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Come si dice Basta! in portoghese

André Ventura ha fondato Chega nel 2019. Getty Images 

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Si dice Chega, che è anche il nome del partito di estrema destra che dal nulla ha preso una valanga di voti. Per capirlo siamo partiti dall’Algarve, ex feudo socialista. E dall’ufficio di André Ventura, che la nuova formazione ha fondato
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VILA REAL DE SANTO ANTONIO (Portogallo) – Davanti al ristorante dell’Associação Naval do Guadiana, il fiume che divide Vila Real de Santo António dalla Spagna, c’era il mercato del pesce. Doveva diventare un hotel ma poi qualcosa è andato storto e oggi è un edificio diroccato in cerca d’autore. Con un murale dedicato al gran comunista Álvaro Cunhal una cui frase recita: “Il destino delle nostre vite è nelle nostre mani”. Nel “rosso” Algarve l’hanno preso in parola ma, nelle elezioni di maggio, su 18 mila abitanti di questa cittadina più di uno su tre votanti ha scelto Chega, formazione di estrema destra e fortemente anti-immigrati. Fino a sei anni fa non esisteva, oggi qui è diventata il primo partito ed è secondo per seggi su scala nazionale, avendo convinto quasi un portoghese su quattro.

Il luogo comune “terremoto politico” è quasi riduttivo. Il Partito socialista, che con l’attuale presidente del Consiglio d’Europa António Costa ha governato sette anni, azzoppato da uno scandalo (…

VILA REAL DE SANTO ANTONIO (Portogallo) – Davanti al ristorante dell’Associação Naval do Guadiana, il fiume che divide Vila Real de Santo António dalla Spagna, c’era il mercato del pesce. Doveva diventare un hotel ma poi qualcosa è andato storto e oggi è un edificio diroccato in cerca d’autore. Con un murale dedicato al gran comunista Álvaro Cunhal una cui frase recita: “Il destino delle nostre vite è nelle nostre mani”. Nel “rosso” Algarve l’hanno preso in parola ma, nelle elezioni di maggio, su 18 mila abitanti di questa cittadina più di uno su tre votanti ha scelto Chega, formazione di estrema destra e fortemente anti-immigrati. Fino a sei anni fa non esisteva, oggi qui è diventata il primo partito ed è secondo per seggi su scala nazionale, avendo convinto quasi un portoghese su quattro.

Il luogo comune “terremoto politico” è quasi riduttivo. Il Partito socialista, che con l’attuale presidente del Consiglio d’Europa António Costa ha governato sette anni, azzoppato da uno scandalo (tipo quello che rischia di disarcionare Pedro Sánchez a Madrid) ha oggi meno deputati di questa Lega portoghese. La gagliarda sinistra radicale è quasi evaporata. Nonostante un affaire recente il Psd, che alla lettera sarebbe “social democratico” ma è una specie di Forza Italia, ancora governa.

La vera novità si chiama André Ventura, fondatore di Chega, che significa “basta” e, nelle parole del leader carismatico, si riferisce alla corruzione, all’invasione islamica, ma soprattutto «alle élite che hanno guidato il Paese negli ultimi cinquant’anni». Ovvero da quando è uscito dalla dittatura di Salazar. Periodo di cui Ventura non si dichiara nostalgico («Sono nato nell’83 quando il regime era caduto da 9 anni: io non sono il passato, sono il futuro del Portogallo» mi ha detto) ma cui ammicca di continuo, a cominciare dallo slogan “Dio, patria, famiglia e lavoro” che, al netto dell’aggiunta dell’ultimo termine, è pari pari quello del regime. Dal quale i portoghesi si sono affrancati con la Rivoluzione dei garofani, il 25 aprile 1974. Che è anche il giorno della nostra Liberazione e mi piace credere che, in questa piccola cabala, ci sia parte della chiave di questo articolo. Nel senso che il Portogallo ci fa simpatia, ma perché metterlo in copertina?

Semplice: mentre quasi tutta l’Europa si spostava a destra abbiamo guardato con invidia alla loro longeva sinistra di governo, probabilmente senza capire molte cose che covavano sotto la superficie e che parlano anche di noi. Eravamo abituati, con la Grecia, a citarli per non fare la figura di ultimi della classe. Mentre, con enormi sacrifici, uscivano dalla crisi economica più nera. Il New Yorker li lodava per la depenalizzazione della droga. El País per l’impegno sulle rinnovabili. L’Economist parlava di “miracolo sull’Atlantico”. Avevano addirittura vinto gli Europei di calcio nel 2016! Erano l’eccezione, sono diventati la regola. Proiettandolo su di loro, ci consentono adesso di rivedere il film che abbiamo vissuto.

