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Ma dove si trova Schengen?

Schengen, poco più di 4 mila abitanti, si trova nella parte Sudorientale del Lussemburgo, al confine con la Germania, lungo La Mosella. Allard Schager / Alamy / ipa 

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Sono passati 40 anni dalla firma del Trattato che aboliva le frontiere, ma ancora oggi pochi europei saprebbero indicare sulla mappa il villaggio lussemburghese che gli diede il nome. Che c’è da festeggiare? Reportage
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Attacca a tarda mattinata una sparuta banda di ottoni pluridecorati in divisa marrone seppia. Sul palco all’aperto l’ensemble militare si esibisce, in attesa degli interventi delle autorità locali, in un repertorio di classiche marce d’occasione per distrarre il pubblico dall’afa torrida che ormai affligge anche la regione un tempo considerata la più temperata del continente. Il clima impazzito è cieco, non conosce enclave. Si agitano ventagli di fortuna, la fanfara è sottotono, qualcuno suda e si emoziona ancora. Come un vecchio tifoso avvolto in bandierine blu e stelle dorate che si ricorda di quanto fosse rivoluzionario l’accordo firmato qui con cui si dismisero confini costati secoli di terrificanti conflitti e milioni di morti. Un sogno appassito e violato a turno e che somiglia sempre più a una specie di pronostico sbagliato, a una romantica boutade passata di moda.

Fuori dal labirinto

Era il 14 giugno 1985 quando i rappresentanti di Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussembu…

Attacca a tarda mattinata una sparuta banda di ottoni pluridecorati in divisa marrone seppia. Sul palco all’aperto l’ensemble militare si esibisce, in attesa degli interventi delle autorità locali, in un repertorio di classiche marce d’occasione per distrarre il pubblico dall’afa torrida che ormai affligge anche la regione un tempo considerata la più temperata del continente. Il clima impazzito è cieco, non conosce enclave. Si agitano ventagli di fortuna, la fanfara è sottotono, qualcuno suda e si emoziona ancora. Come un vecchio tifoso avvolto in bandierine blu e stelle dorate che si ricorda di quanto fosse rivoluzionario l’accordo firmato qui con cui si dismisero confini costati secoli di terrificanti conflitti e milioni di morti. Un sogno appassito e violato a turno e che somiglia sempre più a una specie di pronostico sbagliato, a una romantica boutade passata di moda.

Fuori dal labirinto

Era il 14 giugno 1985 quando i rappresentanti di Francia, Germania, Belgio, Olanda e Lussemburgo ratificarono qui, a Schengen, Lussemburgo, il trattato che ancora porta il nome del villaggio scelto per la firma. Allo storico patto avrebbero presto aderito in successione, salvo sparute eccezioni, quasi tutti gli Stati europei, l’Italia nel 1990. Ed era il 14 giugno 2025 che a Schengen siamo venuti per i quarant’anni dalla nascita dell’area da 27 Paesi in cui vivono 423 milioni di persone e in cui si spostano ogni giorno senza passaporto quasi due milioni. Per festeggiare è stato inaugurato il nuovo allestimento del museo dedicato al Trattato. E restaurato il Prinzessin Marie-Astrid Europa, ovvero il traghetto turistico su cui, lungo il corso della Mosella, il fiume che divide Schengen dalla Germania, si procedette alla firma. La firma dei due progetti è di Migliore+Servetto, studio d’architettura milanese (assistito da Karmacchina per il museo) cui si devono le sole presenze italiane di giornata. Lo spazio concepito per riflettere sulla storia e il senso dei confini interni ed esterni all’Unione prende la forma di una scatola interattiva dove i visitatori, per attivare monitor e dispositivi, devono dotarsi di una scheda digitale che memorizza nomi e nazionalità. Il percorso si snoda attorno a una grande scultura luminosa composta dal profilo Led di tutte le bandiere europee, attorno i monitor che mostrano i dati esorbitanti di quella che oggi è “l’area Schengen”.

E poi altri in cui esplorare l’evolversi dei confini nel corso dei millenni. L’approccio al tema non è agiografico, è problematico. Ci sono ad esempio giochi interattivi come quello che chiede di abbinare i passaporti di ogni nazione al cappello della divisa doganale corrispondente (nessuno in un’ora azzecca un solo abbinamento). Un altro in cui si deve percorrere entro un tempo limite, come fosse un videogioco, il labirinto di permessi necessario a chi, proveniente da fuori l’area Schengen, richieda asilo o passaporto. Probabilità di successo minima. C’è in una teca una mazza chiodata originale sequestrata all’aeroporto della capitale del Lussemburgo qualche anno fa a un Hooligan, e filmati che descrivono le vite dei pendolari tra gli Stati. Ormeggiato a 200 metri dal museo ecco il battello, su cui con un mazzo di rose sale a bordo anche la Prinzessin in carne e ossa, ovvero Marie Astrid di Lussemburgo, sorella 71enne del granduca Enrico di Lussemburgo. Di un anno più giovane, il sovrano la tiene sotto braccio. In scia alla coppia a sorpresa anche Jean-Claude Juncker, ex premier lussemburghese, ex presidente permanente dell’Eurogruppo. Meglio di niente, in assenza di Ursula von der Leyen che alla festa di Schengen dedica solo un tweet.

