Emma Holten è una donna di 34 anni, ma ne dimostra molti di meno. È femminista, consulente di politiche di genere, e ha scritto un libro che sta facendo il giro del mondo sostenendo una cosa semplice: non possiamo dare a tutto un prezzo. Perché se lo facciamo, perdiamo di vista cose che non hanno un valore semplicemente perché sono inestimabili.
Ho conosciuto Holten alla Milanesiana, la rassegna ideata da Elisabetta Sgarbi, qualche giorno fa. Deficit. Perché l’economia femminista cambierà il mondo, è stato appena pubblicato da La Tartaruga. Lei ne sta curando dodici edizioni diverse, adattando il testo a ogni Paese. In quella italiana, scopriamo che da noi le donne dedicano al lavoro di cura di figli, casa o anziani in media cinque ore al giorno. Gli uomini, un’ora e 44 minuti. Del fatto che la “cura”, che è quel che rende possibile ogni altra cosa, non sia considerata un valore e sia addossata quasi interamente alle donne, dobbiamo cominciare a preoccuparci seriamente.
Emma Holten è una donna di 34 anni, ma ne dimostra molti di meno. È femminista, consulente di politiche di genere, e ha scritto un libro che sta facendo il giro del mondo sostenendo una cosa semplice: non possiamo dare a tutto un prezzo. Perché se lo facciamo, perdiamo di vista cose che non hanno un valore semplicemente perché sono inestimabili.
Ho conosciuto Holten alla Milanesiana, la rassegna ideata da Elisabetta Sgarbi, qualche giorno fa. Deficit. Perché l’economia femminista cambierà il mondo, è stato appena pubblicato da La Tartaruga. Lei ne sta curando dodici edizioni diverse, adattando il testo a ogni Paese. In quella italiana, scopriamo che da noi le donne dedicano al lavoro di cura di figli, casa o anziani in media cinque ore al giorno. Gli uomini, un’ora e 44 minuti. Del fatto che la “cura”, che è quel che rende possibile ogni altra cosa, non sia considerata un valore e sia addossata quasi interamente alle donne, dobbiamo cominciare a preoccuparci seriamente.
Scrive Holten: “Quando dopo la Seconda guerra mondiale in Europa nacquero lo Stato sociale e il welfare, l’assistenza e l’istruzione pubbliche erano considerate le basi della società. Non poteva esserci benessere se la gente non era in salute, non sapeva leggere, moriva giovane o non partecipava alla vita democratica. Ma dagli anni 90 in politica entrò un nuovo paradigma macroeconomico. All’improvviso, il mercato fu considerato come l’unico produttore di valore e il settore pubblico divenne un peso per l’economia, perché la trascinava in basso. Da allora in tutta Europa ridurre gli investimenti pubblici nella sanità, nell’istruzione e nel benessere è diventata una politica standard”.
Tutto questo non è chiaramente un danno solo per le donne, lo è per tutti. Molti studi legano direttamente i tagli ai servizi sociali all’insorgere della radicalizzazione politica.Che sia così, lo vediamo ogni giorno. Insieme a Holten c’era all’incontro Matthew Desmond, autore di Povertà, in America, La nave di Teseo, che come lei ha evidenziato una questione cristallina: tutti sfruttiamo la povertà. Con i nostri tagli fiscali, con le nostre agevolazioni, con le nostre vite protette, non ce ne facciamo carico, la consideriamo quasi una colpa, lasciamo che cresca quando per risolverla – Desmond parla di un Paese ricco come gli Stati Uniti – basterebbe rovesciare il paradigma e non considerarla qualcosa di ineluttabile. Oltre che investire qualche punto di pil.
Mi ha colpito, in questi due autori, una europea e un americano, quanto sia lineare il loro discorso. Quanto “arrivi” alla platea, mentre parlano. E quanto invece rimangano sordi i governi che di queste cose dovrebbero occuparsi. Un’economia femminista, che riscopra il valore di cura, assistenza, istruzione, e non lo veda come un costo, sarebbe una rivoluzione. La meno dibattuta, la più necessaria.
Sul Venerdì del 20 giugno 2025