Lisbona – dove per mezzo secolo quasi nessuno ha osato definirsi di destra, al più di centrodestra – ha sdoganato l’indicibile passato come ha già fatto Roma, dove prima ministra è diventata un’erede del fascismo storico. Mentre, a studiarne l’economia, capiamo meglio che puntare quasi tutto sul turismo, coi suoi bassi stipendi, è una scorciatoia che crea una società di lavoretti dove gli autisti di Uber (da noi interdetti dalla decisione di un tribunale che non reggerà per sempre) guadagnano meglio di un prof di liceo. C’è del marcio in Portogallo, ma de nobis fabula narratur – come direbbe Ventura che, se non avesse fatto il politico, sarebbe diventato prete e predilige le messe in latino del rito tridentino.

Qui l’Italia va in cattedra

Una quantità sorprendente di scienziati politici specializzati sulla destra, a Lisbona, vengono dal nostro Paese. Luca Manucci da Forlì è arrivato sei anni fa senza neppure parlare la lingua e oggi è ricercatore all’Instituto de Ciências Sociais. Lo incontro a piazza Paiva Couceiro dove prendono fiato vari ciclofattorini dalla pelle scura. Dice: «Il titolo della mia tesi di dottorato doveva essere: come mai il Portogallo non ha un partito di estrema destra? Ma proprio quell’anno Ventura si scinde dal Psd e forma Chega. E io ho dovuto correggere il tiro». Prima di Manucci avevo incontrato al Crist, dove insegna, il padovano Riccardo Marchi, che ha scritto il primo libro sul fenomeno Chega. Spiega: «Studiavo già la destra italiana degli anni 70 e quella competenza mi è venuta utile per capirlo. Non ha niente a che vedere, come qualcuno dice semplificando, con i fascisti. Ma con una forza antisistema che ha denunciato alcuni problemi reali e che, a mio modo di vedere, è un plusvalore per la democrazia perché costringe anche gli altri partiti ad affrontarli». Contro questa lettura un po’ benevola, soprattutto sul fatto che non sarebbero razzisti, una settantina di suoi colleghi hanno pubblicato una lettera aperta di dissenso su un giornale locale. Sia Manucci che Marchi, pur agli antipodi politici, si rispettano e sono entrambi allievi di Antonio Costa Pinto, decano dei sociologi politici con alle spalle un dottorato all’Istituto universitario europeo di Fiesole. Questo per dire che qui tutti sanno fare paragoni precisi con la situazione nostrana.

Dal seminario alla radio

Però, prima ancora di sentire cosa mi ha detto, ecco una mini biografia politica dell’astro nascente dell’ultradestra europea desunta dalla biografia Na Cabeça de Ventura scritta da Vítor Matos, giornalista del settimanale Expresso dai notevoli baffi a manubrio. Lo incontro alla fiera del libro nel parco Eduardo VII. Ventura nasce povero in un sobborgo di Lisbona. Il padre vende pezzi di ricambio per biciclette. Studente modesto fino a 14 anni, quando scopre la religione e si mette in riga. Lo zelo del convertito lo applica, oltre al cilicio con cui si flagellerà, anche nello studio. Fa addirittura un anno di seminario. All’università, giurisprudenza, va come un treno. In Erasmus conosce un’irlandese che poi sposerà. Diventa professore di diritto penale e dirigente dell’ispettorato delle imposte.

