È il Giappone il Paese dei balocchi
di Laura Imai MessinaRicordo distintamente il giorno in cui, passando davanti al Centro per il benessere sociale di quartiere, mio figlio S?suke di otto anni notò la bandiera che segnalava la presenza, per quel sabato, dell’Ospedale dei Giocattoli. Gli spiegai che si trattava di un’organizzazione nazionale (Japan Toy Hospital Association) la cui missione era riparare gratuitamente, per tutti i bambini piccoli e grandi, balocchi e pupazzi di ogni forma, materiale e grandezza. «Mamma» esclamò «ma io ho varie cose da portare all’ospedale!». Tornammo subito a casa e mio figlio corse nella sua stanza per raccogliere i balocchi danneggiati che né io né suo padre avevamo avuto tempo né eravamo stati in grado di riparare. Sul banco all’entrata dell’ospedale-laboratorio, fu il mio bambino, insieme al fratello minore, a compilare il foglio dell’accettazione; fu lui a spiegare all’anziano dottore dei giocattoli in quali circostanze i suoi amici si fossero fatti male. Ricordo che ascoltarono entrambi, con grande atte…
Ricordo distintamente il giorno in cui, passando davanti al Centro per il benessere sociale di quartiere, mio figlio S?suke di otto anni notò la bandiera che segnalava la presenza, per quel sabato, dell’Ospedale dei Giocattoli. Gli spiegai che si trattava di un’organizzazione nazionale (Japan Toy Hospital Association) la cui missione era riparare gratuitamente, per tutti i bambini piccoli e grandi, balocchi e pupazzi di ogni forma, materiale e grandezza. «Mamma» esclamò «ma io ho varie cose da portare all’ospedale!». Tornammo subito a casa e mio figlio corse nella sua stanza per raccogliere i balocchi danneggiati che né io né suo padre avevamo avuto tempo né eravamo stati in grado di riparare. Sul banco all’entrata dell’ospedale-laboratorio, fu il mio bambino, insieme al fratello minore, a compilare il foglio dell’accettazione; fu lui a spiegare all’anziano dottore dei giocattoli in quali circostanze i suoi amici si fossero fatti male. Ricordo che ascoltarono entrambi, con grande attenzione, le diagnosi e le proposte di riparazione. Fu un momento di tale entusiasmo ricevere, poche ore dopo, la telefonata che annunciava che i giochi potevano già essere dimessi dall’ospedale!
Un luogo incantato
Vivendo ormai da oltre vent’anni in questo Paese, non mi ha stupito scoprire come in Giappone esista un luogo incantato – spezzato in centinaia di altri – ovvero l’Ospedale dei Giocattoli. Tutto iniziò da Tatsuya Matsuo, l’attuale presidente onorario dell’associazione, che si interessava da tempo e per hobby alla riparazione di giocattoli. Nel 1984, l’allora Museo del Giocattolo di Tokyo aprì nel quartiere di Nakano, e Matsuo vi inaugurò il primo ospedale dedicato. Anni dopo, il direttore del museo suggerì a Matsuo di trasformare la sua iniziativa in un’organizzazione nazionale, e fu così che nel 1996 fondò il Toy Hospital Liaison Council. Quando, nel 2008, il museo si trasferì nell’ex sede della quarta scuola elementare Yotsuya, nel quartiere di Shinjuku, l’associazione fu ribattezzata Japan Toy Hospital Association. Oggi, quasi cinquant’anni dopo, la rete conta circa 420 ospedali in tutto il Paese, con 10 mila visitatori e oltre 16 mila giocattoli riparati al mese. Sono più di 1.700 i dottori dei giocattoli, i quali offrono un sostegno prezioso e costante ai bambini giapponesi. La maggior parte dei volontari sono uomini tra i 60 e gli 80 anni, spesso ex ingegneri, artigiani o tecnici, pensionati che hanno deciso di dedicare il loro tempo a questo speciale tipo di volontariato. Eppure – e sta qui l’eccezionale intelligenza di quest’iniziativa – il loro volto si sta evolvendo, con un crescente numero di donne e giovani volontari. L’adesione è infatti aperta anche a chi non possiede previa esperienza, e parte integrante del progetto della Japan Toy Hospital Association è l’offerta di corsi di formazione che riguardano gli strumenti, le tecniche di base di riparazione, i fondamenti di elettronica e cucito. Si riuniscono tutti annualmente, provenendo da ogni parte del Giappone, per scambiarsi le conoscenze acquisite e discutere del presente e del futuro dell’associazione. Vengono anche individuate specializzazioni ed eccellenze affinché, nel caso di riparazioni particolarmente complicate, i giocattoli possano essere spediti in altre sedi, lì dove un medico con una competenza particolare li possa riparare con successo. Il loro armamentario è estremamente variegato e va da pinzette e saldatori a stampanti 3D per replicare le parti introvabili.
