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Carlo Lucarelli: perché riaprire i cold case

Francesca Alinovi, docente e critica d’arte, fu uccisa nel 1983 a 35 anni. fotogramma / ipa 

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BRUTTE STORIE Forse anche il delitto Alinovi, come quello di Chiara Poggi, meriterebbe nuove indagini. Ma per favore, un po’ più di discrezione...
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Il caso è risolto. C’è una sentenza passata in giudicato che lo dice chiaramente: a uccidere Francesca Alinovi, giovane e talentuosa critica d’arte e professoressa del Dams di Bologna, è stato Francesco, un suo studente, tenebroso e promettente artista, con il quale lei aveva una tormentata relazione. 12 giugno 1983, Francesco uccide Francesca con quarantasette coltellate profonde poco più di un centimetro, punzecchiature di cui una la colpisce al collo recidendole la carotide e provocandone la morte. Le indagini puntano subito sul giovane, che era rimasto con lei parte di quel pomeriggio e che viene indicato come il probabile assassino vista la relazione che c’era tra i due. Forse un gioco erotico finito male, forse un litigio compiuto in uno stato di alterazione. Francesco si proclama innocente, ma la polizia è convinta e inizia una serie di indagini da romanzo giallo.

L’orologio, per esempio. Francesca portava sempre al polso un orologio di quelli che si caricano col movimento. Per…

Il caso è risolto. C’è una sentenza passata in giudicato che lo dice chiaramente: a uccidere Francesca Alinovi, giovane e talentuosa critica d’arte e professoressa del Dams di Bologna, è stato Francesco, un suo studente, tenebroso e promettente artista, con il quale lei aveva una tormentata relazione. 12 giugno 1983, Francesco uccide Francesca con quarantasette coltellate profonde poco più di un centimetro, punzecchiature di cui una la colpisce al collo recidendole la carotide e provocandone la morte. Le indagini puntano subito sul giovane, che era rimasto con lei parte di quel pomeriggio e che viene indicato come il probabile assassino vista la relazione che c’era tra i due. Forse un gioco erotico finito male, forse un litigio compiuto in uno stato di alterazione. Francesco si proclama innocente, ma la polizia è convinta e inizia una serie di indagini da romanzo giallo.

L’orologio, per esempio. Francesca portava sempre al polso un orologio di quelli che si caricano col movimento. Per sapere quando è stata uccisa basta prendere l’ora segnata sul quadrante e sottrarre il tempo di massima carica, visto che lo portava anche a letto, l’orologio.Problema: è un orologio a lancette, l’ora che segna è quella del mattino o quella del pomeriggio? Semplice, basta girare la rotellina e vedere quando scatta il datario, se lo fa dopo un giro è pomeriggio, se dopo due è mattina.

Benissimo,ma qual è il problema? Che la polizia non prende l’ora fissata sull’orologio e la deve ricostruire con un calcolo empirico quando qualcuno si accorge che le lancette hanno ricominciato a girare. Comunque, l’ora ricostruita ricadrebbe nel raggio di quella attribuita alla morte dall’autopsia, per cui va bene lo stesso, teniamo buona quella.

Ecco, per le indagini, che non si basano solo sull’orologio, naturalmente, e per la legge, Francesco è l’assassino, e per questo è stato condannato a dieci annie ha scontato la pena. Le sentenze si rispettano, come è giusto, ma si possono anche criticare e magari rivedere quando ci si trova di fronte a dubbi, chiamiamoli pure errori, nelle indagini, che riportano appunto ai meccanismi del romanzo giallo, e ci autorizzano a seminare punti interrogativi.

E se non fosse andata così? Oltre all’orologio ci sono altri dettagli che non tornano così limpidamente e anche qualche altro possibile assassino, per cui, per quanto risolta, la morte di Francesca lascia aperti dei dubbi. È giusto riaprire le indagini e rivedere tutto, come si sta facendo con la morte di Chiara Poggi a Garlasco, quando ci sono già una sentenza e un colpevole? Io credo di sì, a me non imbarazzano le indagini e i processi che si fanno, quanto invece quelli che non si fanno.

Unica condizione, la discrezione. Le indagini, quando si fanno bene, sono complesse e hanno bisogno di tempo. Le condanne mediatiche, per chi è innocente, sono altrettanto dure di quelle penali.

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