Sardegna, feste lunari tra santi e fricchettoni
di Marco BracconiSette settembre, domenica. In Sardegna inizia la risacca dell’estate ma all’imbrunire c’è l’eclissi di Luna e a Cala Grande, Capo Testa, fervono i preparativi. Stanotte da queste parti si farà festa, o per meglio dire happening, sono attesi fricchettoni da mezza Gallura ma anche giovani in cerca di un’occasionale fuga negli anni Settanta, amanti del vintage controculturale o eccentrici prêt-à-porter che si vive una volta sola.
Da mezzo secolo la chiamano Valle della Luna e io ci capito quasi per caso, dopo una scarpinata sul granito che sembra di stare sulle Montagne Rocciose ma in un’altra epoca, non più la nostra, visto che questi figli dell’elicriso nessuno oggi li chiamerebbe più hippie, figurarsi.
«Se cerchi Cala Grande devi scendere per di qua» mi informa a metà strada Maurizio, che vive accampato da mesi in una delle grotte vista mare, magretto come un chiodo e abbronzatissimo, orecchino dorato a penzolare dal lobo sinistro. Porta in grembo un fascio di legna che più tardi alim…
Sette settembre, domenica. In Sardegna inizia la risacca dell’estate ma all’imbrunire c’è l’eclissi di Luna e a Cala Grande, Capo Testa, fervono i preparativi. Stanotte da queste parti si farà festa, o per meglio dire happening, sono attesi fricchettoni da mezza Gallura ma anche giovani in cerca di un’occasionale fuga negli anni Settanta, amanti del vintage controculturale o eccentrici prêt-à-porter che si vive una volta sola.
Da mezzo secolo la chiamano Valle della Luna e io ci capito quasi per caso, dopo una scarpinata sul granito che sembra di stare sulle Montagne Rocciose ma in un’altra epoca, non più la nostra, visto che questi figli dell’elicriso nessuno oggi li chiamerebbe più hippie, figurarsi.
«Se cerchi Cala Grande devi scendere per di qua» mi informa a metà strada Maurizio, che vive accampato da mesi in una delle grotte vista mare, magretto come un chiodo e abbronzatissimo, orecchino dorato a penzolare dal lobo sinistro. Porta in grembo un fascio di legna che più tardi alimenterà il falò e accetta volentieri di farmi da guida sul sentiero destinazione paradiso. Due anni fa erano venuti con gli elicotteri a sgomberare la decennale autogestione, ora ci sarebbe una cooperativa incaricata del recupero dell’area, che a dire il vero tanto maltenuta non sembra.
«Dopo poche settimane siamo tornati», sorride il mio battistrada, ignaro che a Santa Teresa qualcuno pensa di rendere l’accesso a pagamento facendola finita una volta per tutte con i ragazzotti – e qualche sessantenne – che puntualmente si stanziano armati di tende à la Decathlon e sacchi a pelo per le notti. Come campano, boh. Salvini direbbe che rubano, io non so. Di sicuro non muoiono di sete: «Dietro quella roccia c’è una fonte per riempire la borraccia» mi fa vedere Maurizio che è già avanti di dieci metri, conservo la news per il ritorno ma intanto mi domando come faccia a saltellare con le infradito su questi sassi appuntiti come speroni. «È l’abitudine, il corpo ti cambia addosso se vieni a vivere qui. Ora però stai attento, manca poco», mi spiega mentre attraversiamo un cespuglio grande quanto un albero che introduce alla scogliera fine-del-mondo. È davvero una piccola Luna precipitata sulla Terra, un posto magnifico.E adesso, che ci resta da vedere?
Amuleti e bandiere
Bastano cinque minuti per capire che l’umanità ivi locata, erede un po’ démodé di quella che mezzo secolo fa fece di Cala Grande un santuario per alternativi e bohemien, convive con i turisti di ogniddove senza tensioni, anzi. Ci sono pure un paio di bancarelle con amuleti e braccialetti, chi volesse. Mi tuffo accanto a una ragazza che lava un pentolino coi sassolini della battigia e l’acqua salata, il resto della stoviglieria è ad asciugare sugli scogli, sembrano tanti granchi messi ad arrostire al sole. Un paio di cani girellano tra i cespugli e le sabbie, nel frattempo hanno fiutato le provviste per il festone e allora bisogna metterle al sicuro: «Portiamole nella grotta in alto che non ci arrivano», consiglia Maurizio a Khaled, ventenne mulatto che al posto della mano sinistra ha un moncherino, chissà da quale guerra o malattia è scappato. Glielo chiedo ma non risponde, né vuole svelarmi dove dorme: «Non posso, è il mio accampamento segreto».
