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Generazione Dayton: la Bosnia a 30 anni dalla guerra

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L’11 luglio ‘95 la strage di Srebrenica apriva la strada agli accordi che mettevano fine alle ostilità nella ex Jugoslavia. Ma il Paese non vede ancora futuro. Del presente si occupano i pochi giovani che hanno scelto di restare. Reportage
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Non abbiamo mai accettato che la guerra sia finita. Abbiamo solo smesso di sparare». Slobodan è uno dei figli di Dayton: ha 31 anni e non ha vissuto la guerra, ma c’è cresciuto dentro. Di quel primo anno di vita ricorda solo ciò che i genitori gli hanno raccontato: la soffitta dove si nascondevano, l’attesa di un camion che non arrivava mai, le case di un quartiere intero abbandonate in una notte. Era il marzo del 1996, a Ilijaš, periferia Est di Sarajevo. L’accordo di pace era arrivato a novembre, ma non era bastato a spegnere la paura: oltre 150 mila serbi fuggirono verso la Repubblica Srpska e la Serbia, in attesa di una nuova stabilità. La maggior parte non ha mai fatto ritorno.

C’è un rumore sordo, in Bosnia-Erzegovina. Vibra sotto le strade divise, tra i palazzi ancora feriti di Sarajevo. È il suono del tempo sospeso in un Paese dove la politica è rimasta divisione etnica, la memoria terreno di scontro, l’economia immobile. Secondo le Nazioni Unite ogni anno la Bosnia perde l’1,…

Non abbiamo mai accettato che la guerra sia finita. Abbiamo solo smesso di sparare». Slobodan è uno dei figli di Dayton: ha 31 anni e non ha vissuto la guerra, ma c’è cresciuto dentro. Di quel primo anno di vita ricorda solo ciò che i genitori gli hanno raccontato: la soffitta dove si nascondevano, l’attesa di un camion che non arrivava mai, le case di un quartiere intero abbandonate in una notte. Era il marzo del 1996, a Ilijaš, periferia Est di Sarajevo. L’accordo di pace era arrivato a novembre, ma non era bastato a spegnere la paura: oltre 150 mila serbi fuggirono verso la Repubblica Srpska e la Serbia, in attesa di una nuova stabilità. La maggior parte non ha mai fatto ritorno.

C’è un rumore sordo, in Bosnia-Erzegovina. Vibra sotto le strade divise, tra i palazzi ancora feriti di Sarajevo. È il suono del tempo sospeso in un Paese dove la politica è rimasta divisione etnica, la memoria terreno di scontro, l’economia immobile. Secondo le Nazioni Unite ogni anno la Bosnia perde l’1,5 per cento della sua popolazione: in dieci anni ha portato quasi mezzo milione di persone sono partite.

Eppure una generazione ha deciso di restare. È quella che si definisce “post - bellica” e che, trent’anni dopo gli accordi del 1995, sente di aver ereditato una tregua, ma non la pace. Non ha tracciato quei confini e non vuole riscrivere il passato: rimane per provare a cambiare il presente.

Parole, parole, parole

Al terzo piano di un vecchio edificio di epoca austro-ungarica nella cittadina di Tuzla, Nordest del Paese, si arriva senza ascensore lungo una vecchia scala patinata. È uno dei pochi palazzi del centro che ancora resiste senza impalcature di sostegno, nella città mineraria famosa per l’estrazione del sale che ha scavato lentamente anche le sue fondamenta, facendole sprofondare. Il centro Citizens Against Terrorism (CAT) è nato per contrastare la radicalizzazione e promuovere il dialogo: qui lavora Slobodan, unico della sua famiglia ad essere rientrato in Bosnia: «Qui nessuno è influenzato negativamente dal mio nome serbo» .

Tuzla, detta la slobodarska ovvero città libera, famosa per essere sopravvissuta al dopoguerra senza mai cedere al nazionalismo, oggi è conosciuta anche per essere una delle poche locomotive industriali del Paese e capoluogo del cantone più popolato della Bosnia. Eppure è esclusa dalla cosiddetta Autostrada della Pace, il progetto lanciato nel 2018 per collegare Sarajevo e Belgrado e, nelle intenzioni, per ricucire le ferite del passato. La tratta attraversa territori meno popolati ma anche politicamente meno scomodi: per raggiungere Tuzla, 120 chilometri dalla capitale, servono ancora più di tre ore di auto. Per Slobodan, una scelta mirata: « È l’ennesima curva che evita chi non appartiene a una sola etnia: tocca a noi tracciare un percorso diverso» . Anche questo insegna ai più giovani, nei laboratori che coordina insieme allo Youth Resource Center Tuzla (ORC), il centro per il dialogo interetnico più importante del Paese: ad uscire dalle identità chiuse che alimentano radicalizzazione e separazione.

