Cara musica dal vivo quanto ci costi. Ed ecco perché
di Patrizio RuviglioniStadi vuoti, biglietti omaggio per riempirli, finti sold out, cifre gonfiate. Ma anche eventi davvero partecipati con prezzi, però, a detta di tanti ingiustificati. E poi speculazione, location inadeguate, locali in ginocchio. Dietro la facciata di “tutto esaurito” e numeri “da record”, la musica dal vivo italiana nasconde polvere sotto il tappeto. «È un meccanismo marcio», denuncia Giorgio Riccitelli, manager, promoter e direttore artistico del festival Medimex, a Taranto. Non è l’unico a dirlo. E presto potrebbe arrivare il conto.
Qualche avvisaglia. Nella stagione appena conclusa sono stati annullati o spostati in luoghi meno capienti decine di concerti, da Tony Effe ai CCCP, mentre per salvare le date negli stadi di Elodie hanno venduto, di soppiatto, biglietti a prezzo stracciato. «Lì sono stati fatti calcoli sbagliati», commenta Claudio Trotta, produttore di spettacoli e fondatore di Barley Arts, con cui da decenni porta da noi Bruce Springsteen, Cure e AC/DC. «Con la pandemia a…
Stadi vuoti, biglietti omaggio per riempirli, finti sold out, cifre gonfiate. Ma anche eventi davvero partecipati con prezzi, però, a detta di tanti ingiustificati. E poi speculazione, location inadeguate, locali in ginocchio. Dietro la facciata di “tutto esaurito” e numeri “da record”, la musica dal vivo italiana nasconde polvere sotto il tappeto. «È un meccanismo marcio», denuncia Giorgio Riccitelli, manager, promoter e direttore artistico del festival Medimex, a Taranto. Non è l’unico a dirlo. E presto potrebbe arrivare il conto.
Qualche avvisaglia. Nella stagione appena conclusa sono stati annullati o spostati in luoghi meno capienti decine di concerti, da Tony Effe ai CCCP, mentre per salvare le date negli stadi di Elodie hanno venduto, di soppiatto, biglietti a prezzo stracciato. «Lì sono stati fatti calcoli sbagliati», commenta Claudio Trotta, produttore di spettacoli e fondatore di Barley Arts, con cui da decenni porta da noi Bruce Springsteen, Cure e AC/DC. «Con la pandemia abbiamo perso ottimi professionisti, queste sono solo alcune conseguenze. Il problema è alla base: ha vinto l’avidità di manager, agenzie, artisti».
Dopo il Covid
I numeri, per ora, raccontano un’età dell’oro. L’ultimo rapporto SIAE riferito al 2024 parla di «una nuova normalità»: presi dall’entusiasmo del rientro dalla pandemia, dal 2022 i concerti – settore già in ascesa, perché principale fonte di reddito degli artisti stessi dopo che la musica digitale ha affossato gli introiti delle vendite dei dischi – sono raddoppiati rispetto al 2019, con presenze e incassi in linea. «A fronte di prezzi a due zeri, motivati solo dalla fame di denaro, so di famiglie che chiedono prestiti pur di esserci», racconta Trotta. «Ormai si va ai live per postarlo sui social. Lo vedo da Springsteen, figurarsi altrove». Davanti al boom di presenze, si è giocato al rialzo: chi suonava nei club è passato ai palasport, e chi nei palasport è asceso agli stadi. «Una volta era difficile avere l’autorizzazione del comune per suonare a San Siro».
Il primo rocker italiano a esibirsi lì fu Edoardo Bennato, 1981. «Ci arrivai dopo una lunga gavetta e 14 date in altri impianti, solo con la spinta della gente, senza manager potenti o altro alle spalle», ricorda. «Ma l’industria era cinica già allora. E però, gli stadi erano una conquista». C’è anche chi invece resiste alla tentazione. «Io sto già bene così, non ho la fame di suonare in posti così grandi», disse Calcutta a Repubblica. «Che poi già in molti palazzetti italiani si sente malissimo, non credo che negli stadi si senta meglio. La mia ambizione è qualitativa, non quantitativa».
Oggi gli stadi sono una consuetudine: in tanti si buttano, non tutti ce la fanno. I campioni del 2025 sono Ultimo – il suo concerto romano nel 2026 è record italiano: sold out da 250.000 biglietti – e l’immortale Vasco Rossi. Ma anche Cremonini, Pinguini Tattici Nucleari, Mengoni. O Max Pezzali, che all’Autodromo di Imola ha raccolto 85 mila fan, alcuni dei quali si sono lamentati di non aver sentito niente per la distanza dal palco. «È l’altra faccia del gigantismo dilagante», spiega Trotta: i suoi AC/DC a Reggio Emilia sono stati i più visti del 2024 con 100 mila spettatori. «Spesso si improvvisano live enormi in posti inadatti e con sistemi audio inadeguati. Sono decine. Gli spettatori vengono spremuti, dal cibo ai parcheggi. Comprano biglietti costosi a scatola chiusa, si ritrovano in distese di cui fino a poco prima non si sapeva la disposizione. C’è poca attenzione, ci si approfitta di una passione. La legge deve intervenire, serve trasparenza».
