Le case degli amori famosi: da Antonioni e Vitti a Saramago
di Maurizio FiorinoL’architettura riguarda la gente, lasciò detto Lina Bo Bardi. Non si tratta, proviamo a riassumere, solo di spazi e forme, ma della vita delle persone. Certo: se l’arte non può essere pensata come esercizio estetico, allora diventa un contenitore per accogliere storie di vite reali. Ed è ciò che ha voluto raccontare l’artista Daniele Ratti in un progetto, Due cuori e una capanna, in mostra nella sede napoletana di Gallerie d’Italia (fino al 14 settembre, a cura di Benedetta Donato). Luoghi, dunque, dove la creatività si è fusa con l’intimità e dove l’architettura ha dato forma a relazioni e idee. «Queste case, spesso isolate, a volte abbandonate, altre trasformate in musei, sono riflessi profondi di chi le ha abitate: coppie celebri che hanno lasciato un segno nella storia dell’arte, del design e della cultura» premette il fotografo. Che, per dirne una, a Roquebrune-Cap-Martin si è ritrovato a fotografare Le Cabanon, ovvero il rifugio di 14 mq progettato da Le Corbusier come regalo di…
L’architettura riguarda la gente, lasciò detto Lina Bo Bardi. Non si tratta, proviamo a riassumere, solo di spazi e forme, ma della vita delle persone. Certo: se l’arte non può essere pensata come esercizio estetico, allora diventa un contenitore per accogliere storie di vite reali. Ed è ciò che ha voluto raccontare l’artista Daniele Ratti in un progetto, Due cuori e una capanna, in mostra nella sede napoletana di Gallerie d’Italia (fino al 14 settembre, a cura di Benedetta Donato). Luoghi, dunque, dove la creatività si è fusa con l’intimità e dove l’architettura ha dato forma a relazioni e idee. «Queste case, spesso isolate, a volte abbandonate, altre trasformate in musei, sono riflessi profondi di chi le ha abitate: coppie celebri che hanno lasciato un segno nella storia dell’arte, del design e della cultura» premette il fotografo. Che, per dirne una, a Roquebrune-Cap-Martin si è ritrovato a fotografare Le Cabanon, ovvero il rifugio di 14 mq progettato da Le Corbusier come regalo di compleanno per sua moglie Yvonne, nel 1951. La bizzarra abitazione di legno, oltre a riflettere a pieno la visione dell’architetto del minimum vitale, fu costruita accanto al café Etoile de Mer, dove ogni estate Le Corbusier e Yvonne prendevano i pasti per compensare l’assenza di cucina in casa.
Non distante si erge Villa E-1027, concepita negli anni Venti da Eileen Gray per sé e per Jean Badovici. «L’intreccio dei loro nomi nel titolo della villa è già dichiarazione di complicità: E per Eileen, 10 per la J di Jean, 2 per la B di Badovici, 7 per la G di Gray» spiega Ratti. Anche questa casa è una fuga, un luogo per sottrarsi alla frenesia concepito con un senso profondo di equilibrio tra funzionalità e bellezza.
Natura e cultura
Per quanto riguarda le storie italiane, sono molte. Come non cominciare, però, con la Binishell, ovvero la cupola di cemento costruita da Dante Bini in Sardegna. L’abitazione – realizzata tra il 1969 e il 1971 – oltre a essere un esempio di spazio tridimensionale immerso nella natura selvaggia, è stata testimone dell’unione tra Michelangelo Antonioni e Monica Vitti. «Non parlavamo per ore. Ma io sapevo sempre cosa stava pensando Michelangelo» raccontò l’attrice anni dopo. Pare che Antonioni adorasse il silenzio quasi quanto le immagini e, in quel rifugio di cemento armato, lui e Vitti trascorrevano lunghi pomeriggi osservando il paesaggio, leggendo, o semplicemente ascoltando il vento. «In effetti, l’idea della cupola è nata nel 1964 durante le riprese di Deserto Rosso. Lo spazio fu pensato proprio come estensione della poetica filmica di Antonioni» racconta il fotografo che, per realizzare questo progetto, ha impiegato cinque anni di lavoro.
