Antonio Manzini: “Racconto il Sangue Marcio del nostro Paese”
di Stefania ParmeggianiAntonio Manzini è seduto a un tavolino sghembo di un bar di Garbatella, il suo vecchio quartiere, cuore popolare di Roma. Quando può evita le interviste, dice che sono come le presentazioni dei libri: «Una triste esibizione di se stessi». Detesta la coda del pavone, ma questa volta è diverso. È tornato in città dalla provincia di Viterbo, dove oggi vive, per parlare di una vecchia storia: donne seviziate, uccise e abbandonate come rifiuti, un killer spietato e un ispettore con troppe ombre e troppi Martini in corpo, distante anni luce da Rocco Schiavone, il vicequestore burbero e depresso che lo ha consacrato tra gli scrittori più letti in Italia. È tornato per parlare di Sangue Marcio, il primo romanzo della sua fortunatissima carriera, pubblicato vent’anni fa, sparito dalla circolazione dopo pochi mesi e poi diventato un libro di culto: su ebay fino a poche settimane fa le vecchie copie si vendevano a 70 euro. «Una follia che andava fermata», dice sorridendo.
Sul tavolo una copia de…
Antonio Manzini è seduto a un tavolino sghembo di un bar di Garbatella, il suo vecchio quartiere, cuore popolare di Roma. Quando può evita le interviste, dice che sono come le presentazioni dei libri: «Una triste esibizione di se stessi». Detesta la coda del pavone, ma questa volta è diverso. È tornato in città dalla provincia di Viterbo, dove oggi vive, per parlare di una vecchia storia: donne seviziate, uccise e abbandonate come rifiuti, un killer spietato e un ispettore con troppe ombre e troppi Martini in corpo, distante anni luce da Rocco Schiavone, il vicequestore burbero e depresso che lo ha consacrato tra gli scrittori più letti in Italia. È tornato per parlare di Sangue Marcio, il primo romanzo della sua fortunatissima carriera, pubblicato vent’anni fa, sparito dalla circolazione dopo pochi mesi e poi diventato un libro di culto: su ebay fino a poche settimane fa le vecchie copie si vendevano a 70 euro. «Una follia che andava fermata», dice sorridendo.
Sul tavolo una copia della nuova edizione, in libreria dal 24 giugno per Piemme: «Se la meritava, per me questo romanzo è stata un’epifania, mi ha fatto scoprire un amore incosciente e azzardato, forse anche patologico, per un mondo, quello dell’editoria, che mi ha accolto a braccia aperte senza che io glielo avessi mai chiesto».
Non lo aveva scritto con l’intenzione di pubblicare?
«Vent’anni fa facevo teatro, cinema e televisione, quest’ultima per campare. Ebbi l’idea di un monologo teatrale: uno psicopatico che si confessa a un giudice. Niccolò Ammaniti mi suggerì di farlo leggere a una sua cara amica, Martina Donati, che in quel momento lavorava a Fazi. Ero titubante, ma in fondo cosa avevo da perdere? Martina e Massimiliano Governi, editor e scrittore, pensarono che potesse diventare un buon libro».
È un testo disturbante, violento, nerissimo. Nessuna ironia a stemperare la ferocia. Da dove nasce?
«Dalla voglia di raccontare un malessere profondo e da una domanda: perché due fratelli che hanno avuto la stessa infanzia, la stessa educazione, lo stesso ambiente di sviluppo, crescendo diventano così diversi, uno sceglie il male e l’altro lo rifiuta? Si spiega con una differenza di sensibilità? O con violenze subite e percepite in modo differente? Ho ripensato alle fratellanze malate che riempiono i miti, all’idea di un legame sporcato da invidie, dal vantaggio di uno sull’altro, psicologico o anche soltanto muscolare. Una fratellanza con un sotteso di amore stranissimo, un cordone ombelicale che unisce nonostante tutto. Mi piaceva l’idea di scandagliare le profondità di questo legame. Lo immaginavo come un iceberg, non volevo parlare di quello che affiora dall’acqua, ma del mostro sommerso».
Che infanzia ha avuto?
«Meravigliosa, ho vissuto una situazione familiare idilliaca, ma attorno a me percepivo che non tutte le situazioni erano uguali, che c’erano famiglie disfunzionali e rapporti d’amore malati. Non riuscivo a capirli, volevo decodificarli. Come ti spieghi l’amore per una persona che dovresti abbandonare, per esempio un padre che ha fatto delle cose orribili? Mi chiedevo: dove è la radice di questo sentimento malato?».
Che risposta si è dato?
«Non l’ho trovata. Altrimenti avrei scritto un saggio. Non sono un analista e nemmeno un criminologo».Le vittime del suo killer sono donne. Ma in Sangue Marcio non ha mai usato la parola femminicidio. «Vent’anni fa nel dibattito italiano non esisteva questa parola, ma è vero che il mio personaggio nutre una rabbia profonda nei confronti delle donne».
