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Abusi sessuali, parlano i survivor

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Questa storia è una porta su uno spazio protetto, è un privilegio che merita gratitudine e cura
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La prima volta, all’inizio del cammino, devo solo presentarmi e andare via. È un contatto fugace, una videochiamata corale per una reciproca ricognizione. Entro nello schermo a gamba tesa, analfabeta e spiccia, con la spavalderia ottusa di chi evade una pratica. Dall’altra parte, un silenzio disarmato e perplesso, l’atmosfera rarefatta di un’altra dimensione.È venerdì sera e le donne e gli uomini che mi osservano, ognuno dal proprio riquadro di questa stanza virtuale, sono i membri di uno dei gruppi di auto-mutuo-aiuto, creati nell’ambito di Meti, associazione che dal 2013 accoglie persone che hanno subito abusi sessuali durante l’infanzia (www.assometi.org). Non si chiamano vittime perché lo sono state in passato ma oggi non più. Nell’illusione che ciò che non si definisce non esista, manca, in italiano, un nome per loro, che appartengono al mondo dell’indicibile. Pertanto si prende a prestito l’inglese survivor che, rispetto al participio sopravvissuti, contiene una sfumatura resili…

La prima volta, all’inizio del cammino, devo solo presentarmi e andare via. È un contatto fugace, una videochiamata corale per una reciproca ricognizione. Entro nello schermo a gamba tesa, analfabeta e spiccia, con la spavalderia ottusa di chi evade una pratica. Dall’altra parte, un silenzio disarmato e perplesso, l’atmosfera rarefatta di un’altra dimensione.È venerdì sera e le donne e gli uomini che mi osservano, ognuno dal proprio riquadro di questa stanza virtuale, sono i membri di uno dei gruppi di auto-mutuo-aiuto, creati nell’ambito di Meti, associazione che dal 2013 accoglie persone che hanno subito abusi sessuali durante l’infanzia (www.assometi.org). Non si chiamano vittime perché lo sono state in passato ma oggi non più. Nell’illusione che ciò che non si definisce non esista, manca, in italiano, un nome per loro, che appartengono al mondo dell’indicibile. Pertanto si prende a prestito l’inglese survivor che, rispetto al participio sopravvissuti, contiene una sfumatura resiliente.

Survivor sono i protagonisti di una narrazione nuova che li pone al centro, lasciando indietro gli abusanti, affinché piano piano sbiadiscano sullo sfondo.Michela mi tende una mano dall’abitacolo dell’auto da cui si è collegata in videoconferenza: «Questa per noi» spiega «è una bolla sicura, con una sua ritualità. Devi avere pazienza: abbiamo bisogno di lentezza». Le regole del mondo fuori non valgono più. In questa stanza si parla e si ascolta piano. E a volte si tace. «I gruppi – 16 online, uno in presenza e due dedicati a genitori di bambini abusati – sono composti al massimo da otto partecipanti che si incontrano ogni due settimane per parlare e confrontarsi sul proprio vissuto, passato e presente», racconta Laura Monticelli, presidente e fondatrice di Meti, a sua volta survivor. «L’obiettivo dell’associazione è creare un luogo sicuro dove farsi carico del proprio trauma, provando a trasformarlo per raggiungere una vita degna di senso».Meti, sostenuta dal lavoro di volontari, ha seguito a oggi 250 casi e conta 170 soci effettivi. Come si approda qui? «Attraverso il passaparola, la rete, i social, il nostro podcast Non se ne parla. Oppure su indicazione dello psicoterapeuta o dei servizi pubblici», spiega Monticelli che, oltre ad avviare i gruppi e accompagnarli per il primo tratto di strada, accoglie i nuovi arrivati.

Diego, Laura B, Big Trauma...

Sono passate due settimane e ricevo un link per partecipare a un nuovo incontro. In attesa di essere ammessa, ripasso le regole dei gruppi di auto-mutuo-aiuto: non giudizio, rispetto dello spazio e delle storie altrui, ascolto attivo. Alla spicciolata, compaiono volti e i nomi dei partecipanti: Diego, Dario, Laura B., Michela, Ivan e Big Trauma («Il protagonista della mia storia si chiama così. Vorrei farne un fumetto manga. Usa il suo nome, il mio reale lo detesto»). Hanno tra i 30 e i 50 anni; chi arriva trafelato, chi è all’esterno, chi nell’intimità del proprio divano, un cane accanto, chi alla scrivania. Hanno l’aria familiare della vicina di casa, dell’insegnante di mio figlio, del collega in ufficio. All’aspetto, io potrei essere loro, loro potrebbero essere me. Invece no.Monticelli questa sera ha il ruolo di facilitatrice: «Ci concentriamo sul qui e ora. Prendiamoci qualche minuto di raccoglimento, occhi chiusi o aperti». Ci vogliono impegno e volontà per cambiare dimensione. Il silenzio si fa denso. I contorni della bolla sono tangibili. «Come state?». Le domande, come le risposte, hanno una consistenza differente rispetto al mondo fuori, sono più affilate e puntuali. Non c’è spazio per casualità o leggerezza. Anche i vuoti qui traboccano di una sostanza vischiosa.Laura B. attiva il microfono: «Inizio io». Dice che è contenta di esserci, che ha alti e bassi. «A volte sono serena, poi qualcosa succede e tutto cambia: mi prende un senso di solitudine, di inutilità. Cambia il mio sguardo e anche i luoghi mi sembrano diversi all’improvviso».

