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Jake La Furia: «A 50 anni smetto con il rap. Non voglio diventare una macchietta»

Jake La Furia 

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«Mi piacerebbe fare country». Alla vigilia della nuova edizione di X Factor in cui sarà di nuovo giudice, il rapper ne ha per tutti: Musk, la guerra, le forze dell’ordine. Per non parlare di certi politici...
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Riparte da X Factor, Jake La Furia. Da un podcast cui sta lavorando e da un, per ora, misterioso progetto discografico. Viene da un periodo decisamente felice. Prima la reunion dei Club Dogo, storico gruppo rap italiano di cui fa parte con Guè e Don Joe, poi il suo ultimo disco singolo, e ora il bis col talent, dall’11 settembre su Sky e Now. Parlando nell’ufficio della sua agente fa fuori una discreta quantità di cibo giapponese e tre lattine di Coca-Cola. Si parte.

Come mai ha deciso di rifare X Factor?

«Perché è stata una bella esperienza, faticosa, ma bella. È servito a tutti sotto parecchi punti di vista: visibilità, divertimento e anche quello economico. Per cui, perché no?».

Non c’è più Manuel Agnelli, con cui lei si trovava benissimo, ed è arrivato Francesco Gabbani.

«Se Manuel era la notte, lui è il giorno… Ma Francesco si è inserito in questo meccanismo e adesso è parte dell’ingranaggio».

Con Achille Lauro come va?

«È il re dei paraculi ma andiamo molto d’accordo…».

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Riparte da X Factor, Jake La Furia. Da un podcast cui sta lavorando e da un, per ora, misterioso progetto discografico. Viene da un periodo decisamente felice. Prima la reunion dei Club Dogo, storico gruppo rap italiano di cui fa parte con Guè e Don Joe, poi il suo ultimo disco singolo, e ora il bis col talent, dall’11 settembre su Sky e Now. Parlando nell’ufficio della sua agente fa fuori una discreta quantità di cibo giapponese e tre lattine di Coca-Cola. Si parte.

Come mai ha deciso di rifare X Factor?

«Perché è stata una bella esperienza, faticosa, ma bella. È servito a tutti sotto parecchi punti di vista: visibilità, divertimento e anche quello economico. Per cui, perché no?».

Non c’è più Manuel Agnelli, con cui lei si trovava benissimo, ed è arrivato Francesco Gabbani.

«Se Manuel era la notte, lui è il giorno… Ma Francesco si è inserito in questo meccanismo e adesso è parte dell’ingranaggio».

Con Achille Lauro come va?

«È il re dei paraculi ma andiamo molto d’accordo…».

Nel suo ultimo disco, Fame, c’è un pezzo che descrive un mondo in fiamme e che, come temi, ricorda quel Cronache di Resistenza fatto dai Club Dogo 20 anni fa.

«Rispetto ad allora è tutto peggiorato: chi immaginava che saremmo tornati a parlare di guerra, armi e invasioni».

E di fascismi più o meno mascherati…

«Molto meno mascherati, direi. Si vede che ciclicamente gli uomini dimenticano quello che è successo e devono ripartire dalle stesse cose. Quello che mi fa impazzire è che ai ragazzi non gliene frega un cazzo. Sembrano gli anni 80, quando tutti volevano dimenticarsi gli anni di piombo, solamente che non veniamo da quel periodo lì. C’è un totale disinteresse su tutto: la gente non legge, la gente non guarda i film, non conosce le notizie».

Soluzione?

«Vado a vivere su Marte».

Magari ci trova Elon Musk.

«Più che pericoloso mi sembra un demente. Anche se qualcosa di buono l’ha fatto. Si vede che sono i tempi dell’intelletto al servizio del male».

Nessuno spazio per la speranza? Che futuro vede per i suoi due figli?

«Sono ovviamente preoccupato, infatti li ho mandati alla scuola inglese proprio perché siano pressoché madrelingua. Nel momento in cui vogliono fare la valigia e andare, vanno».

Parliamo di musica. Club Dogo, Neffa, Marra, Fabri Fibra: si aspettava il ritorno del rap?

«Diciamo che lo aspettavo. La trap, che è molto bistrattata, in realtà è un genere super dignitoso, il problema è che è arrivata in un momento in cui probabilmente c’era un vuoto creativo e ha fagocitato tutti gli altri stili musicali. Per un periodo tutto è diventato trap, anche i singoli pop delle superstar. Diciamo che spero nel ritorno del gusto più che di un genere musicale».

Sul Venerdì del 22 agosto 2025

Quando sente e guarda i trapper, che le passa per la testa?

«Io li capisco perché sono stato lì prima di loro. Loro fanno trap perché è quello che immagazzinano e quello che gli viene istintivo di fare. E comunque non sono tutti uguali: ci sono anche dei bravissimi trapper come Baby Gang, Tony Boy, Sfera Ebbasta».