Profonda e simile a quella che affiora dalle cronache dei femminicidi. Il nostro è un Paese dal sangue marcio?
«Il nostro è un Paese cattolico, profondamente conservatore. C’è un midollo di patriarcato spaventoso che raramente viene riconosciuto e superato, anzi... Nei mass media più biechi sento utilizzare dai giornalisti termini non solo inappropriati ma terribili. Penso alle critiche che vengono rivolte alle donne che fanno politica. Mai nel merito, sempre svalutanti» .
Ricominciamo dall’educazione del maschio?
«E da quello che ritengo un problema enorme per il nostro Paese:le madri. Ancora troppe educano i figli come eroi, li crescono a latte e patriarcato, dicono cose del tipo: “Non hai studiato, adesso torna papà e te la vedi con lui”. Sembra una frase innocua ma instilla l’idea che ci sia bisogno di un uomo per risolvere certe questioni».
Cosa accadde quando uscì il libro?
«Vendette meno di quattromila copie, non se ne accorse nessuno, ma per me fu un’emozione fortissima. Andai a controllare le copie in libreria. Volevo accertarmi che fossero tutte uguali!».
Levato il dubbio, ha continuato a scrivere.
«Dopo un paio di anni è uscito La giostra dei criceti con quattro malavitosi di periferia, ambientato in gran parte a Garbatella. Quando vivevo qui passavo molto tempo nei bar. Ascoltavo i discorsi delle persone e spesso cominciavano con una frase che è già un programma: che t’ha detto l’avvocato?».
Come è arrivato Rocco Schiavone?
«Merito, ancora una volta, di Niccolò Ammaniti. Avevo in mente un poliziotto romano che odia la montagna e che viene spedito ad Aosta per punizione. Mi ha detto che funzionava: un personaggio fuori dal suo contesto abituale è un ottimo spunto letterario».
Non sente mai la necessità di liberarsi di Schiavone?
«Al massimo di lasciarlo un po’ in pace. Come disse Camilleri, porta sfortuna uccidere il proprio personaggio: Manuel Vázquez Montalbán voleva liberarsi di Pepe Carvalho e andò a finire che morì prima lui. E poi Schiavone mi permette di usare un filtro ironico per affrontare cose difficili: la solitudine, la violenza sulle donne, l’impossibilità di vivere, la depressione, il desiderio di morte e l’abbandono».
Se non sono veicolati dalla commedia, i lettori temono certi temi?
«Quando il momento storico è pesante è normale cercare di distrarsi. Viviamo un tempo di grandi angosce: i cinesi con Taiwan, il genocidio in Palestina e l’Occidente che ancora dà i soldi per le armi a Israele, il fatto che non riconosciamo il pianeta, non sappiamo più prendercene cura, Trump che alza e abbassa i dazi, Putin e l’Ucraina…» .
Usa la parola genocidio, per molti un tabù.
«Chiamo le cose con il loro nome. Se spari due volte su un bambino come lo chiami? Se bombardi gli ospedali e affami i civili come lo chiami? Genocidio, eliminazione di un popolo».
Anche vent’anni fa, al tempo di Sangue Marcio, il mondo non se la passava bene…
«Vent’anni fa in Italia si aveva almeno il coraggio di lottare, la sensazione era che allora, al centro di tutto, ci fosse l’essere umano».
Poi cosa è successo?
«Ci sono state delle crisi economiche spaventose. E anche politiche. Sono arrivati i social, che hanno contribuito a questa inanità totale. Oggi passano delle leggi agghiaccianti che vent’anni fa forse non sarebbero passate. La globalizzazione economica ha spinto la chiusura dei Paesi su se stessi. Stiamo andando verso un conservatorismo di fondo e soprattutto verso la perdita dell’umanità».
È molto pessimista…
«Non nutro molte speranze, anzi. Sto con Monicelli: la parola speranza dovremmo abolirla dal vocabolario. E poi, da quando è morta mia moglie, non c’è più nulla della vita che realmente mi interessi. Quello che accade accade. Lo osservo con attenzione, ma non mi appartiene. C’è una cosa però che mi fa stare bene: vedere alcune persone sparire con la velocità dei raccattapalle di Wimbledon. Restano gli amici».
C’è qualcosa che comunque desidera?
«Sarebbe bello che tutti quanti facessimo una cosa molto semplice: condividere le cose belle con gli altri. La condivisione non riguarda solo gli amici, è un atto umano molto importante. Martina Donati mi ha ricordato un detto etiope: se tu corri arrivi, ma da solo. Se vuoi arrivare con gli altri, cammina».
Questa intervista è stata pubblicata sul Venerdì del 20 giugno 2025