Ma la svolta avviene con radio e tv: commenta prima i fatti di cronaca nera poi, soprattutto, il Benfica, vera religione laica del Paese. È una palestra di dialettica, anche politicamente scorretta, e la gente comincia a riconoscerlo al ristorante. Si candida sindaco di Loures, un sobborgo della capitale, e gli spiegano che lì i temi caldi sono due: la mancanza di parcheggi e i rom. Punta tutto sul secondo. Sostiene Matos che Ventura si è inventato uno studio per dire che gli zingari vivono quasi esclusivamente di sussidi pubblici e che sarebbero in cima alle preoccupazioni dei portoghesi. Ventura ribatte che lo studio esiste. Sta di fatto che l’ambizioso esordiente finisce sulle prime pagine nazionali. Lo denunciano per «discorso d’odio», ma verrà assolto. È il luglio del 2017: non diventa sindaco ma la sua carriera politica decolla. Fino alla scissione dal Psd di due anni dopo. Conquisterà un solo seggio, il suo. Nel 2022 diventano 12. Due anni dopo 48. Oggi sono 60 su 230. L’unica vera start up portoghese di successo – tra le tante che dovevano nascere nella Unicorn Factory voluta da Costa per riqualificare il quartiere industriale di Beato – è, al momento, la sua.

La parola a Ventura

E allora ascoltiamo il fondatore che, contro tutti i pronostici degli esperti locali, incontriamo negli uffici parlamentari i cui muri sono tappezzati dall’ennesima mostra fotografica in bianco e nero sulla liberazione dalla dittatura. Abbronzato, camicia a quadretti senza cravatta, fotogenico. È anche lui reduce dall’Algarve, dove ha ascoltato il presidente della Repubblica mettere in guardia la politica dal mito dei «portoghesi puri», praticamente un pizzino che gli è toccato trangugiare col sorriso. Ritiene molto ingiusta la definizione di estrema destra: «Siamo un partito anti-sistema. Come in Italia con la Dc, qui per cinquant’anni hanno governato Ps e Psd senza saper dare risposte alla gente comune. Per questo siamo nati noi che abbiamo preso, soprattutto al Sud, anche parecchi voti ai socialisti». Fa ovviamente parte dei Patriots for Europe, l’organizzazione cui aderiscono Orbán, Wilders, Abascal, Bardella, la Lega («Salvini è un grande amico: è stato uno dei primi e maggiori miei sostenitori in Europa»). Tutti invitati anche al gran raduno delle destre internazionali a Washington cui ha partecipato anche – si parva licet – la conoscenza del Venerdì Anna Maria Cisint, ex sindaca di Monfalcone, europarlamentare e autrice del libello Ora basta. Immigrazione, islamizzazione, sottomissione. Basta, come Chega, con parole d’ordine identiche, solo in lingue diverse.

Il professor Manucci mi spiega che il programma originario di Chega l’ha scritto Pacheco de Amorim, ideologo dei fascisti di Ergue-te (“Rialzati!”). Ma mentre loro hanno preso giusto i voti dei familiari, l’affabulatore Ventura (che nega un ruolo importante di Amorim) è entrato in Parlamento. Comunque, rispetto a quei giorni, il loro programma di privatizzazioni selvagge su salute e istruzione si è ammorbidito, giura il leader: «Ci siamo resi conto che, soprattutto nelle aree rurali, la gente desidera gli ospedali e i servizi pubblici». Quanto all’accusa di essere un fan della famigerata teoria della Grande sostituzione, intesa come cospirazione per sostituire gli europei bianchi con gli immigrati, puntualizza: «Non è esatto. Ma i movimenti migratori mettono in pericolo l’equilibrio cristiano dell’Europa. E per evitare un uragano culturale si devono controllare i nostri confini. Il contrario di ciò che ha fatto Costa sotto i cui due mandati la percentuale di immigrati è passata dal 3,6 al 15-20 per cento odierno». Abbiamo parlato di varie altre cose, ma il punto nodale è e resta questo.

È l’immigrazione, stupidi!

Per Costa Pinto, il sociologo veterano, i numeri giusti sarebbero piuttosto 7 e 15 per cento, ma anche così si tratta pur sempre di un raddoppio in tempi brevi. Che non poteva non lasciare conseguenze. Peraltro oltre a pachistani, bengalesi e nepalesi reclutati per i lavori duri, proprio come succede in Qatar o negli altri Stati neofeudali del Golfo, sono arrivati anche i migranti ricchi. Quelli dei “golden visa” che, investendo almeno 500 mila euro, possono vivere legalmente qui. E i cosiddetti “nomadi digitali” i quali, attratti dal clima e da un tenore di vita vantaggioso, hanno contribuito – insieme alle legioni di pensionati dal resto dell’Unione, tra cui molti italiani – a far schizzare i prezzi degli affitti. Per cui oggi è quasi impossibile, per una giovane famiglia, abitare a Lisbona. Nessuno fatica a riconoscere che le politiche migratorie siano state il grande errore di Costa. «Ha smantellato la polizia di frontiera, lasciando poi uno spaventoso arretrato di 400 mila persone senza documenti da gestire» ammette il giornalista Matos, per aggiungere che «non serviva neanche più un contratto per poter entrare legalmente, ma una “manifestazione d’interesse”, ovvero una generica disponibilità a lavorare».

