«Il mondo si divide in ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà» dicevano i boss della ‘ndrangheta intercettati dai magistrati che indagavano sui tortuosi intrecci tra cosche, politica, grandi affari e massoneria. Era un’inchiesta di qualche anno fa sulle infiltrazioni dei clan reggini nel Nord Italia, ma già mezzo secolo prima qualcuno aveva capito che da quelle parti, per fare soldi e scalare i vertici delle istituzioni, non bisogna esitare a stringere patti con i potenti della zona. Nella prima metà degli anni Sessanta, in pieno boom economico, il medico napoletano Amedeo Matacena senior, famiglia altolocata e amicizie importanti, intuì che più che per il giuramento di Ippocrate, la chiave del successo passasse per il business dei trasporti, l’attraversamento veloce dello Stretto di Messina per esempio, in un’epoca in cui approdare da una punta all’altra di Sicilia e Calabria somigliava a un’impresa da avventurieri. Matacena si presentò a Reggio su una gigantesca spider americana …
«Il mondo si divide in ciò che è Calabria e ciò che lo diventerà» dicevano i boss della ‘ndrangheta intercettati dai magistrati che indagavano sui tortuosi intrecci tra cosche, politica, grandi affari e massoneria. Era un’inchiesta di qualche anno fa sulle infiltrazioni dei clan reggini nel Nord Italia, ma già mezzo secolo prima qualcuno aveva capito che da quelle parti, per fare soldi e scalare i vertici delle istituzioni, non bisogna esitare a stringere patti con i potenti della zona. Nella prima metà degli anni Sessanta, in pieno boom economico, il medico napoletano Amedeo Matacena senior, famiglia altolocata e amicizie importanti, intuì che più che per il giuramento di Ippocrate, la chiave del successo passasse per il business dei trasporti, l’attraversamento veloce dello Stretto di Messina per esempio, in un’epoca in cui approdare da una punta all’altra di Sicilia e Calabria somigliava a un’impresa da avventurieri. Matacena si presentò a Reggio su una gigantesca spider americana bianca con le ali azzurre, abiti stravaganti, pantaloni a pinocchietto e un enorme cappello.
Accanto a lui una donna giovane e bellissima, tanto da vincere nel 1962 la fascia di Miss Italia: si chiamava Raffaella De Carolis, e diventerà un personaggio centrale nella storia di un altro Amedeo Matacena, questa volta junior, ovvero il figlio, glamour e visionario come il padre. E, dicono le sentenze, vicino – molto vicino – alle famiglie più pericolose della ‘ndrangheta. Matacena senior acquistò un paio di carrette del mare dalla Caronte, la società delle vecchie navi dello sbarco americano, le rimise a nuovo e cominciò a mandarle su e giù per lo Stretto stipate di auto e camion. Nel frattempo prese a costruire decine di palazzoni nelle zone più esclusive di Reggio e diventò un uomo ancora più ricco e, soprattutto, più rispettato.
Matacena, la fuga a Dubai e misteri: i sei punti oscuri sulla morte dell’ex deputato di Forza Italia
Soldi, belle donne ma anche tanta politica, un vero e proprio vizio di famiglia: dal Psdi ai repubblicani di La Malfa fino a sconfinare nella destra estrema e a finanziare nel 1970 la rivolta dei “Boia chi molla”, quando per il passaggio del capoluogo di regione da Reggio a Catanzaro ci si sparava per strada.