I finti sold out
E a proposito di trasparenza: finora si è parlato di casi virtuosi, ma tanti operatori citano i “finti sold out”. Si sceglie uno stadio e si vende il vendibile, poi si danno omaggi e si chiudono strategicamente certi settori; il risultato è di dichiarare il “tutto esaurito” anche con un numero di paganti inferiore a quello necessario. «Esibirsi in un “San Siro sold out”, anche se non lo è, dà valore all’artista in sé: apre le porte di altri impianti, permette di vendere le sue date a un prezzo maggiore, mette in corsia preferenziale per Sanremo», dice Riccitelli. La pratica è sdoganata. «Così nascono fenomeni gonfiati, costruiti ad hoc. Ci sono live concepiti già in perdita: ci si rientrerà poi, grazie alle buone (si spera) conseguenze d’immagine e alla comunicazione. Puro marketing».
Sollecitato dalla stampa, lo stesso Ferdinando Salzano, direttore di Friends & Partners, tra le grandi agenzie di musica dal vivo con Live Nation e Vivo Concerti, prima del live alla RCF Arena di Reggio Emilia del “suo” Ligabue, a giugno, ha fatto mea culpa: «Torniamo a pensare che 20 mila paganti per un artista sono tanti». Si vedrà.
Qualcuno rimarrà indietro
Intanto la bolla, per qualcuno, scoppia. L’ha raccontato Federico Zampaglione dei Tiromancino, in un post virale su carriere spezzate e cantanti ingenui che, per aver osato troppo, lavorano gratis per anni per le agenzie, per ripagare i debiti. Ma i nostri intervistati non la pensano così. «Magari sono mal consigliati», commenta Motta, tra i cantautori di riferimento della musica alternativa italiana. «Ma la responsabilità è sempre di noi artisti: a volte si parla di anticipi milionari, ricevuti puntuali. Con così tanti soldi in ballo, si sa che il gioco è pericoloso e c’è il rischio di bruciare carriere, ma non per questo sono dei “raggiri”. Conosco storie di chi si è tirato indietro. Non giudico nessuno, parlo per me: oggi ho 39 anni, se a venti avessi visto certe cifre avrei accettato io per primo. Ma non avrei avuto la testa per gestirli e oggi, credo, non sarei qui».
Il problema, dicono tutti, è che sono spariti quei gradini che fino a pochi anni fa permettevano di esibirsi in uno stadio dopo una gavetta, con artisti più preparati e un pubblico fidelizzato. In primis, i piccoli locali, là dove si gettavano le basi. Ora si va da zero a cento. «I veri problemi nascono dalla pandemia», dice Riccitelli. «Le tutele hanno aiutato le multinazionali: il credito verso gli utenti per eventi cancellati o rimandati è stato “restituito” in voucher, con perdite nulle a fronte, peraltro, di spese altrettanto nulle, perché l’industria era ferma; in più, i ristori sono stati calcolati sul fatturato, con enormi entrate, quindi, senza fare niente».
Dal 2022, quindi, i pesci grossi hanno mangiato i tanti piccoli, con chiusure a raffica dei club, specie in provincia. Spariscono festival, si appiattisce l’offerta. E vince un gigantismo, forse, insostenibile.
«Anche qui la responsabilità è stata di noi artisti», aggiunge Motta. «Prima del Covid c’era già stato un incremento dei cachet. Non tutto, ovviamente, è nostro, anzi è giusto che i turnisti, per esempio, vengano pagati di più. Ma per alcuni locali è diventato sempre più difficile organizzare serate». E poi è anche una questione culturale: «Si è perso il gusto di uscire la sera e andare a sentire degli sconosciuti, com’ero io agli esordi. Senza quella gavetta – in tutti i sensi: sono stato fonico, turnista, infine cantante – non avrei imparato niente. Senza le diverse centinaia di concerti alle spalle non avrei saputo cosa fare, sul palco di Sanremo nel 2019. Non ho niente contro chi, ormai, all’Ariston debutta, per poi suonare dal vivo solo dopo. E sono sempre più. Dico solo che io e tanti altri delle generazioni precedenti non ce l’avremmo mai fatta».
Per Bennato, che ora suona «per alcune migliaia di persone», un pubblico alternativo però c’è: «Bisogna puntare sulle nicchie più o meno ampie. Esistono, ma la grande discografia racconta solo gli stadi». «Ci siamo convinti che contino solo i grandi show», conclude Trotta. «Ma i numeri non sono indicativi: pochi concerti estivi non salvano un’economia reale – quella da 12 mesi l’anno, maestranze e piccoli contesti – al collasso. Dobbiamo ripartire dal basso, con un pubblico meno acritico e istituzioni che investono. Ricominciare dalle scuole di musica, dalle fondamenta. O presto arriverà il conto».
Sul Venerdì dell’8 agosto 2025