A scanso di equivoci, non è stata pura follia. Per far ripartire l’economia dopo la cura da cavallo della Troika (2011-2014), con tagli fino a un quarto sugli stipendi pubblici, c’era bisogno di molta manodopera. Come ha ricordato ancora di recente dal governatore della banca centrale Mário Centeno, «senza gli immigrati la crescita si fermerebbe». Però, come nell’America di Biden in cui l’Economia andava benone ma l’economia domestica maluccio, col prezzo delle uova alle stelle e il carovita che azzannava i salari, la gente vede soprattutto un esercito di riserva di lavoratori su cui saranno parametrati al ribasso i propri salari. Che pure, Ocse dixit, negli ultimi 30 anni sono cresciuti del 14 per cento mentre quelli italiani scendevano del 3. Il che spiega perché, mentre qui hanno punito solo ora la sinistra per le promesse non mantenute, da noi è già successo.

Nell’ex regione rossa

Spostiamoci a Faro, la “porta dell’Algarve”, che da poco ha anche un volo diretto con New York per facilitare la vita ai sempre più numerosi turisti americani. In un bar vicino al porto incontro João Rodrigues Martins che insegna sociologia alla locale università. Parla di una crisi continua, dalla Troika («Per la prima volta la disoccupazione maschile, soprattutto nell’edilizia, aveva superato quella femminile») al Covid («Viviamo di turismo ed era tutto chiuso»), fino all’inflazione energetica da invasione russa. Di insegnanti che guadagnano 1.500 euro, non possono permettersi appartamenti che partono da 800 e devono accontentarsi di stanze a 400. Di un salario minimo da 650 euro che non basta per quasi niente. Un abitante su quattro è a rischio povertà, contro la media nazionale di uno su cinque. Tutti elementi del grande scontento dei «giovani maschi sconfitti, gente che non esce di casa fino a trent’anni, i più entusiastici sostenitori di Chega. Il discredito accumulato dalla sinistra è enorme e ci vorrà un decennio per recuperarlo».

Fosse stata pronunciata in italiano, questa frase, sarebbe stata comunque perfetta. A Vila Real, dove il partito di Ventura è cresciuto più che in qualsiasi altro comune della regione, incontro invece Luisa Travassos, direttrice del settimanale Jornal do Algarve. Mi regala il numero uscito all’indomani delle ultime elezioni: nel distretto, Chega è passata da 64 a 78 mila voti mentre il Ps da 60 a 47 mila, con un astensionismo di circa il 40 per cento. Ricorda quando l’allora primo ministro socialista José Sócrates mise la prima pietra del nuovo ospedale che doveva servire una popolazione che, d’estate, quadruplica: vent’anni dopo l’ultima pietra ancora latita. «Con i soldi del Pnrr hanno fatto un centro oncologico che evita ai nostri pazienti una trasferta di oltre tre ore per Lisbona o un’altra a Siviglia. L’hanno finito nel 2024 ma ancora non è in funzione» racconta, per poi aggiungere: «I medici, che guadagnano 2.000 euro al mese, qui non vogliono venire. Per non parlare degli infermieri che ne prendono 1.000 e appena possono scappano. I tradimenti sulla salute sono quelli che gli elettori non perdonano».

Anni fa, in un nostro servizio sul perché la Lega aveva vinto a Bondeno, nel Ferrarese, la chiusura del piccolo nosocomio locale e lo spostamento a quaranta minuti di distanza era citato come lo strappo che costò il comune alla sinistra. Ancora Travassos: «Non che questi, il cui discorso xenofobo sarebbe sufficiente per metterli fuori legge, risolveranno il problema, ma intanto capitalizzano il discontento. Oeiras, il paese in cui sono andati peggio, è anche quello dove i redditi medi sono più alti. I tassi di abbandono scolastico bassi. I servizi pubblici funzionano. Chega cresce dove lo stato sociale si restringe e, con esso, la speranza di un futuro».