In attesa del Ponte
Passa qualche decennio e i padroni dello Stretto hanno sempre lo stesso cognome. C’è Amedeo Matacena junior, appunto, ma anche il fratello Elio. E poi i soci storici, i Franza, capaci di portare il Messina persino in serie A. Tra liti familiari, voltafaccia e legami non sempre trasparenti, continuano a fare il bello e il cattivo tempo nel settore dei traghetti in attesa di un Ponte, tanto strombazzato dai governi di centrodestra, che non arriva mai. Amedeo junior ha le stesse passioni di papà: le belle donne, possibilmente famose – e infatti sposa in prime nozze la signorina buonasera Alessandra Canale – i soldi ovviamente e la politica. E così quando dopo Tangentopoli cade la prima Repubblica e si rimescola tutto, Amedeo capisce che il cavallo vincente si chiama Silvio Berlusconi e diventa il suo luogotenente in Calabria, grazie anche all’affettuosa amicizia con Marcello Dell’Utri. Approda in Parlamento e diventa il più acerrimo nemico della magistratura “illiberale”, quella che lo inserisce in diverse inchieste di mafia fino a una condanna a cinque anni e passa per concorso esterno. Matacena scappa a Dubai, aiutato dalla seconda moglie Chiara Rizzo, definita da Dagospia “Lady Champagne” per la sua passione per le feste mondane. Finirà anche con lei prima dell’arrivo di una nuova fiamma, l’ex modella Maria Pia Tropepi, adesso sospettata di avere avuto un ruolo nella morte del compagno e della madre. Già, perché nel 2022, durante la latitanza negli Emirati, Amedeo Matacena junior muore improvvisamente a 59 anni, appena tre mesi dopo la scomparsa della madre, Raffaella De Carolis, che lo aveva raggiunto in latitanza. Restano una scia di testamenti olografi, un patrimonio nascosto chissà dove, quadri d’autore sottratti in casa dell’ex Miss Italia, passaporti nigeriani e altri segreti ancora da decifrare.
L’ultima compagna
Non a caso la saga di Amedeo Matacena junior è diventata ora un romanzo noir, scritto dal giornalista de L’Espresso Gianfrancesco Turano. Si intitola I buoni non esistono (Sem) ed è chiaramente ispirato alla torbida vicenda dell’ex deputato forzista e alla sua chiacchierata scalata politico-imprenditoriale: «Sono anch’io di Reggio Calabria e conosco bene le vicende legate alla saga Matacena», racconta Turano . «Quando Amedeo junior è morto, appena tre mesi dopo la madre, ho cercato di capire cosa fosse successo a Dubai e mi sono imbattuto in questa signora che l’ex deputato aveva sposato in gran segreto con un rito nuziale africano. Mancava poco al rientro di Matacena in Italia, visto che dopo dieci anni la condanna sarebbe andata in prescrizione e lui avrebbe recuperato gran parte del suo patrimonio sequestrato. Parlo di quello ufficiale, perché si dice che gran parte dei soldi sarebbero custoditi in qualche paradiso fiscale».L’improvvisa scomparsa dell’ex armatore e della madre, la fretta con la quale la nuova compagna avrebbe voluto cremarli –«è una loro volontà» ha sempre sostenuto la donna – la riesumazione dei corpi per capire se ci sono tracce di avvelenamento, sono i classici elementi da noir che hanno convinto il giornalista a costruire una storia liberamente ispirata alla vicenda. Nel romanzo c’è un ex poliziotto che si reinventa come investigatore privato e un primo incarico da far tremare i polsi: l’armatore Manfredo Averardi sospetta infatti che il fratello Ranieri, latitante a Dubai per accuse di collusione con la mafia, possa aver ucciso la loro madre per impossessarsi dell’eredità di famiglia. Mariano, l’investigatore, accetta l’incarico e parte per gli Emirati dove affronterà Pupi, l’ambigua manipolatrice compagna di Ranieri che si presenta come chirurga estetica senza avere uno straccio di laurea. Ma, improvvisamente, Ranieri muore e l’investigatore dovrà districarsi fra inganni, festini e flussi di denaro che servono anche a silenziare testimoni eccellenti. Una storia vera, quella di Matacena, dalla quale Turano tira fuori un romanzo dalle tinte hard-boiled rivisitate in chiave contemporanea. Condito da una fitta coltre di mistero: come quello che circonda l’ex deputato e la sua tribolata famiglia.