Praga, da Kafka a Dan Brown perché piace tanto agli scrittori. E ai turisti
di Paolo Di PaoloLa città, oggettivamente, si presta alla poesia. Panchine panoramiche e posticini romantici adatti ai baci e perfino ai concepimenti sbrigativi – stando alla misteriosa genealogia del protagonista di un vecchio romanzo di Milan Kundera, La vita è altrove. Il personaggio principale è un poeta, per l’appunto. Il Ponte Carlo lo attira come una calamita, e va così con i turisti da mezzo mondo e, dice Kundera, con gli studenti scioperati. Quelli che poi passeggiano nel verde del Parco reale accanto a una magnifica ragazza conosciuta in una scuola di danza. In casi simili si può dire che Praga sia davvero magica, abusando dell’aggettivo che – nel proverbiale titolo del suo saggio narrativo del 1973 – Angelo Maria Ripellino proiettava nell’orizzonte dell’eternità.
«Non avrà fine la fascinazione, la vita di Praga». Trafficando con le ombre e i fantasmi di imperatori mezzi matti e di poeti surrealisti, figurandosi di pedinare il signor Kafka nella doppia veste di assicuratore e di scrittore in…
La città, oggettivamente, si presta alla poesia. Panchine panoramiche e posticini romantici adatti ai baci e perfino ai concepimenti sbrigativi – stando alla misteriosa genealogia del protagonista di un vecchio romanzo di Milan Kundera, La vita è altrove. Il personaggio principale è un poeta, per l’appunto. Il Ponte Carlo lo attira come una calamita, e va così con i turisti da mezzo mondo e, dice Kundera, con gli studenti scioperati. Quelli che poi passeggiano nel verde del Parco reale accanto a una magnifica ragazza conosciuta in una scuola di danza. In casi simili si può dire che Praga sia davvero magica, abusando dell’aggettivo che – nel proverbiale titolo del suo saggio narrativo del 1973 – Angelo Maria Ripellino proiettava nell’orizzonte dell’eternità.
«Non avrà fine la fascinazione, la vita di Praga». Trafficando con le ombre e i fantasmi di imperatori mezzi matti e di poeti surrealisti, figurandosi di pedinare il signor Kafka nella doppia veste di assicuratore e di scrittore insicuro, il poeta e slavista Ripellino giocava con Praga come con un corridoio spazio-temporale: «Ho la certezza di avervi abitato in altre epoche... da secoli cammino per la città, mi mescolo alle moltitudini, arranco, gironzolo, annuso tanfo di birra, di fumo, di treni, di melma fluviale». Magica e perturbante. Magica e morbosa. Irta di misteri.
L’elisir dell’imperatore
Le guide turistiche cartacee più aggiornate – e quelle spesso abborracciate che si trovano a migliaia in rete – hanno più o meno tutte lo stesso incipit. E rinvia alle radici esoteriche che titillano la fantasia degli inclini alla misteriosofia – giù o su fino a Dan Brown. Il presumibilmente spostato Rodolfo II d’Asburgo andava cercando nella città ceca, dove approdò da Madrid nel tardo Cinquecento, l’elisir dell’eterna giovinezza. Anche un superpotere da re Mida, già che c’era. Erano gli stessi anni in cui si attribuiva al rabbino Loew il miracolo di avere infuso vita a una statua. Il colosso d’argilla detto Golem. Anche questa è una delle infinite storie che Praga ha prodotto nei secoli, strizzando tutti e due gli occhi al soprannaturale: un pugno di versi surrealisti, volendo, funzionerebbero come una password ultramondana per mettere i vivi in contatto con le anime cimiteriali e con i santi schierati in forma di statua sul Ponte Carlo.
