attraversando un uragano. Restavamo svegli tutta la notte, strafatti. Siamo stati fortunati a sopravvivere a quel periodo».

John Taylor fondò i Duran Duran con Nick Rhodes nel 1978, presto si unirono gli altri componenti. L’ultimo ad arrivare, il cantante Simon Le Bon. Erano gli albori della new wave, gli anni 70 uccisi dal punk, si andava incontro all’edonismo degli 80 di cui i Duran diventarono un emblema sfavillante. «A me in realtà piacevano sia i Sex Pistols che gli Chic, il punk e il funk», dice Taylor, «era come essere democratico e repubblicano allo stesso tempo».

Le “duraniane” si dividevano principalmente in due fazioni: team Simon o team John. Luoghi comuni: loro due ovviamente si fidanzarono con modelle. John con Renée Simonsen (poi protagonista del film dei Vanzina Sotto il vestito niente). Simon, altro che luoghi comuni, ora festeggia 40 anni di matrimonio con Yasmin Parvenah. C’è un passaggio nell’autobiografia di Taylor, Nel ritmo del piacere: amore, morte & Duran Duran (Arcana) in cui racconta la prima tournée americana della band. Al bassista consegnarono un libretto con l’itinerario del tour: tappa dopo tappa, indicava tutti i concerti. Dietro ogni pagina c’erano dei numeri. 18. 20. 21. Era la diversa età del consenso per fare sesso nei rispettivi stati americani che avrebbero attraversato. «Per noi europei non era così scontato», commenta. «Non era stata un’idea nostra, immagino che il tour manager scrisse quei numeri per esperienza del passato… Ma, detto questo, non li consultavo. Non è che andassi in giro pensando: “Oggi siamo in Kansas, meglio stare attenti a questo o a quello”. Né controllavo i certificati di nascita».

Non serviranno forse per l’imminente tour nel Paese che non ha mai davvero abbandonato la band, neanche quando il resto del mondo sembrava averla dimenticata: l’Italia. Prima tappa: Circo Massimo, Roma. Dove si esibirono già nel 2005. «Mi ricordo che faceva caldo. Molto caldo. Ma fu fantastico suonare in un’arena così famosa. Era il Live 8, per il ventesimo anniversario del Live Aid del 1985».

Che fu un’esperienza strana per i Duran. L’ultima esibizione con la formazione originale per quasi venti anni.
«Il 1985 era un periodo particolare. Ci eravamo divisi in due band. Il progetto parigino degli Arcadia e quello newyorchese dei Power Station, dove c’ero io. C’era un po’ di maretta ma tornammo insieme per esibirci a Filadelfia per il Live Aid. Mio Dio, che cast incredibile! Eravamo abituati a suonare in festival in cui c’erano, non so, Billy Idol, Spandau Ballet, Thompson Twins. Qui invece c’erano Bob Dylan, Led Zeppelin, Mick Jagger. Fu forse il primo concerto dopo molto tempo in cui sembrò che la musica potesse davvero cambiare il mondo. E cambiò anche la musica stessa, perché era un evento globale e la world music diventò più familiare in molti Paesi».

Potrebbe accadere di nuovo?
«Io credo di sì. Un grande merito fu di Bob Geldof, era impossibile dirgli di no. Ma il problema è che oggi si tende a politicizzare tutto, i politici si danno la colpa a vicenda e la gente si vede costretta a prendere le parti: vuoi stare con me o con loro? Anche quando una questione dovrebbe essere affrontata dal punto di vista umanitario e non politico».

Parlando di politica, è vero che volete completare l’album Reportage, descritto come il vostro più politico, accantonato venti anni fa?
«Sì, ci stiamo lavorando. È l’ultimo che avevamo scritto e registrato con Andy Taylor (il chitarrista è entrato e uscito dalla band varie volte, da anni combatte contro il cancro, ndr), prima di metterlo da parte per seguire una direzione più electro-pop con Timbaland. Riavvicinandoci a Andy negli ultimi anni ci siamo resi conto che è importante completarlo. Credo che ci suonerà anche lui. Quando riguardiamo i titoli delle canzoni, sembra davvero un album politico. C’è un brano in particolare che la gente penserà parli di Trump, ma in realtà lo abbiamo scritto venti anni fa a proposito della Gran Bretagna. È interessante come l’arte possa restare attuale in tempi e luoghi diversi. La domanda è: quello che stiamo vivendo ora è unico, o è già successo in passato? E probabilmente la risposta è entrambe le cose. Ci sono aspetti specifici di oggi, ma anche echi del passato da cui possiamo imparare».

Siamo pronti ai Duran Duran impegnati?
«Non ho mai pensato ai Duran come a una band politica, il problema è che se sei troppo specifico parlando di politica rischi di invecchiare male. Bisogna trovare un modo di rappresentare le cose in modo più generale, più umano. Se vuoi sapere di politica, leggi le notizie, segui i notiziari. Ma la musica è uno strumento migliore, molto più potente, per aiutarci a capire chi siamo. Voglio dire, se ti chiedessi: “Ehi, Gianni, chi sei? Di cosa ti occupi?”, tu potresti dirmi i tuoi dieci album preferiti e io penserei: “Ok, va bene, ora ho capito un po’ chi è”. Lo stesso vale per i dieci libri preferiti. La politica invece è molto più ampia e io… non ho controllo su queste cose, nessun musicista ce l’ha. Le conseguenze del mercato globale, della deindustrializzazione, della perdita di ricchezza… è davvero difficile per gli artisti scrivere di tutto questo. A proposito, hai visto il film su Bob Dylan?».

A Complete Unknown? Sì, perché?
«A me è piaciuto davvero tanto. Non sapevo molto di Woody Guthrie, era un grande cantante di protesta, lui sì scriveva di quello che accadeva alla gente e delle ripercussioni delle scelte dei governi. Oggi probabilmente scriverebbe del riscaldamento globale, dei dazi e di immigrazione e lo farebbe in un modo comprensibile a tutti».

Avete collaborato con Victoria dei Måneskin, è stata con voi anche a Sanremo: sarà ospite dei concerti?
«Lo spero davvero. È fantastica, la adoro. Ha un’energia incredibile. Ed è divertente averla sul palco, soprattutto per un bassista, perché non capita spesso di poter suonare con altri bassisti. Gliel’ho chiesto, spero davvero che riuscirà a venire almeno a uno dei concerti».

Quarant’anni fa vi consideravano una band per ragazzine, ora molti uomini non si vergognano più di venire ai vostri concerti.
«Sì, grazie al cielo è così. Ricordo come il nostro pubblico cambiò durante l’estate del 1981: improvvisamente, da un giorno all’altro, era diventato al cento per cento femminile. Poi una ventina di anni fa ho capito che avevamo raggiunto un equilibrio tra uomini e donne. E sai come l’ho capito? Dal rumore, dai suoni che fa il pubblico. Ci sono tanti artisti a cui è successa la stessa cosa, anche ai Rolling Stones in fondo, no? C’è stato un momento in cui il loro pubblico era prevalentemente femminile, ma col tempo si è evoluto ed è diventato misto. E devo essere onesto, io preferisco così».

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