Ecco la ferrovia peggiore d’Italia: così la freccia delle risaie s’è impantanata
di Marco BracconiAlla stazione di Mortara, quarantacinque chilometri a Sudovest di Milano, non ci si può fidare nemmeno dei propri occhi. Capita infatti di veder comparire un treno a sei carrozze e invece le carrozze sono solo quattro, circostanza non inusuale da queste parti: «I primi due vagoni sono inagibili» si scusa il macchinista affacciato al finestrino, e sa di parlare a un popolo abituato a una vita di disagio ferroviario. La linea che collega Mortara a Milano via Vigevano e Abbiategrasso è secondo l’ultimo rapporto di Pendolaria una delle peggiori d’Italia e per capire perché bisogna alzarsi presto, farsi trovare sulla banchina alle sei e mezzo del mattino e condividere l’ora fatale del pendolare, quella che un ritardo o una soppressione ti cambia l’intera giornata. Certo qui deve succedere spesso, se è vero che i viaggiatori hanno aperto una pagina Facebook per segnalare e condividere le tribolazioni quotidiane, con una menzione speciale al titolo per l’ironia: la freccia delle risaie. Risp…
Alla stazione di Mortara, quarantacinque chilometri a Sudovest di Milano, non ci si può fidare nemmeno dei propri occhi. Capita infatti di veder comparire un treno a sei carrozze e invece le carrozze sono solo quattro, circostanza non inusuale da queste parti: «I primi due vagoni sono inagibili» si scusa il macchinista affacciato al finestrino, e sa di parlare a un popolo abituato a una vita di disagio ferroviario. La linea che collega Mortara a Milano via Vigevano e Abbiategrasso è secondo l’ultimo rapporto di Pendolaria una delle peggiori d’Italia e per capire perché bisogna alzarsi presto, farsi trovare sulla banchina alle sei e mezzo del mattino e condividere l’ora fatale del pendolare, quella che un ritardo o una soppressione ti cambia l’intera giornata. Certo qui deve succedere spesso, se è vero che i viaggiatori hanno aperto una pagina Facebook per segnalare e condividere le tribolazioni quotidiane, con una menzione speciale al titolo per l’ironia: la freccia delle risaie. Rispetto al 2023 qualcosina è cambiata, l’assessore regionale ai Trasporti Franco Lucente parla con una certa enfasi di «nettissimo miglioramento» ma ancora oggi un treno su sei accumula ritardi maggiori dei cinque minuti di tolleranza, i passeggeri devono districarsi tra continue soppressioni, il sovraffollamento non si è alleggerito, le informazioni per chi viaggia sono discontinue e farraginose. Un mezzo disastro, nell’efficiente Lombardia che ogni giorno immette con orgoglio palate di forza lavoro nel cuore di Milano, formando un esercito di 900 mila persone che se si muovessero tutte in automobile altro che Gotham City. A questa riserva armata di abbonamento e pazienza appartengono gli oltre ventimila che ogni giorno vanno e vengono dalla placida Lomellina, con un trend in continua crescita, anche nei fine settimana, ma il risultato di questa domanda in ascesa non sono più convogli – o convogli più capienti – ma più viaggi in piedi, soprattutto se sali a Vigevano o Abbiategrasso.
«La flotta è stata rafforzata con una manciata di treni Caravaggio ma sull’operazione aleggia un’ombra di paradosso, i nuovi mezzi sono a quattro o cinque carrozze, non a sei, e il risultato è che ci sono alcuni treni più efficienti ma la portata complessiva è diminuita», mi spiega sulla banchina Franco Aggio, presidente della MiMoAl, associazione che difende i diritti dei pendolari. Il mio Virgilio negli inferi del vero lavoro a distanza, altro che smart working, si occupa di sicurezza nei cantieri edili e la sua seconda vita sono i trenini, non quelli nella sala hobby bensì quelli veri, che fuori dalla rete premium dell’alta velocità sono piccolini anche nel mondo reale: «Avrebbe dovuto vedere il convoglio delle 6.15, anch’esso composto da quattro sole carrozze, partito in orario ma già quasi pieno, con le biciclette dei rider guardate in cagnesco dagli altri passeggeri e il personale sotto stress per mettere ordine». Sul nostro treno, quello delle 6.51 con i due vagoni fantasma, sembra andare meglio, ma è solo l’entusiasmo del pendolare per finta, io in questo momento. E infatti Aggio scuote la testa, mi invita ad aspettare le fermate di Vigevano e Abbiategrasso…
Carrozze chiuse
«Per regolamento, con due carrozze chiuse dovremmo fermare il treno, ma finiamo lo stesso la corsa su Milano», ammette il capotreno controllando i biglietti da sette euro e venti, a comprarli il giorno prima sul sito di Trenitalia. È un giovane immigrato da Benevento e ha la stessa aria fatalista dei passeggeri che salendo a Vigevano sono rimasti in piedi senza battere un ciglio, come sull’autobus, e in mezzo a questi corpi incollati si muove in slalom, lentamente, confermando quello che tutti a bordo (tranne me) danno per scontato: siamo già oltre i dieci minuti di ritardo. Chiosa Franco-Virgilio: «Non c’è più nemmeno il bonus pendolari, che veniva riscosso in automatico al rinnovo dell’abbonamento. Dall’anno scorso bisogna chiedere l’indennizzo, con un inevitabile allungamento dei tempi e una soglia di ritardo rimborsabile stiracchiata da cinque a quindici minuti». Su una corsa di poco più di un’ora, perbacco.