Effetto White Lotus

Torno verso Lisbona, non senza essere passato in auto dall’esclusiva Quinta do Lago, con i suoi golf club per villeggianti opulenti, dai resort cinque stelle di Vilamoura, dall’instagrammabilissima Praia da Falesia che le classifiche danno, immancabilmente, tra le più belle al mondo. Capisco meglio l’effetto di risentimento alla White Lotus che la prossimità con una ricchezza straniera così esibita può sortire negli indigeni impoveriti. Chega è il secondo partito ma il Psd gli ha disegnato intorno un cordone sanitario e, grazie alla desistenza di Ventura e dei socialisti, si è insediato con un governo di minoranza (91 voti contro i 116 necessari). Ne parlo col loro sottosegretario alla presidenza Leitao Amaro, la seconda persona più potente del Paese. Ha studiato a Harvard – come il governatore Centeno e il sindaco di Lisbona, confermando un’invidiabile caratura della classe politica – e ha una scriminatura impeccabile anche sotto quasi 40 gradi. Dice: «Resta valido il “No è no” pronunciato dal primo ministro Montenegro riguardo a una possibile coalizione con Chega: non condividiamo le loro visioni xenofobe, né le fake news che usano per creare instabilità. Però, come in qualsiasi democrazia matura, auspico che sia loro che i socialisti possano appoggiare misure specifiche».

Negli ultimi tre anni si è votato tre volte per altrettanti governi. Ha cominciato Costa a dimettersi perché hanno beccato un suo collaboratore con 70 mila euro cash di cui quest’ultimo non sapeva spiegare la provenienza. Ma tutti qui dicono che il premier ha preso la palla al balzo per spiccare il salto europeo – alla Barroso prima di lui o alla Guterres, oggi all’Onu – cui aspirava da tempo. Poi è arrivato Montenegro che, a sua volta, ha indetto elezioni anticipate per una vicenda di traffico di influenze a favore di una società della moglie. Da cui è però uscito confermato. Pedro Nuno Santos, il segretario socialista già molto sbertucciato per la sua Maserati e la passione per i vestiti Armani, si è dimesso dopo l’ultima disfatta. Le varie cose che invidiavamo al Portogallo, tipo l’antiproibizionismo e l’ambientalismo fatto sul serio, in verità le aveva pensate Socrates, non Costa. Come primo effetto collaterale della slavina elettorale il Psd ha introdotto molti più paletti per i ricongiungimenti familiari dei migranti. Anche quel che resta del Ps ha iniziato un percorso revisionista sulle porte aperte: chissà dove porterà.

Intanto tutti gli intervistati, generalmente con orrore, scommettono che Ventura farà ancora strada per la spregiudicatezza e flessibilità senza pari che ha dimostrato. La sua tattica è lanciare una provocazione, fare marcia indietro se non funziona, e poi ripetere lo schema, a oltranza. Alla fine dell’intervista il politologo Manucci aggiunge una glossa metodologica: «All’inizio, quando non era nessuno, gli ha giovato molto una copertura mediatica sproporzionata. Io ho risposto volentieri alle vostre domande ma, se anche verrà fuori un quadro negativo, contribuirà al suo mito». Ha probabilmente ragione. Ma adesso è impossibile ignorarlo.

L’ultima sera avviene un fattaccio. Una trentina di squadristi simpatizzanti dei neonazi Blood&Honour e del gruppo Portugueses Primeiro aggrediscono con un tirapugni, lasciandogli un bello sbrego in faccia, l’attore Adérito Lopes che doveva interpretare il poeta Luís de Camões. Un tassista Uber, molto lucido nelle analisi, la spiega così: «Più quello che farà Chega in sé, è l’effetto cumulativo che sta avendo sulla società: stanno scongelando demoni profondi dal congelatore della nostra storia». Come successe a Roma quando, sindaco Alemanno, gli attacchi omofobici ebbero un repentino rialzo. Se non bastasse, alcuni giorni dopo il mio rientro, la polizia smantella un gruppo di estrema destra: con un arsenale «sorprendente» il Movimento armillare lusitano si sarebbe apprestato a invadere in armi il Parlamento. Sì, c’è un problema culturale, come direbbe Ventura. Ma l’unica invasione non metaforica, a quanto pare, la farebbero proprio quelli che, magari, han votato per lui.

Sul Venerdì dell’11 luglio 2025

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