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Cum panis di università

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Noi siamo quello che mangiamo. Ma qualche volta anche gli altri diventano quello che mangiamo noi. Basta un pacco da giù ad allargare i confini dell’identità e ad abbattere le barriere tra le due metà dello Stivale. Un barattolo di tonno di tonnara, dei pomodorini secchi, un caciocavallo podolico, una pastiera, una cassata, dei taralli, un salame, un vasetto di melanzane sott’olio o di origano che sa di Mediterraneo operano una trasfusione di Sud nelle vene d’Italia.In realtà il libro di Matteo Scaroni intitolato significativamente Un pacco da giù è un’antropologia del Belpaese fuori sede, visto attraverso quel sospiratissimo scatolone pieno di ogni ben di Dio che le famiglie meridionali mandano da sempre ai loro figli che sono andati a studiare o a lavorare al Nord. In realtà quell’involto di cartone, legato con lo spago o sigillato con il nastro adesivo, non contiene solo bontà da mangiare. Quelle leccornie che fanno sentire ai migranti il calore di casa, il profumo dell’origine, la…

Noi siamo quello che mangiamo. Ma qualche volta anche gli altri diventano quello che mangiamo noi. Basta un pacco da giù ad allargare i confini dell’identità e ad abbattere le barriere tra le due metà dello Stivale. Un barattolo di tonno di tonnara, dei pomodorini secchi, un caciocavallo podolico, una pastiera, una cassata, dei taralli, un salame, un vasetto di melanzane sott’olio o di origano che sa di Mediterraneo operano una trasfusione di Sud nelle vene d’Italia.In realtà il libro di Matteo Scaroni intitolato significativamente Un pacco da giù è un’antropologia del Belpaese fuori sede, visto attraverso quel sospiratissimo scatolone pieno di ogni ben di Dio che le famiglie meridionali mandano da sempre ai loro figli che sono andati a studiare o a lavorare al Nord. In realtà quell’involto di cartone, legato con lo spago o sigillato con il nastro adesivo, non contiene solo bontà da mangiare. Quelle leccornie che fanno sentire ai migranti il calore di casa, il profumo dell’origine, la nostalgia pungente della cucina materna, nel momento in cui vengono condivise rappresentano dei simboli unificanti. Perché il pacco da giù consumato con gli amici di su crea nuovi legami, spesso altrettanto forti di quelli di sangue e qualche volta anche di più. Lo sapevano bene gli Italiani d’America che attraverso la cucina continuavano a tessere il filo che li legava alla patria lontana e allo stesso tempo a fare comunità con gli autoctoni. Così lo scambio del cibo si trasforma in un laboratorio sociale, nella prova generale di un’altra umanità possibile, una fucina di appartenenze ulteriori. In fondo la commensalità è la materia prima della comunità, quella che trasforma degli estranei in compagni, parola che deriva dal latino cum panis e significa letteralmente coloro che si spartiscono il pane. Davanti a uno spaghetto con i pomodorini del piennolo conservati amorosamente sul balcone da mammà, a una provola ragusana sposata a una Bonarda dell’Oltrepò, a un piatto di lampascioni pugliesi abbinati a un Franciacorta, le differenze si sfumano e si afferma un comune senso del godere. E del sentire. E del pensare. Insomma, il cibo riscrive le mappe del noi facendo posto anche agli altri. Perché in fondo lo dice la parola stessa, siamo quel che siamo perché siamo noi ma anche altri. Cioè noialtri.

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