Con Dragic e Datome tra Italia e Slovenia la pallacanestro è senza confini
Giovanni GirolimettiIl confine, inteso come spazio di opportunità e aggregazione. La storia contemporanea spesso non ci restituisce un’immagine del genere, quando pensiamo alla linea che separa due Paesi. Soprattutto se pensiamo a Italia e Slovenia, a Gorizia e Nova Gorica: una città divisa in due da un muro creato nel 1947 e smantellato solamente nel 2004, ben dopo la fine della Guerra fredda. Quel muro ha diviso a lungo l’Est dall’Ovest. Eppure, Gigi Datome e Goran Dragic, ex capitani delle Nazionali di pallacanestro di Italia e Slovenia, vedono del potenziale nel tratto che divide le loro terre, ora che quel muro non c’è più, non solo in senso fisico. Il progetto? Due campetti da basket al confine tra Gorizia e Nova Gorica che verranno inaugurati domani, 4 ottobre. Uno è intitolato a Gigi e uno a Gogi – questo il soprannome di Dragic. L’iniziativa fa parte di GO! 2025, il programma di eventi creato per l’anno in cui Gorizia-Nova Gorica sono Capitale europea della cultura.
Materialmente, parte tutto da…
Il confine, inteso come spazio di opportunità e aggregazione. La storia contemporanea spesso non ci restituisce un’immagine del genere, quando pensiamo alla linea che separa due Paesi. Soprattutto se pensiamo a Italia e Slovenia, a Gorizia e Nova Gorica: una città divisa in due da un muro creato nel 1947 e smantellato solamente nel 2004, ben dopo la fine della Guerra fredda. Quel muro ha diviso a lungo l’Est dall’Ovest. Eppure, Gigi Datome e Goran Dragic, ex capitani delle Nazionali di pallacanestro di Italia e Slovenia, vedono del potenziale nel tratto che divide le loro terre, ora che quel muro non c’è più, non solo in senso fisico. Il progetto? Due campetti da basket al confine tra Gorizia e Nova Gorica che verranno inaugurati domani, 4 ottobre. Uno è intitolato a Gigi e uno a Gogi – questo il soprannome di Dragic. L’iniziativa fa parte di GO! 2025, il programma di eventi creato per l’anno in cui Gorizia-Nova Gorica sono Capitale europea della cultura.
Materialmente, parte tutto dalla Goran Dragic Foundation, che da tempo dissemina il territorio sloveno di campi da basket con l’idea di riportare i giovani a giocare all’aria aperta. Per quest’occasione Gogi ha pensato che fosse fondamentale il sostegno di Gigi Datome che ora rappresenta l’Italbasket in qualità di Capo delegazione della Nazionale senior e di Coordinatore delle attività del settore squadre nazionali maschili: «Il mio lavoro oggi si svolge soprattutto nei giorni e mesi prima delle competizioni ma è sempre bello essere a contatto con la partita anche se ora sono meno parte in causa», dice Datome che è da poco tornato da Riga dove si sono svolte le fasi finali degli Europei di basket dove l’Italia è stata eliminata proprio dalla Slovenia: «Avrei dovuto fare i complimenti a Goran ma nel post partita ci sono così tante cose da fare che a momenti ti dimentichi perfino contro chi hai giocato».
Simbolicamente, il vostro progetto è molto forte. Soprattutto per la scelta dell’orientamento dei due playground.
«Esatto. Il campetto che porta il mio nome sarà rivolto verso la Slovenia, mentre quello di Goran verso l’Italia. Proprio per far passare il messaggio che lo sport deve unire, non vogliamo che ci sia separazione. È in quella direzione che vogliamo andare».
Nella tua carriera hai avuto modo di confrontarti con realtà differenti, oltre che in Italia, in Nba e anche nel campionato turco: all’estero ti è capitato di respirare lo stesso spirito di inclusione che voi provate a trasmettere ora?
«Negli Usa è andata bene, ma in Turchia mi sono sentito a casa: al Fenerbahçe eravamo dodici ragazzi di età diversa, provenienti da diverse nazioni e di varie religioni, e cercavamo di parlare la stessa lingua sul parquet. L’iniziativa che ora portiamo avanti è chiaramente diversa dal basket professionistico, ma l’obiettivo è lo stesso. Lo sport da questo punto di vista è un vettore comunicativo eccellente».
Lo spazio in cui realizzate questa iniziativa è denso di Storia e significato.
«Sono molto affascinato dalla Storia in generale e vorrei saperne sempre di più. Siamo sicuramente cresciuti con una visione eurocentrica che proviene dal nostro percorso di studi, ma è interessante scoprire nuovi punti di vista. È importante per non ripetere gli errori commessi in passato e per capire che direzione debba prendere il futuro di un Paese».
Che cosa significa per te la parola confine?
«I confini sono chiaramente frutto di un percorso storico importante, ma al di là di essi possono esserci ideali comuni. Penso all’Ue, che cerca di realizzare una società i cui valori valichino le realtà nazionali. Sarebbe bello vedere una leadership europea sempre più forte, soprattutto nei momenti di difficoltà, come ha dimostrato nel recente passato il caso Covid e che ora viene richiesta da temi come immigrazione e guerra. I confini esistono, così come le differenze culturali. L’importante è che non si traducano in distanze nella dialettica. Poi è giusto che ognuno abbia le proprie tradizioni, le proprie lingue, le proprie culture. Però dobbiamo essere uniti dai valori. So che è una grossa banalità eppure è un pensiero molto difficile da realizzare. Proprio perché tante culture si sono create attraverso avvenimenti che pesano tuttora nella contemporaneità».
Se la vostra iniziativa, però, può funzionare tra Gorizia e Nova Gorica, forse varrebbe la pena proseguire su questa strada.
«Il mio sogno sarebbe di vedere in futuro progetti simili portati avanti in territori di guerra come l’Ucraina, oppure a Gaza e in tanti altri posti nel mondo. È bello che lo sport unisca ancora di più due Paesi che già convivono amichevolmente, mentre realizzare altrove questi propositi sembra quasi un’utopia. Eppure, sarebbe stupendo se potesse succedere un giorno, per sancire nuovi rapporti di pace. Ovviamente, ci sono tantissimi passi che vanno fatti prima: spero che comincino al più presto, perché ciò a cui assistiamo quotidianamente ha superato da tempo il limite dell’accettabile».