Inutile chiedergli di posare davanti al telefonino, anche i capelloni 2.0 hanno lo smartphone ma qui si vive mezzi nudi e internet resta in tenda o in grotta, tanto di segnale ce n’è un’anticchia sopra zero. Mi accorgo che in alto, sopra lo scoglio più aguzzo, sventola un vessillo con i colori palestinesi. «Due che stavano qui sono partiti sulla Flottilla», dice il mio Virgilio. Sarà. Resta il fatto che come in un rave nel deserto stasera qui si suona e si balla, ma più che sull’isola di Wight sembra di stare in uno dei micromondi sociali di Walking Dead, distopia contro nostalgia, in ogni caso fuori dal mondo, diversi dal tempo presente, a dieci lune dalla terrazza con vista sul faro di Capo Testa – trecento metri in linea d’aria – che ti adesca con gli aperitivi a diciassette euro cadauno.
Tempio Pausania è lontanuccia ma lo stesso si intende perché Fabrizio De André, cantore degli irregolari, si sia innamorato di questa terra: gli squatter cresciuti a mirto e salsedine non saranno gigli ma sono pur sempre figli, vittime di questo mondo.
Una volta risaliti, al posto del glamour spritz c’è il chiosco dei panini sotto il faro, Ichnusa a prezzi da supermercato. «Stasera alla Valle della Luna ci vado anch’io», mi racconta la cameriera, che poi si avvicina e sussurra di non dirlo al proprietario, nemmeno ci stessimo scambiando un pericoloso segreto. Le auguro buon divertimento ma io al festone anche no, il declinare del sole e l’ascesa della luna rossa li vedrò dai sassi semi-rosa che sorvegliano l’abbraccio tra i mari di Corsica e di Sardegna – non manca molto e non sarò l’unico, c’è già una piccola processione diretta a Occidente, ognuno in cerca della propria postazione sul granito.
Qui di fricchettoni non se ne vedono eppure l’esperienza è lo stesso fuori misura, sarà per il luogo selvaggio o la stanchezza dei corpi, sarà perché la civiltà va veloce e la natura pianissimo, ma come i comunardi là sotto anche noi adesso siamo umani fuori dal tempo, piantati in un altrove davanti all’infinito e connessi l’uno con l’altro da un attimo che si spera non finisca su Istagram seduta stante, per una volta. È un rito laico e funziona, altroché. Bellissimo. Peccato per la modella o influencer che si offre al suo fotografo in cima al basamento più esposto al maestrale, c’è perfino un drone che svolazza per documentare lo shooting e verrebbe voglia di avere nello zaino un piccolo patriot contro l’imperialismo della digital economy. La vita ti raggiunge ovunque, maledizione. Eravamo venuti a contemplare, ma ci tocca anche resistere. Fino a un certo punto, s’intende.
Cercando una pizza
Adesso che il sole è sceso e l’anima è bella zen, bisogna pur riempire lo stomaco – magari a Palau si rimedia una pizza anche dopo le ventidue, un fine serata secolare non si nega a nessuno. E invece quando arrivo scopro che no, per il materialismo questa non è proprio la giornata giusta: il murale di Carlo Acutis accanto alla chiesa di Nostra Signora delle Grazie è enorme, illuminato a giorno, a Roma è il giorno della santificazione e davanti all’oratorio della locale parrocchia c’è una gran folla di fedeli che fa bisboccia in suo onore. Quasi tutti appartengono ai comitati che hanno sostenuto la futura santità del ragazzo, incaricato dal Vaticano di fare il patrono del web, missione da far tremare i polsi anche nell’aldilà. Si mangia su piatti di carta, si spilla birra e non finisce qui.
«Dopo ci spostiamo in piazza per il concerto», anticipa Lorenzo, capelli cortissimi e maglietta blu come i suoi compagni di fede. Lui a Capo Testa non c’era ma l’infinito ce l’ha dentro, reale o immaginario che sia lo venera a soli duecento metri dall’interminabile sequenza di barconi che adesca l’overturista con il miraggio di fantasmagoriche gite alla Maddalena e dintorni. Ho fame, però il desco in onore del santo ragazzino è riservato a parrocchiani e simpatizzanti, per la festa sono venuti anche dalle frazioni vicine, ognuno si sceglie l’happening che preferisce, viva la libertà.
Io invece per mangiare finisco in un wine bar. Dai tavolini fuori sembrava un posto rimasto umano e invece dentro è una copia in serie disegnata à la milanese, sediole industriali e il relativo cucuzzaro tecno-vintage, un’estetica uguale e stantia che ha colonizzato il mondo e ovunque ti perseguita. Tranne santi e fricchettoni, evidentemente.
Sul Venerdì del 26 settembre 2025