A marcia indietro

In tutto ciò pochi sanno dove si trovi esattamente Schengen, poco più di quattromila abitanti nel Sud-est del Lussemburgo. La maggior parte degli europei immagina in Francia, Germania,oppure in Belgio. E in ancor meno ormai prendono Schengen sul serio. Con la scusa di legittime sospensioni temporanee che poi di fatto diventano permanenti, la Germania ha ripristinato il confine con la Polonia, la Francia addirittura con ogni Stato confinante, la Danimarca con la Germania, l’Italia con la Slovenia, l’Olanda ha chiuso a Belgio e Germania, la Bulgaria alla Romania. E l’elenco delle dogane tornate in funzione sarebbe ancora lungo. Eppure è qui, dove è nata, che batte il cuore d’Europa.

Banche, banche, banche

Il Lussemburgo fu già il motore del trattato di Parigi del ‘51, accordo che, promosso dal lussemburghese Albert Schuman, attorno a carbone e acciaio, interessi comuni insomma, diede vita all’Unione spegnendo anzitutto la secolare rivalità franco-tedesca. C’era al tavolo per l’Italia Alcide De Gasperi, cui, come agli altri, è dedicata una torre nel quartiere di Kirchberg, il cosiddetto Distretto europeo che in appena cinquanta anni ha riempito la campagna attorno alla città di Lussemburgo, la capitale: architetture a vetri senza una sola finestra apribile che ospitano decine di funzioni indispensabili al continente come la Corte dei conti o il Tribunale comunitario. Di fianco hanno sede circa 150 banche, decine di studi legali e poi ancora le Big Four dell’auditing, Deloitte Touche Tohmatsu, PricewaterhouseCoopers (PwC), EY, KPMG. «Sono un’ economista, vengo dalla Bocconi, sono arrivata per indagare le diseguaglianze, ho allargato il campo di ricerca a discipline impensabili dopo aver ricevuto un finanziamento da due milioni e mezzo di euro», spiega senza voce per la troppa aria condizionata Conchita D’Ambrosio. Lavora a Belval, venti minuti dalla capitale, città e polo scientifico creato attorno ai ruderi delle maggiori fornaci del Paese ormai spente. Il Lussemburgo, estremità Nord del filone della Lorena per questo contesa per millenni, è stata una delle miniere europee prima dell’Europa – col vantaggio che qui il ferro non andava neppure cercato scavando, affiorava in superficie. «Il Lussemburgo è un Paese svelto, immagina già un futuro prossimo in cui non potrà contare sui vantaggi fiscali e la discrezione bancaria che ne hanno favorito il boom finanziario». Si sta investendo massicciamente nella formazione, nell’informatica quantistica, nelle materie spaziali così come nella giurisprudenza destinata prima o poi a regolare le dispute cosmiche, nell’intelligenza artificiale. «In questo calderone di conoscenze dove il 60 per cento degli studenti viene dall’estero, ho incrociato il mio lavoro con quello di psicologi e genetisti. Scoprendo che la povertà accorcia l’aspettativa di vita ma che secondo l’epigenetica, i danni non sono ereditari. E soprattutto che in qualche modo la povertà è uno stato mentale. Si sente povero chi si sente troppo distante dal più ricco, al di là delle disponibilità».

Passato e presente

Il Lussemburgo, abitanti poco più di 680 mila, con un reddito pro capite di 140 mila euro, è uno degli Stati più ricchi al mondo. La tradizione gastronomica è esigua, come in tutte le Ardenne si mangiano salsicce, patate, gnocchi che somigliano ai canederli. Ma si è rimediato: il Lussemburgo è il primo Paese al mondo per densità di ristoranti stellati. Si bevono Riesling e Cremant autoctoni (buoni ma un poco dolci, anche i bianchi sono spesso barricati) nella Città Alta della capitale, attorno al palazzo Granducale, nel weekend. Tutto è costruito su di un altopiano che osserva lo strapiombo, la valle dove scorre l’Alzette. Lungo il crinale si ammirano i resti, patrimonio Unesco, delle mura costruite a partire dal Mille e demolite nell’800. Fu allora che il Lussemburgo, per secoli la fortezza più inespugnabile d’Europa, divenne neutrale. È stato a lungo un Paese di contadini e operai, e nel Grund (il fondo valle) vivevano in umili casette operai e contadini. Oggi pochissimi, tra i pur benestanti lussemburghesi, possono permettersene una. E se non possono loro, nessuno nell’area Schengen.

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