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I braccialetti per prevenire stalking e femminicidi spesso non funzionano: ecco perché

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Nati per controllare chi si trova ai domiciliari, sono obbligatori nei casi di stalking. Ma la cronaca dice che spesso non funzionano. Come mai? Abbiamo indagato
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Il maresciallo Esposito è un eroe dei nostri tempi. Affronta a mani nude l’invasione degli ultra-allarmi. Beep, un messaggino. Beep, un altro messaggino. E via così, in una cacofonia senza sosta. Peggio di una carrozza del treno dove hai la sfortuna di incrociare una banda di influencer telefonicamente in calore. Con la differenza che qui ogni singola notifica potrebbe essere questione di vita o di morte.

Siamo nella centrale operativa dei carabinieri di Napoli, una di quelle dove il numero di braccialetti elettronici da monitorare è più alto che altrove. Anzi avremmo dovuto esserci perché, all’ultimo, i carabinieri hanno detto che non era possibile visitarla per problemi di privacy. Così ci tocca immaginarla. Con ogni singolo agente che, in un turno da otto ore, di braccialetti ne ha in carico centinaia. Ognuno dei quali produce, in media, qualche decina di allarmi. Da quelli tecnici, tipo che l’apparecchio ha perso per un attimo il segnale, a quelli di potenziale rischio, magari con…

Il maresciallo Esposito è un eroe dei nostri tempi. Affronta a mani nude l’invasione degli ultra-allarmi. Beep, un messaggino. Beep, un altro messaggino. E via così, in una cacofonia senza sosta. Peggio di una carrozza del treno dove hai la sfortuna di incrociare una banda di influencer telefonicamente in calore. Con la differenza che qui ogni singola notifica potrebbe essere questione di vita o di morte.

Siamo nella centrale operativa dei carabinieri di Napoli, una di quelle dove il numero di braccialetti elettronici da monitorare è più alto che altrove. Anzi avremmo dovuto esserci perché, all’ultimo, i carabinieri hanno detto che non era possibile visitarla per problemi di privacy. Così ci tocca immaginarla. Con ogni singolo agente che, in un turno da otto ore, di braccialetti ne ha in carico centinaia. Ognuno dei quali produce, in media, qualche decina di allarmi. Da quelli tecnici, tipo che l’apparecchio ha perso per un attimo il segnale, a quelli di potenziale rischio, magari con l’aggressore dietro l’angolo rispetto alla vittima.

In questa impari lotta tra rumore e segnale, per dirla coi fisici, tra pericoli generici e minacce specifiche che le forze dell’ordine dovrebbero prima scriminare e poi gestire, c’è una grossa parte della risposta al disastro annunciato di questi strumenti di controllo e deterrenza.

A monte del quale sta il boom registrato negli ultimi due anni, dalla cosiddetta legge Roccella che obbliga i magistrati a prescriverlo nei casi di stalking e che ne ha raddoppiato il numero da 6 a 12 mila. Lasciando però invariato il numero di agenti. Cosa poteva non andare storto quando le cose da guardare si moltiplicano e gli occhi per guardarle restano gli stessi?

Spiacenti, sono finiti

Diamo un’occhiata alle cronache. ll 13 agosto, a La Spezia, Tiziana Vinci viene accoltellata a morte dall’ex marito. Il braccialetto non ha funzionato titolano i giornali. Due giorni dopo, a Torino, un tale prova a sfondare la porta della casa della ex compagna. Avrebbe dovuto avere il braccialetto elettronico, ma a metà mese erano già finiti e si aspettava il riassortimento. Fortunatamente non c’è scappato il morto, ma “fortunatamente” è un avverbio che in vicende così non dovrebbe avere corso legale.

Il 19 agosto, a Roma, dopo esserselo strappato, un tipo dà fuoco all’abitazione dove prima viveva anche lui. Il 27 luglio, nel Viterbese, uno uccide il cognato, nonostante il braccialetto. In seguito a una serie di malfunzionamenti a marzo la procura di Bari apre un’inchiesta. Il 18 dello stesso mese, a Torino, un uomo ammazza la moglie dopo quattro alert inascoltati.

Aggiungo un caso personale, che mi ha aperto gli occhi di fronte a un’emergenza che nessuno tratta come tale: a ottobre scorso un ex paziente ha ucciso Barbara Capovani, formidabile psichiatra e amica dall’università; l’omicida era ai domiciliari col braccialetto.

«Tanto si sa che funzionano quando gli pare» mi aveva detto un suo collega. Sembra il segreto di Pulcinella. Con la differenza che, quando la maschera viene bastonata, si rialza. Mentre qui ogni beep trascurato può trasformarsi in una morta in più.

Breve storia della cavigliera

La cavigliera elettronica, che per convenzione hanno chiamato “braccialetto”, arriva in Italia nel 2001. Sperimentazione in cinque città per chi è ai domiciliari. L’idea è mandare meno gente in prigione, risparmiando anche su vitto e alloggio. All’epoca gli apparecchi li forniva Telecom. A peso d’oro, dal momento che un’inchiesta della Corte dei conti scoprì che il contratto era costato 81 milioni di euro per… 14 braccialetti.

Nel 2015, dopo che la Corte europea ci bacchetta sul sovraffollamento carcerario, una legge estende l’applicazione all’intero Paese. Dal 2018 l’appalto se lo aggiudica Fastweb: 23 milioni per i primi cinque anni e 15,6 per i secondi tre. Per fornire due cose diverse. Il kit degli arresti domiciliari: centralina domestica, tipo modem, e cavigliera che dà l’allarme se ti allontani da casa. E quello, più complesso, in funzione anti stalking.