Lorenzo Passini 

Dario è stabile, Diego è stanco ma oggi inizia le ferie, Ivan ha la testa per aria.Big Trauma è contento: «Vorrei avere un pulsante per inviarvi il mio stato d’animo: sto bene. Percepisco piccole cose che mi fanno sentire che non sono sbagliato, che non ho fatto niente di male». Si commuove. Perché questo è uno spazio libero dove essere se stessi, dove restare, andare via e tornare, dove piangere, ridere e tenersi stretti. Questa è una zona franca che non teme la nudità e le ferite, che parla la lingua esclusiva ed escludente della condivisione.«Ognuno di noi ha subito un trauma che ha creato una razza a parte. Io sono complicata, sono di cristallo. La razionalità non riesce a cogliere ciò che le persone abusate hanno sperimentato. Ci si arriva solo con l’emotività. Solo noi riusciamo a comprenderci. È bello e triste che ci siamo trovati», racconta Laura B. con una lucidità riflessiva. Ascolto e percepisco la tensione che la presenza del mio corpo estraneo innesca. L’esposizione al mio sguardo accentua la vulnerabilità ma anche la volontà di esserci. Il confronto segue linee accoglienti e morbide che, quando mi intercettano, rimbalzano, mi attraversano e talvolta si spezzano.

Si cammina su un filo tra il cielo e il baratro. Ivan spiega la difficoltà di raccontare: «Questo trauma è più difficile di altri perché le vittime sono messe da parte. C’è più attenzione verso chi ha commesso l’abuso. Le nostre voci vengono zittite perché le nostre storie sono respingenti. Ci sentiamo inascoltati e inascoltabili». Aggiunge che Meti gli ha salvato la vita. «Da solo non ce l’avrei fatta, anche se mi ero confidato con gli amici più stretti. Mi sono rinchiuso qui dentro per poi essere in grado di uscire ma è adesso, non prima, che soffro veramente per quello che ho subìto». Gli altri annuiscono. Ogni tanto un piccolo cuore attraversa lo schermo. Lo manda Diego che, dalla sua finestra virtuale, tesse trame sottili, veli che avvolgono il gruppo come un abbraccio: «Sono arrivato a Meti perché, quando ho cominciato a ricordare, avevo bisogno di trovare altre persone come me. È come se avessi una bomba atomica emotiva che è il mio abuso.

Parlarne equivale a chiedere: ti vuoi prendere questa bomba atomica?». Non tutti sono pronti a farsene carico, racconta. «Me ne sto facendo una ragione». Il venerdì sera invece, tra ordigni simili, ci si capisce. L’attenzione non cala mai. Resta sotto traccia, come la cura e il rispetto. Ci si interroga sull’opportunità di condividere il proprio trauma. Parlarne in pubblico? Scriverne? Disegnarlo? Quali effetti può avere su di sé e sugli altri? Quali rischi si corrono? Laura B. percepisce l’insofferenza altrui: «“Che palle! È passato tanto tempo. Dimentica! La vita va avanti” mi sento dire dalle persone». Si è chiesta se avessero ragione, «ma la nostra è una ferita marchiata a fuoco sulla pelle».La comunità è una soluzione? Ci riflette Ivan: «Come individuo vivo la mia sofferenza ma la comunità mi dà forza, consente di redimere le nostre storie, per me è sinonimo di cura. Tra di noi risuoniamo». Dario ha notato che parlare con i maschi è più difficile: «Erigono muri di fronte a questi argomenti. Eppure l’abuso colpisce anche loro». Silenzio. «Volete aggiungere qualcosa?» chiede Monticelli dopo un po’.«Mi domando se sarò mai a mio agio nel mondo. Perché in questo momento, nel mondo, non ho un grande posto», dice Laura B. dando voce a un pensiero comune.«Il semplice fatto di stare al mondo ci dà un posto», rassicura Ivan.

Big Trauma, con ironia amara, ringrazia «perché ogni volta che vengo qui soffro come un cane. Voi parlate dei vostri traumi e siete tranquilli. Per me è una pugnalata al cuore».«Grazie di essere il condominio dove vorrei vivere tutti i giorni», conclude Laura B.

Camminare sulle uova

Tra i servizi offerti da Meti, oltre all’assistenza legale gratuita, c’è l’arteterapia. L’appuntamento, online, è una volta al mese. Le sedute sono condotte da Mariapaola Parma, arteterapeuta, autrice di Camminare sulle uova: Arteterapia e abuso nell’infanzia: un incontro possibile. I partecipanti, gli stessi del gruppo di auto-mutuo-aiuto, hanno 40 minuti per reagire, attraverso disegni e altre forme espressive, a una suggestione proposta dalla terapeuta. «I sentimenti e i pensieri più profondi dell’uomo, derivati dall’inconscio, viaggiano per immagini più che attraverso la parola» spiega Parma. «Per questo l’uso dell’arte e della creatività è utile nel trattamento dei traumi».In quel tempo breve, che scorre in una quiete laboriosa, colori esplodono («Ho la sensazione di essere stata strappata dalla mia tana e buttata nel mondo dalla luce della primavera», Michela), un uomo in una camicia di forza è intrappolato dentro un cubo («Mentre disegnavo avevo la tachicardia», Big Trauma), un altro è bendato («L’abusante può impedirti di vedere che c’è altro», Dario), tratti acuminati feriscono fogli («Oggi mi sembra impossibile germogliare», Diego), una porta conduce a una bambina sola («Io mi sono sentita così», Laura M.), dietro un macigno spunta l’aurora («Sono in un percorso che mi fa vedere il sole», Ivan).Questa storia è un viaggio in un territorio che ha bisogno di luce. «Le 140 persone che oggi frequentano i gruppi» dice Monticelli «sono ex bambini che, da piccoli, nessuno ha visto». Meritano, oggi, di non essere lasciate sole.

Sul Venerdì dell’1 agosto

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