Mondi paralleli

Per lui, la svolta è arrivata a 16 anni, durante un dibattito a Biha?. «Ero lì per passare il tempo con gli amici, poi qualcuno parlò con amore profondo della propria religione, l’Islam, diversa dalla mia. Mi resi conto di quanto poco conoscessi chi condivide il mio Paese». Oggi, dice, in Bosnia si può vivere tutta la vita senza mai uscire dalla propria comunità. «Ma se resti solo nella Repubblica Srpska o in una zona a maggioranza bosgnacca, non vivi il Paese: vivi la narrativa che ci separa. Per questo non mi piace il termine ‘costruttore di ponti’. Io vivo la mia identità accanto alle altre. Lavorare per la pace, trent’anni dopo, non è attivismo: è dovere civico».

Lejla arrivata a Sarajevo a 18 anni, nel 2019 è stata tra le organizzatrici del primo Pride locale. Chiara Privitera 

La realtà, però, è difficile da cambiare quando le divisioni si riflettono anche nelle scuole, dove curricula separati insegnano storie e geografie diverse. «Non esiste neppure una data per celebrare la fine della guerra – continua Slobodan – solo commemorazioni dove ognuno impone la propria versione del passato. Chi ha più di quarant’ anni fatica a guardare uno sconosciuto per strada senza chiedersi se ha ucciso qualcuno della sua famiglia» .

Ma cambiare richiede tempo.Nel marzo 2024, Bruxelles ha aperto i negoziati per l’ingresso della Bosnia nell’Unione. La strada è ancora lunga, ma per Slobodan l’Europa è già presenza quotidiana. «Io mi sento già in Europa. La distanza non è geografica: è politica. È il nostro sistema che non è ancora pronto: i diritti, la giustizia, la politica».

Maschere per il presente

Kerim ha 26 anni e la guerra a Sarajevo era finita prima che nascesse, ma ha imparato a leggere i segni che sono rimasti. Nelle lapidi bianche con le date tutte uguali, che spuntano nei parchi, tra i condomini, accanto ai caffè. Negli squarci lasciati dai colpi di mortaio sui palazzi popolari di Grbavica o Alipašino polje, vicino alle finestre dove era più facile uccidere, e che oggi convivono accanto ai centri commerciali o alla moderna Avaz Twist Tower.

La parola pace fa quasi rumore, lì dove la sta scrivendo: lettere rosse su fori d’artiglieria. È il muro di un vecchio edificio abbandonato: Kerim ci scrive sopra: «La città è come un corpo da ricomporre attraverso i graffiti, dandogli una nuova voce», spiega. Era adolescente negli anni in cui tornavano i ragazzi cresciuti all’estero durante l’assedio. Portavano la cultura urbana del lettering e degli spray colorati. «Guardando loro ho trovato il mio modo per lasciare tracce dove gli altri avevano smesso di guardare».

Un modo anche per uscire dalla logica del vittimismo. «C’è una frase che qui si dice spesso: “Finché non ci sparano addosso va tutto bene”. Serve per liquidare blackout, scandali, tensioni. Ma nasconde la normalizzazione del trauma», sostiene il ragazzo. Frutto di una generazione che «non ci ha mai insegnato ad affrontare quello che è successo». Kerim lavora come social media manager per il Balkan Investigative Reporting Network (BIRN BiH), una delle principali voci indipendenti del Paese, che lotta contro la negazione dei crimini. «C’è chi dice che il genocidio di Srebrenica non sia mai avvenuto, chi che il massacro di Markale sia stato inscenato. Noi proviamo a raccontare il presente in un modo diverso».

La frattura, in Bosnia-Erzegovina, non è solo nella memoria. È anche nello spazio politico: secondo Transparency International nel 2024 la Bosnia ha registrato un aumento dell’8 per cento dei casi di corruzione rispetto all’anno precedente. Così è cresciuta anche la sfiducia in un sistema dove 120 partiti e tre presidenti eletti a rotazione rappresentano appena quattro milioni di persone. «Qui votiamo ogni due anni, ma le facce sono sempre le stesse. Se non appartieni ai gruppi etnici costituenti (musulmani, serbi, croati ndr) non puoi neppure candidarti».

Per questo anche Kerim, come chi ha la sua età, guarda a cosa accade appena oltre il confine. Alla determinazione di Tblisi, al coraggio di Kiev, alle piazze di Belgrado che sfidano la corruzione. Mentre in Bosnia tutto sembra sospeso, dice, «là vedo una generazione che prova a rompere il silenzio: potremmo essere noi». E allora restare è l’unico orizzonte possibile. «Immagino un futuro dove il cognome non conterà più. Sogno una Sarajevo che parli di arte e non più di guerra» .