Tutto gratis
«Serve pazienza e inventiva, anche perché da parte delle aziende produttrici non c’è desiderio di aiutarci. Non capiscono che un giocattolo non è un mero oggetto, che sottende a un’etica più grande, che è parte integrante del patrimonio culturale di un bambino e di un intero Paese» mi ha confessato l’ex direttore dell’organizzazione quando, nell’autunno del 2024, sono andata a intervistarlo. Nell’Ospedale dei giocattoli arrivano gli oggetti più disparati: trenini a batteria, peluche parlanti, robot trasformabili, statuine di Pokémon, giochi da tavola. I malfunzionamenti includono problemi ai motori, fili interrotti o pezzi mancanti. Proprio come all’interno di un ospedale, ci si avvale anche di «donatori» (giocattoli rotti) per i ricambi. «Quando non possiamo ripararli perfettamente» spiega un dottore, «cerchiamo di aiutare i piccoli proprietari a dare ai giocattoli un addio soddisfacente o comunque ad accettare la loro nuova condizione». Tuttavia la percentuale di successo nella riparazione è superiore all’85 per cento». Pagamento? Nessun pagamento! «Un semplice grazie è la ricompensa più grande» affermano i volontari che di regola, in ogni sede, fanno in modo da riunirsi ogni volta che restituiscono a un bambino il giocattolo riparato. La gratificazione dei medici è fondamentale.«Questo è il trenino che mi ha regalato mio nonno», sussurra un bambino; «questa voce è quella del peluche che ascoltavo da piccola», confessa una mamma. I giocattoli sono recipienti di ricordi e sentimenti purissimi. E quando si rompono, non sono solo i piccoli a piangere: nell’arco della giornata che ho trascorso nella sede centrale dell’organizzazione a Tokyo, ricordo di aver assistito al colloquio di almeno due adulti di mezz’età e di una signora di oltre ottant’anni. «Non stiamo sostituendo semplicemente dei pezzi: stiamo riparando cose che posseggono un valore sentimentale inestimabile per quel bambino o per quell’adulto». L’attività degli Ospedali dei giocattoli, inoltre, è profondamente legata alla riduzione dell’impatto ambientale e alla sostenibilità. Migliaia di tonnellate di giocattoli vengono scartate, per piccoli difetti, ogni anno in Giappone; ripararli significa prevenire lo spreco di risorse e ridurre i rifiuti. Questa pratica incarna lo spirito giapponese del mottainai (l’imperativo cioè a non sprecare, a considerare un peccato liberarsi di qualcosa di valore) ed è allineata con gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) delle Nazioni Unite, in particolare “Città e comunità sostenibili”(n. 11), “Consumo e produzione responsabili” (n. 12) e “Lotta contro il cambiamento climatico”. Insegnare ai bambini a prendersi cura degli oggetti e a ripararli anziché sostituirli ha un’influenza positiva sulle loro future abitudini di consumo, e anche sui genitori che, sotto la spinta dell’emozione dei figli, educano se stessi e i propri bambini a essere cittadini più responsabili e attenti all’ambiente.
Gioco di squadra
Il Giappone dimostra di aver compreso come qualunque iniziativa che si affidi unicamente alla buona volontà di qualcuno sia destinata, se non a fallire, comunque a concludersi in breve. Serve invece fare squadra, allearsi, cosicché quell’idea virtuosa possa continuare dopo di noi, diffondersi anche in altri luoghi. L’idea di trasformare la realtà dell’Ospedale dei giocattoli in un libro, in un racconto che parlasse sia ai bambini che agli adulti, è nata proprio qui. È una trovata che va assolutamente diffusa anche in Italia e in altri Paesi del mondo!
Sul Venerdì del 22 agosto 2025