Il Venerdì

Morire dal ridere in Arabia Saudita

Morire dal ridere in Arabia Saudita
(afp)

VIAGGI DA FERMO Il Comedy festival di Riad ha attirato a suon di dollari 50 comici americani. Gli stessi che in patria si lamentano per la censura woke

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Voi come ve la immaginate Riad (o Riyad, o Riyadh)? Confesso che sulla capitale del Regno dell'Arabia Saudita mi sono sempre affidato a vetusti luoghi comuni. Pensavo che fosse in mezzo al deserto, e in questo la schermata di Google Maps mi dà ragione. E immaginavo che non spiccasse per vita notturna, né per una scena comica particolarmente vivace. E invece ho scoperto di avere torto marcio, perché almeno nelle ultime due settimane Riad è stata la capitale mondiale della stand-up comedy.

A Boulevard City, un gigantesco centro commerciale/divertimentificio, il Riyadh Comedy Festival ha portato sul palco 50 tra i più popolari comici americani o comunque anglofoni. Nomi che grazie alle serie e agli special sulle piattaforme hanno un certo seguito anche da noi, come Dave Chappelle, Louis C.K., Mo Amer, Aziz Ansari, Bill Burr; anche donne, e persino una lesbica dichiarata, Jessica Kirson.

Lo show è l'ennesimo capitolo dell'offensiva del principe ereditario Mohammed bin Salman – quello del "Rinascimento saudita" per migliorare l'immagine internazionale del suo regno: whitewashing, lo chiamano le organizzazioni per i diritti umani come Human Rights Watch. Che in un comunicato ha ricordato come solo pochi giorni fa ricorreva l'anniversario dell'assassinio di Jamal Khashoggi, il giornalista dissidente fatto a pezzi nel consolato saudita di Istanbul e portato via in una valigia. Il regime continua a incarcerare quando non giustiziare giornalisti, attivisti, oppositori.

Il bello è che molti dei comici intervenuti si lamentano che in patria "non si può più dire niente", per colpa dei cattivoni woke che si risentono se loro fanno battute razziste o omotransfobiche. Prima di esibirsi in Arabia Saudita, invece, hanno solo dovuto firmare l'impegno a non sfottere i reali, il sistema di governo e le usanze del Paese, e le credenze e le pratiche di qualsiasi religione. In cambio, hanno ottenuto compensi che andrebbero dai 350 mila agli 1,6 milioni di dollari a serata. Alle critiche e agli insulti di colleghi e fan delusi uno come Pete Davison, che pure è figlio di un pompiere morto negli attentati dell'11 settembre, risponde: "ho visto la cifra e mi sono detto: vado". Altri hanno provato ad argomentare che un'iniziativa del genere era comunque un timido segnale di apertura in un Paese così repressivo; qualcuno ha donato parte del compenso a ong per i diritti umani, come la stessa Kirson, che pure ha rivendicato di essere stata la prima artista a parlare della propria omosessualità da un palco saudita. Poco pudore invece per Dave Chappelle: "È più facile parlare qui che in America" ha detto, e pare non si riferisse alle ultime iniziative di Trump.

D'altra parte, finito il Comedy Festival, la stagione degli eventi di Riad continua con il torneo-esibizione di tennis più ricco del mondo. E l'Arabia Saudita non attira forse calciatori, e non ospita da anni la Supercoppa italiana, e non si prepara ai Mondiali del 2034? Per non parlare di conferenzieri, uomini d'affari, governi di tutto il mondo in ottimi rapporti con il regime di MBS. Proprio dai comici pretendiamo serietà?

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