In Grecia, Ratti ha fotografato Villa Clara, residenza di Marie-Hélène e Olivier Gougeon, mentre a Parigi ha immortalato Casa Cortázar, rifugio e base operativa per Julio Cortázar e Carol Dunlop. Sul Lago Naivasha, in Kenya, ha visitato invece la Dodo’s Tower, voluta da Dodo Cunningham-Reid e dal marito Michael come parte della loro riserva naturale: «Più che una casa, un manifesto ambientale ante litteram, dove si intrecciano design, ecologia e passione per la terra» dice Ratti. Mentre a Reykjavík, in Islanda, c’è la Casa Museo Einar Jónsson, raro esempio di museo-vita: «Tra il 1923 e il 1954, lo scultore e sua moglie Anna abitarono lì, circondati dalle sue opere donate al popolo islandese. Una casa che è anche monumento e che ha segnato la nascita del primo museo d’arte del Paese».
Memoria da vedere
Torniamo all’Italia: si va da Casa Guidi, a Firenze, nido poetico di Elizabeth Barrett e Robert Browning, al Castello di Miramare, dimora tragica di Massimiliano d’Asburgo e Carlotta del Belgio. E, ancora, dalla Palazzina dei Quattro Pizzi scelta da Vincenzo Florio come residenza privata, a casa Jodice, a Napoli, che racconta la vita del fotografo e di sua moglie Angela. «In tutte le storie raccontate c’è sempre un riporto: si narra qualcosa vissuto da altri ma, in questo caso, la storia d’amore l’ho vissuta in prima persona» confessa Ratti. «Angela e Mimmo sono completamente interconnessi da sessant’anni, sono come incastrati: non esiste l’uno senza l’altro».
Dal 1990, la fotografia di Jodice e sua moglie Angela si incrocia con l’architettura domestica: in uno spazio spartano che ospita arte, libri e oggetti di viaggio, si riflette una vita di totale condivisione. Lo studio e la casa occupano due piani separati, collegati però da un flusso di creatività e vita quotidiana: «Scaffali ricolmi di stampe, spazio per lavorare e vivere insieme, tavoli art déco e librerie organizzate per formato e soprattutto per affetto, che evocano un dialogo costante tra memoria e sperimentazione».
Ricavata invece da un vecchio magazzino, la casa-studio di Enric Miralles e Benedetta Tagliabue a Barcellona è un corpo fluido e stratificato, in cui salotto, cucina, studio e giardino si compenetrano. Per gli amanti degli aneddoti, pare che Miralles amasse riorganizzare gli spazi da zero, quasi per gioco, lasciando a Benedetta il compito di “ricostruire il senso”.
Pareti in dialogo
Sempre in Spagna, tra il 1992 e il 2010, José Saramago e Pilar del Río abitarono in una piccola casa a Tías, tra migliaia di libri ordinati con rigore alfabetico e geografico. Si racconta che il Nobel trascorresse intere giornate a sfiorare i dorsi dei suoi volumi e fu proprio in quelle stanze che, poco prima della sua morte, avvenne l’incontro con Mario Vargas Llosa, voluto da Pilar: nonostante le loro visioni opposte, i due conversarono a lungo, e la foto che li ritrae divenne un simbolo di rispetto e condivisione intellettuale. In queste abitazioni, insomma, la complessità architettonica non cela, anzi rivela, il dialogo profondo tra le coppie che le hanno abitate.
Segnando vite, ma non solo. Tant’è che – tornando al nostro punto di partenza, ovvero Le Corbusier – l’architetto, un giorno, confidò il desiderio di andarsene nuotando verso il sole. E così fu: nel 1965, morì mentre nuotava sotto il Cabanon.
Sul Venerdì dell1 luglio 2025