Lucia di Bernard Minier, Baldini+Castoldi, 471 pagine, 22 euro, traduzione di Raffaella Patriarca
Peccato, quel collega poliziotto le era particolarmente caro, ma l’hanno ritrovato in cima a una collina, sotto un nubifragio da tregenda: incollato a una croce, nudo, e morto. La tenente Lucia Guerrero, della Guardia Civil spagnola, indaga. E, con l’aiuto di uno staff di criminologi più un inesorabile software, che ti scopre? Che di cadaveri lavorati con una supercolla ce ne sono stati anche altri. Omicidi inghiottiti dal tempo e mai collegati tra loro. A cui va aggiunta la scomparsa di un bambino. Chi uccide non è un brutalone qualsiasi, ma a modo suo un esteta: a guardar bene, le scene dei delitti contengono squisiti rimandi alla pittura rinascimentale e alle Metamorfosi di Ovidio. E poi l’assassino non ha lanciato la sua sfida a casaccio: vuole vedersela proprio con lei, Lucia, investigatrice – c’è da dirlo? – tostissima, scorbutica, palestrata, tatuata, divorziata, un figlio problema…
Lucia di Bernard Minier, Baldini+Castoldi, 471 pagine, 22 euro, traduzione di Raffaella Patriarca
Peccato, quel collega poliziotto le era particolarmente caro, ma l’hanno ritrovato in cima a una collina, sotto un nubifragio da tregenda: incollato a una croce, nudo, e morto. La tenente Lucia Guerrero, della Guardia Civil spagnola, indaga. E, con l’aiuto di uno staff di criminologi più un inesorabile software, che ti scopre? Che di cadaveri lavorati con una supercolla ce ne sono stati anche altri. Omicidi inghiottiti dal tempo e mai collegati tra loro. A cui va aggiunta la scomparsa di un bambino. Chi uccide non è un brutalone qualsiasi, ma a modo suo un esteta: a guardar bene, le scene dei delitti contengono squisiti rimandi alla pittura rinascimentale e alle Metamorfosi di Ovidio. E poi l’assassino non ha lanciato la sua sfida a casaccio: vuole vedersela proprio con lei, Lucia, investigatrice – c’è da dirlo? – tostissima, scorbutica, palestrata, tatuata, divorziata, un figlio problematico a carico, una madre alzheimeriana e un fratello morto suicida. Tanta roba. Pure troppa. Giocando abilmente con i cliché “de paura”, il già visto e il già letto, un occhio alla cultura classica, l’altro ai brividi dell’intelligenza artificiale («Ora c’erano algoritmi in quasi tutto ciò che ci circonda»), Bernard Minier, giallista francese che spopola in tutto il mondo, sforna un thriller che sa di pastiche barocco. Il ritmo è baldanzoso, le atmosfere crude, la protagonista accattivante per quant’è antipatica. Sullo sfondo una Spagna ancestrale: Salamanca, Segovia, l’Aragona. E una domanda: i serial killer, anche basta, no? Magari una moratoria... Discutiamone. (Marco Cicala)
La regola dell’ortica di Nunzia Scalzo, Feltrinelli, 256 pagine, 15 euro
Bea Navarro, grafologa forense (proprio come l’autrice Nunzia Scalzo, che ha una ventennale esperienza nel settore), è alle prese con un cold case da antologia: un apparente suicidio accaduto nel 1965, quello della giovane Norma Speranza. A coinvolgere nell’indagine Bea e l’amico giornalista Grimaldi è la nipote della defunta, e tutto si snoda attorno a un biglietto (“Tutto è distrutto e io mi ammazzo”) vergato a mano – da Norma o da qualcun altro? - e trovato accanto al corpo. Lo spirito razionale e scientifico di Bea, che vede nella scrittura una sorta di impronta del cervello, e il suo fastidio per le mezze verità e i non detti verranno messi a dura prova dall’incontro con i personaggi – non solo tridimensionali, ma proprio vivi, grazie all’abilità dell’autrice nei dialoghi e a un dosaggio efficace del dialetto, in omaggio allo stile del Maestro di Porto Empedocle – che ruotano attorno alla vicenda e hanno interessi e segreti da difendere. Tra indagini d’archivio e colloqui con i testimoni dell’epoca, Bea vedrà comporsi a poco a poco un quadro sempre più chiaro e al tempo stesso capace di sorprendere. “Anche se tu puoi girarci intorno quanto ti pare, la verità te la ritroverai sempre di lato; forse di profilo, o al massimo a tre quarti, ma mai in pieno viso; fattene una ragione e lascia in pace la gente”. Questa frase che Evelina, amica di Norma, rivolge con aria infastidita a Bea Navarro riassume in poche parole il cuore e la sfida di ogni romanzo giallo. (Giuliano Aluffi)
Il tempo della fine di Katrine Engberg, Marsilio, 432 pagine, 20 euro, traduzione di Claudia Valeria Letizia
Fra i tanti autori e autrici scandinavi di gialli, Katrine Engberg si è guadagnata notorietà con la sua Serie di Copenaghen, ambientata nella sua città natale, tradotta in decine di lingue e vincitrice di premi, fra cui il Martha Award, assegnato dall’associazione dei librai di Danimarca. Il tempo della fine inaugura un nuovo ciclo, attorno alla figura di Liv, ex poliziotta, ora investigatrice privata, che dalla capitale parte verso il nord nello Jylland (o Jutland) cercando la chiave di un cold case che ossessiona il suo mentore; ma all’intreccio si aggiunge un altro cadavere, nonché il mistero attorno alla morte di un malato psichiatrico… e anche i segreti che Liv ha lasciato con il suo lavoro a Aalborg, a settentrione. I fili della storia e la folla dei personaggi si tessono e poi si riuniscono in un unico disegno, e nel processo Liv rivela ipocrisie profonde e fa pace coi suoi demoni personali. Per il pubblico italiano gran parte del fascino dei giallisti scandinavi (molti usciti per Marsilio) sta nella scoperta di un mondo così diverso dal nostro, dove la natura (in genere in mezzo alla neve…) impera e la città sa essere ostile: lo leggiamo attraverso i dettagli, cucina, mobili, trasporti, servizi sociali. Ma di rilievo in questa letteratura c’è anche l’analisi di tratti del disagio che tutti i paesi europei oggi condividono. Engberg non è da meno: la sua Liv smaschera episodi del passato collaborazionista con il nazismo e la diffidenza verso il diverso della buona società, ieri profondamente antisemita, oggi antislamica. (Alessandra Quattrocchi)