In genere la qualità della musica si è abbassata?

«Il fatto che fare musica sia possibile e accessibile a tutti e di condividerla dovunque, ha ovviamente abbassato il livello. Prima c’era la gavetta, e alla fine, forse, avevi successo. Ora si esplode velocemente sia per le cose belle che per le cose brutte. Non penso che ci sia una soluzione a questa cosa, nel senso che ormai la tecnologia va sempre più verso la velocità di produzione e diffusione per cui possiamo andare solo a peggiorare».

Ora poi ci si è messa anche l’Intelligenza artificiale…

«Mi viene in mente l’androide creato da Skynet in Terminator che un giorno si sveglia e dichiara guerra all’uomo. Io mi immagino aspirapolveri che insultano i padroni... Dopodiché l’intelligenza artificiale è la morte della creatività. Paghiamo un device per sostituire la fantasia».

Nei video dei trapper vince l’ostentazione della ricchezza: dalle macchine di lusso ai catenoni d’oro. Per non parlare delle armi. Non mi pare un gran messaggio.

«Io sono orgogliosamente pieno di mitra e Lamborghini (ride). Comunque penso che ai ragazzi ci devono pensare le famiglie e non i cantanti. Inoltre in Italia il rap e la trap sono stati messi nel posto dove dovevano stare, nei quartieri difficili, e sono diventati un ascensore sociale. Prima non era così. Adesso la Lamborghini è il modo per far vedere che uno che non ha mai avuto nulla ce l’ha fatta. Giusto o sbagliato, questo è sempre stato il messaggio del rap. Sono gli underdog, quelli che hanno subìto, che sono stati bistrattati, in quartieri poveri, senza i genitori. La rivalsa del perdente. Lo facevano anche i Public Enemy che avevano al collo catene d’oro che pesavano venti chili: in pratica erano la Lamborghini dell’ epoca».

Anche le armi sono un segno di riscatto sociale?

«I ragazzi replicano ciò che vedono e questo tipo di musica si rifà molto al modello americano. Da loro sono anni che si sparano addosso e adesso anche da noi tutto è diventato più violento. Ma non è lontanamente paragonabile, per esempio, a quello che succede in Francia. Per cui starei tranquillo: siamo ancora civilizzati».

Lei però viene da un contesto sociale di altro genere, molto meno difficile. Pensa di essere credibile?

«Per parlare di certi ambienti, non serve fare il rapinatore o lo spacciatore. Però se uno ha frequentato l’ambiente dello spaccio, sa di cosa parla. De André, che era figlio di un industriale, raccontava gli ultimi e li raccontava benissimo, perché conosceva quel mondo, lo analizzava e lo cantava».

Canne e coca, altro binomio fisso nel rap. Lei in passato ha avuto problemi con gli stupefacenti. Oggi dice “non stendo più righe, stendo veli pietosi”.

«Drogarsi è stato divertente, creativo, e anche molto impegnativo. Posso dire che però ho capito che la droga è una cosa per giovani e a un certo punto bisogna mollare il colpo altrimenti diventi un demente».

Con la sensibilità che c’è oggi una buona parte dei dischi dei Dogo rischierebbe di non essere pubblicata.

«Già ai tempi non ce li pubblicavano. L’hanno fatto quando non potevano più ignorarci perché facevamo concerti da cinquemila persone dicendo bestemmie e amenità».

Lei vota?

«Certo, altrimenti mia madre mi ammazza».

Per chi?

«Sono fatti miei ma comunque non è difficile capirlo... Però questa politica fatta da papponi mi sta facendo disamorare. Detto questo, quando dal governo ti convincono che è inutile andare a votare, è proprio quello il momento in cui devi andarci».

A sentire i testi delle canzoni non sembra avere una particolare simpatia per le forze dell’ordine. Come mai?

«Perché ne succedono di tutti i colori e io non ho mai visto una collaborazione da parte loro. Semmai ho visto sempre cercare di insabbiare tutto e di aiutarsi fra di loro. Allora diciamo così, uno può anche andare in questura a fare il passaporto perché non c’è altra strada, ma legittimamente può anche non fidarsi».

Si avvicina ai 50 anni, continuerà a fare rap?

«Per diventare una macchietta col cappellino e il collanone? Anche no. Uno può levarsi dai riflettori e restare nello spettacolo facendo altro. Tipo Mick Jagger: ha 80 anni e sta ancora sul palco? Non sei eterno, fra poco non ci sarai più. O Springsteen che fa concerti di tre ore: ma non ha voglia di altro?».

Quindi a breve appenderà il cappellino al chiodo?

«Mi piacerebbe fare country: parla alla gente ed è per quello che piace».

L’intervista è finita (anche il cibo giapponese e la Coca-Cola). Jake infila il casco e sale su uno scooter. Non avrà lo stesso fascino della Lamborghini, ma nel traffico di Milano ci si muove sicuramente meglio.

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