«Ah, lei viene da Praga, quali libri ha scritto?», suona una quasi-barzelletta, indice della debordante letterarietà di questa capitale. Claudio Magris, appassionato alla città, benché non toccata dal “suo” Danubio, sostiene che per quelle strade e quei vicoli «tutto quello che succede diventa un inesauribile patrimonio di storie». Sull’aggettivo, però, a gettare un’ombra è proprio Kundera, nelle pagine di Praga, poesia che scompare, una piccola raccolta di scritti messa insieme di recente da Adelphi. «Centro drammatico e dolente del destino occidentale» – scriveva negli anni in cui lavorava all’Insostenibile leggerezza dell’essere, i primi 80 del secolo scorso «Praga si allontana lentamente nelle nebbie dell’Europa dell’Est cui non ha mai appartenuto». La ricorda come prima città universitaria a est del Reno e come teatro nel XV secolo della prima grande rivoluzione europea, «culla della Riforma, città che ha provocato lo scoppio della guerra dei Trent’Anni, capitale del barocco e delle sue follie». Ospita Keplero e Arcimboldi, ispira Jaroslav Hašek e Kafka. Praga che, nel 1968, «ha tentato invano di occidentalizzare il socialismo importato dal freddo». E non ci è riuscita. Ah, la primavera di Praga! In alcuni scatti che hanno guadagnato una patina di leggenda, il bello e smilzo Kundera in maniche di camicia parla con trasporto al congresso degli scrittori cecoslovacchi. È a un passo dall’essere espulso dal Partito e dall’inaugurare il suo lungo esilio francese. Da lì guarderà Praga come una novella Atlantide.
Mezzo piede nel fantastico
Ma poi, forse, è rinata. Post-novecentesca, con il suo milione e mezzo di abitanti, l’anno scorso ha accolto otto milioni di viaggiatori, di cui quasi sette milioni di stranieri. Fa i conti con un overtourism sempre più over: sotto Natale, sui social circolavano video, iperrealistici e surreali insieme, della folla letteralmente bloccata sul Ponte Carlo, ingorgata nei vicoli della Città Vecchia.
Vuoi vedere Praga d’oro?, dice il titolo di una raccolta di magnifici racconti di Bohumil Hrabal: be’, prenota in bassa stagione! O, appunto, sognala da lontano: magari fra le pagine cariche di bizzarrie e personaggi curiosi del narratore ceco. Sbruffoni e aggiusta-nasi, ballerini e zingare, ciarlatani e gente innamorata. Sempre con mezzo piede nel fantastico; sul confine fra la realtà e qualcosa che la supera o la contraddice: tanto per ribadire, con Magris, che si tratta di una città fatta apposta per temi che «sfondano ogni logica apparente».
La vecchia volpe Dan Brown non sceglie fondali a caso. Cari turisti in cerca del magico e dell’occulto, tenetevi pronti. E redattori di guide in aggiornamento, non distraetevi. Senza elegia e malinconie poetiche, il bestsellerista del Codice da Vinci si riaffida all’ormai attempato Robert Langdon. Chissà se la nuova location europea sarebbe stata approvata dal compianto maestro del genere, John le Carré. Che nella Praga plumbea della Guerra fredda faceva muovere le pedine impazzite del romanzo La tamburina (anno 1983: si parla anche di un’attrice inglese/agente segreto che diventa solidale con la causa palestinese, e piazza un ordigno dove sta parlando un israeliano. Ma questa è un’altra storia).
Così pure il maestro della narrativa storico-noir francese, Pierre Lemaitre, nell’ultimo, freschissimo romanzo – Il sol dell’avvenire (Mondadori, il Ponte Carlo schiaffato in copertina) – non solo omaggia le Carré, ma tira fuori più o meno la stessa Praga «febbrile» e affollata di spie. Immancabili le evocazioni del Golem e della magia nera. Però aggiunge, più sofisticata, la citazione di un testo del poeta e drammaturgo surrealista Vít?zslav Nezval, Praga dalle dita di pioggia: «A volte mi chiedo se la passione di questa città per l’irrazionale non sia frutto della sua lucidità», dice un personaggio. A cui capita di pensare più a Mozart che a Kafka, quando passa da Praga. La prima mondiale del Don Giovanni fu lì. «È anche una città molto allegra», conclude.
La bibliografia che Lemaitre squaderna a fine volume è piuttosto fitta. Chissà com’è quella compulsata da Dan Brown. E chissà se ha letto, fra gli altri, anche il nostro Umberto Eco: «Praga era diventata un luogo comune quasi romanzesco», scriveva il narratore semiologo in una pagina del suo ponderoso Cimitero di Praga, romanzo (piuttosto discusso) del 2010. Storia di un falsario e, guarda caso, agente segreto in un cupo finale di diciannovesimo secolo, groviglio di paranoie, complotti e complottismi, e di antichi pregiudizi antisemiti. «Scrivo di cospirazioni perché non ci credo», chiarì all’epoca lo scrittore. Il Dan Brown praghese, a naso, lui un po’ sì.
Sul Venerdì del 12 settembre 2025