Il corpo che resiste

Lejla ha un corpo leggero, ma cammina come se portasse addosso un peso più grande. Forse è la sua storia, forse solo il suo nome. Dice che a Sarajevo sa di essere riconosciuta e per questo è abituata a guardarsi intorno. Se è in pubblico sceglie dove sedersi, che tono di voce usare, che cosa dire. Nel 2019 è stata tra le organizzatrici del primo Pride, a Sarajevo. La Bosnia era arrivata diciotto anni dopo Zagabria. « Eravamo gli ultimi. Io l’avevo sempre sognato, ma metterlo in piedi fu difficilissimo. L’annuncio avvenne con cinque mesi di anticipo perché si immaginavano grandi disordini. Ci aspettavamo cinquecento persone e invece ne arrivarono più di tremila. Una piccola grande vittoria» . Da allora Lejla è diventata una delle voci più conosciute del movimento LGBTIQ+ del Paese. «Quando ho capito chi ero, ho dovuto decidere se andarmene. Fare coming out in Bosnia significa vivere senza protezioni». Minacce, insulti, messaggi di odio: «Non passo più inosservata. Solo con chi lotta per lo stesso diritto a esistere mi sento vista e così ho anche cominciato a sentire che questo paese è anche casa mia».

Ma le minacce alla comunità LGBTIQ+ non arrivano solo dalla strada. Nel 2023 a Banja Luka, capoluogo della Repubblica Srpska, un incontro del comitato del Pride venne attaccato da un gruppo di hooligan. La polizia era presente ma non intervenne. « Ero lì, e anche se nessuno rimase ferito il messaggio fu chiaro: se le istituzioni non ti difendono non sei solo vulnerabile, sei deliberatamente esposto».

Anche il Pride di Sarajevo, al suo quarto anno, si svolge ancora in un clima di contrattazione costante. Ne è un esempio una legge che prevede misure di sicurezza straordinarie solo per gli eventi queer: transenne, ambulanze, vigilanza privata sono a carico degli organizzatori. « Una forma di discriminazione legalizzata e un paradosso – dice Lejla – essere protetti dovrebbe essere un diritto». Per questo è difficile essere ottimisti pensando all’adesione della Bosnia alla Ue. « I diritti LGBTIQ+ sono una condizione da firmare e invece restano sulla carta, ma non ho sentito nessuno a Bruxelles spendere parole per i diritti della nostra comunità in Bosnia-Erzegovina».

Le lacune, intanto, sono diventate strutturali: non esiste una legge sulle unioni civili, la procedura per il cambio di genere è opaca, la conversion therapy (la controversa terapia riparativa o terapia di riorientamento sessuale) non è espressamente vietata ma neanche accompagnata, i discorsi d’odio restano impuniti anche se pronunciati da politici. «Se penso all’Europa – dice Lejla – immagino pace e sicurezza. Oggi sento che non ci sta aiutando a raggiungere né l’una, né l’altra».

Secondo il Pink Report 2023, redatto da organizzazioni locali impegnate nella tutela dei diritti LGBTIQ+ come il Sarajevo Open Centre (SOC), oltre il 65 per cento delle persone intervistate ha subito almeno un episodio di discriminazione o violenza, ma solo il 13 lo ha denunciato. La paura di ritorsioni, la mancanza di fiducia nelle forze dell’ordine e il rischio di outing involontario continuano a silenziare molte voci.

Manca il riconoscimento di una comunità, ma non solo nelle istituzioni. Lejla l’ha cercato a lungo anche nella sua storia personale. Cresciuta in una famiglia di sole donne, in una casa dove la guerra aveva portato via il padre, non ha dimenticato quel silenzio dopo il coming out: «Mia madre oggi mi vuole bene, anche se non capisce tutto. Va bene così, ma è stata dura. Se sono uscita dal buio in cui ero sprofondata, è stato aiutando gli altri». Il suo impegno ha preso una forma chiara: è diventata terapeuta. Costruisce spazi di ascolto, cura e protezione per le persone queer. «Quello che provo a insegnare è semplice e difficilissimo allo stesso tempo: accettare la propria realtà. Il primo passo per uscirne vivi, l’unico modo per riprenderci il diritto di contare».

“Is there a time for keeping your distance, a time to turn your eyes away?”: c’è davvero un momento in cui è giusto restare lontani, distogliere lo sguardo? Lo cantavano gli U2 nel 1994, in Miss Sarajevo. E la Bosnia, ancora oggi, sembra ripeterlo. Quel monito lo hanno raccolto giovani come Slobodan, Kerim e Lejla. In un Paese che non ha mai davvero fatto pace con sé stesso, indeciso sul proprio futuro, loro hanno scelto di agire. E stanno costruendo qualcosa che, più di tutto, somiglia a una pace che nessun trattato ha mai saputo scrivere.

Sul Venerdì del 11 luglio 2025

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