Nell’attesa di accogliere i pendolari di Abbiategrasso – dove si metteranno che già siamo ai posti in piedi? – Aggio snocciola i nodi irrisolti che rendono la tratta un percorso a ostacoli: pochi treni e alcuni vecchiotti assai, il binario unico da Albairate che rallenta tutto, passaggi a livello sul tragitto come se piovesse, spesso alle prese con i guasti. «Io viaggio ogni giorno su questa linea e una volta su tre qualcosa non funziona», racconta il medico che mi siede accanto, atteso dopo le risaie da un’altra mezz’ora di trasporto pubblico fino all’ospedale Niguarda. Malgrado tutto non ha mai ceduto alle quattro ruote: «Scherza? A Milano poi la parcheggia lei la macchina…». Per quelli come lui la buona notizia è che tra qualche mese si arriverà non più a Porta Genova ma a Rogoredo, «e la connessione con la città sarà più semplice», anche Aggio è d’accordo. Il difensore dei pendolari resta però pessimista sullo stato di salute della “sua” ferrovia: «Non smetteremo di insistere sul miglioramento del servizio, anzi continueremo a fare proposte come il raddoppio selettivo del binario, saltando i tratti all’interno delle cittadine. Ma sono consapevole che anche se si decidesse ora, per una simile opera ci vorrebbero anni. Allora mi limito a chiedere: perché non aumentiamo le corse, magari iniziando prima al mattino E poi intensificando durante il giorno?».
Tutti in piedi
Non me ne sono quasi accorto, ma tra sospiri e lamenti siamo arrivati ad Abbiategrasso e le misere quattro carrozze del nostro Vulture – di Caravaggio stamattina non se ne sono visti – si apprestano a ingoiare un centinaio di avventori dell’ultimo tratto critico, quello fino a San Cristoforo, dove finalmente in tanti scenderanno perché c’è la metropolitana. Chi sale qui nemmeno ci pensa a un posto a sedere, non certo a quest’ora, e io all’improvviso mi rendo conto che siamo a inizio luglio, con le scuole chiuse e gli universitari in cameretta a preparare l’ultimo esame, dunque a questo tasso di affollamento bisogna aggiungere, in tempi ordinari, una non indifferente aliquota di studenti. «Ma i professori lo sanno» – interviene una signora dal sedile dietro il mio. «Mio figlio va al Politecnico e quando arriva tardi a lezione viene sempre perdonato, pubblicamente: eh, la Mortara-Milano…».
Sono invece loro, i passeggeri, a sapere troppo poco, tra annunci saltati e una app di Trenord che funziona a singhiozzo, un vero enigma digitale. «A me è comparsa la notifica del nostro ritardo, al mio vicino no», mi fa vedere il dirimpettaio senza accorgersi di aver aperto il vaso di Pandora. Ormai hanno capito tutti che è un’intervista e ciascuno racconta appassionatamente la sua storia di pendolare in Lomellina, giocando a chi della Mortara-Milano dice più peste o più corna. È una piccola rivolta che si ripete a cadenza e suona familiare anche se non l’hai mai vista prima, esperienza quasi politica come può essere trascorrere un’ora chiuso in una scatola con una comunità che condivide lo stesso problema. La scatola, appunto. Quella da cui tutte queste persone dipendono ogni giorno fino alla fermata San Cristoforo, dove la metà dello sciame si disperde, che siamo già a Milano. Ora sul treno si respira ma tra cinque minuti arriveremo a Porta Genova, stazione meneghina alla quale sta per essere somministrato il toccasana o la condanna della rigenerazione urbana.
Se ti fermi a prendere un caffè e aspetti una ventina di minuti, puoi vedere quelli che sbucano dalla Mortara-Milano sul treno successivo e leggergli nel pensiero, qualcosa del tipo anche per oggi è andata. Ma per il pendolare di Lomellina c’è ancora un domani, e prima di domani il viaggio di ritorno al pomeriggio, ché per tornare a casa l’andazzo non cambia molto. Tra una cosa e l’altra, bestemmie e incertezze, per andare e venire dal lavoro vanno via così tre ore e mezza al dì, diciotto ore a settimana, settantadue al mese, quasi ottocento all’anno. Un decimo secco del tempo di una vita, sonno compreso, speso a bordo di un sei carrozze che anche domattina, è probabile, non saranno sei.
Sul Venerdì dell’11 luglio 2025