Sempre più spesso mi capita di pensare – davanti a episodi di evidente misoginia – «ma questo qui, come si permette?». L’ultima volta l’ho pensato leggendo gli attacchi di persone apparentemente riflessive, professori universitari di mezza età e giornalisti più o meno frustrati, nei confronti di Cecilia Sala. Attenzione, non hater, non Mercurio77, non troll, come si dice in gergo social, ma persone con nome e cognome che si sono rivolte a Sala in modo inaccettabile solo perché aveva tentato di portare un minimo di complessità nel racconto dei bombardamenti israeliani e americani sull’Iran.
Non mi soffermerò sul merito della discussione, che poteva anche avere un senso, mi limito solo a ricordare che Cecilia Sala è stata prigioniera nel carcere di Evin dopo essere stata più volte in Iran, aver fatto reportage dalle sue città, aver parlato con le persone che ci vivono, aver studiato a lungo quel Paese e tutto il Medio Oriente. Quello di cui mi interessa parlare è il tono: un misto di pa…
Sempre più spesso mi capita di pensare – davanti a episodi di evidente misoginia – «ma questo qui, come si permette?». L’ultima volta l’ho pensato leggendo gli attacchi di persone apparentemente riflessive, professori universitari di mezza età e giornalisti più o meno frustrati, nei confronti di Cecilia Sala. Attenzione, non hater, non Mercurio77, non troll, come si dice in gergo social, ma persone con nome e cognome che si sono rivolte a Sala in modo inaccettabile solo perché aveva tentato di portare un minimo di complessità nel racconto dei bombardamenti israeliani e americani sull’Iran.
Non mi soffermerò sul merito della discussione, che poteva anche avere un senso, mi limito solo a ricordare che Cecilia Sala è stata prigioniera nel carcere di Evin dopo essere stata più volte in Iran, aver fatto reportage dalle sue città, aver parlato con le persone che ci vivono, aver studiato a lungo quel Paese e tutto il Medio Oriente. Quello di cui mi interessa parlare è il tono: un misto di paternalismo, arroganza, senso di superiorità, volgarità, che mi lascia sempre senza parole. Intenta a guardare il calendario e a chiedermi se siamo davvero nel 2025, e com’è possibile che ci siano uomini che si sentono ancora in diritto di avere questo tipo di atteggiamento nei confronti di una persona solo perché è una donna che si permette di prendere parola e parlare di cose che sa, che conosce, che ha visto da vicino.
Ha detto Geppi Cucciari a Repubblica delle Idee, a Bologna, qualche settimana fa, riguardo agli insulti di cui è bersaglio in rete anche dopo monologhi del tutto innocui, che solo chi ha un’idea squallida della democrazia può ritenere politicizzati, di avere l’impressione che in molti vogliano continuamente dire alle donne: «Tornate al vostro posto». «Ma poi qual è questo posto?», si è chiesta Geppi. E in effetti, qual è?
Per quale ragione Sala non dovrebbe parlare di Iran e dovrebbe farlo invece uno scadente professore universitario che probabilmente non sa neanche trovare Teheran su una mappa? Perché Cucciari non dovrebbe poter fare battute o riflessioni sull’importanza di andare a votare senza essere insultata in modi irripetibili su tutti i muri social esistenti? E così come accade a lei, accade a tutte le donne che pubblicamente esprimono un pensiero su temi politici o sociali: chi la pensa diversamente non le attaccherà mai nel merito, ma cercherà di sminuirle con epiteti sessuali, allusioni, e con un gergo che credevamo confinato ai bagni delle scuole medie.
Può essere considerato un problema minore, una sorta di inevitabile lato oscuro dei social contro il quale tutte ci siamo, ognuna a suo modo, attrezzate. A volte penso però che sia la spia di una misoginia profonda ancora troppo presente nel Paese, a destra come a sinistra. E che sia necessario dire più spesso, e ad alta voce: “Ma lei, come si permette?».
Sul Venerdì dell’11 luglio 2025