Ovvero: cavigliera che comunica con un piccolo smartphone dotato di Gps che traccia i movimenti del molestatore. Oltre allo smartphone dato alla vittima per capire se e quando i due puntini sugli schermi della centrale operativa si avvicinano troppo. Più precisamente, lo stabilisce la legge Codice Rosso del 2019, “troppo” vuol dire sotto un raggio di 500 metri. Al che, se tutto va bene, un carabiniere (l’80 per cento del monitoraggio lo fanno loro) chiama e avverte di stare all’occhio.

L’uso cresce impetuosamente: nel 2021 erano meno di tremila, per raddoppiare due anni dopo e raddoppiare ancora fino a oggi. Metà per i domiciliari e il resto per gli stalker. Un’esplosione inevitabilmente carica di conseguenze.

Come strumento svuotacarceri il braccialetto sta in capo al ministero della Giustizia. Come deterrenza anti stalker a quello dell’Interno. I dati su efficacia e malfunzionamenti li chiedo a loro. L’ufficio del Guardasigilli risponde, dicendo però che bisogna parlare col Viminale. Quest’ultimo, nonostante solleciti e chiamate, tace. È scandaloso anche se, scoprirò, non sorprendente.

Perla Allegri dell’associazione Antigone, che sui mezzi elettronici di sorveglianza ha scritto un libro, dice: «Ci provo dal 2017 a ottenere quei dati. Ho anche fatto un Foia, la richiesta più ufficiale di tutte, ma niente». Una cosa (facile) è sfoderare una trita retorica sulla difesa delle donne, altra è compiere un atto di chiarezza sulle (tante) cose che non stanno funzionando in questa potenzialmente utilissima difesa dai femminicidi.

74 tipi diversi di allarme

Quindi mi tocca prendere strade più laterali. Il fornitore Fastweb, per cominciare, che almeno sa di cosa parliamo. Da loro comparazioni europee vien fuori che da noi, a differenza che in Francia e Spagna, la gestione degli allarmi non avviene in una centrale unica, composta di persone specializzate per interpretarli.

C’è da sottolineare, infatti, che gli apparecchi mandano 74 diversi tipi di allarmi (già ridotti rispetto ai cento originari) di cui solo 14 sono quelli che segnalano un pericolo imminente. Non si potrebbe semplificare? Per un messaggino WhatsApp, ad esempio, di tipi di notifiche ce n’è uno solo.

Poi, soprattutto, mancano protocolli codificati: cosa deve fare il povero appuntato dopo la terza volta che uno fa scaricare lo smartphone? Oppure i magistrati in un centro abitato molto piccolo dove 500 metri ricomprendono quasi tutto il paese? Quel che capisco è: da noi si tende a improvvisare, all’estero ci si limita ad applicare le regole. Decisamente più complesso è quantificare quanto costa alla collettività un singolo apparecchio.

Il contratto impegna l’azienda a “attivarne” un massimo di 1.200 al mese, dotazione che con i nuovi numeri non basta più (come dimostra il caso torinese di agosto), entro 4 giorni dalla disposizione del giudice. Oggi in giro ce ne sono 12 mila ma ogni giorno ne vengono attivati alcuni (al costo di 170 euro l’uno, che oltre all’hardware comprende assistenza, eventuale sostituzione dei difettosi, gestione della rete ecc.) e disattivati altri, a seconda delle disposizione della magistratura. L’unica cifra certa è che il solo telefonino che funziona da tracker, modello Jelly 2, costa sui 180 euro su Amazon.

Formazione e linee guida

Il club di chi si appassiona a questa vicenda è così ristretto che si conoscono tutti. Cecilia D’Elia è una delle socie più appassionate. Come vicepresidente della commissione parlamentare sul femminicidio e senatrice del Pd ha proposto una modifica che porterebbe a un chilometro la distanza di sicurezza tra molestatore e vittima (come in Francia). Che in teoria è giustissimo, ma in pratica può essere difficoltoso, dal momento che ci sono stati casi in cui vittima e carnefice, anche dopo essersi lasciati, vivevano… nello stesso condominio.

«Non sono affatto contraria ai braccialetti, soprattutto come misura per ridurre l’incarcerazione» dice «ma bisogna potenziare controllo e formazione di chi li monitora. Oltre che andare verso una centrale operativa unica». È lei a segnalarmi un comunicato di Magistratura democratica di agosto, all’indomani dell’omicidio Vinci, che segnala come sia impossibile «la tutela delle vittime della violenza di genere, domestica e contro le donne sempre a costo zero» e che se i malfunzionamenti non saranno risolti in tempi brevi «per non far ricadere i rischi di un servizio inadeguato sulla sicurezza delle persone da proteggere» toglierebbe loro l’alternativa alla custodia in carcere.

Magistrato è anche Francesco Menditto. Il procuratore di Tivoli non ha difficoltà a dichiararsi un «fautore del braccialetto elettronico».

È stato in prima fila nel chiedere alla politica, nel 2023, di renderlo obbligatorio e di alzare la distanza minima da 100 a 500 metri. Ripercorre l’aumento dei casi di applicazione, ha tutti i numeri in testa fino al punto di rottura dell’estate scorsa quando i 1.200 al mese hanno cominciato a non bastare più. Dice: «Da un anno sforiamo il plafond. Basterebbe modificare il contratto, portando il massimale a 1.400-1.550 unità al mese, per evitare di avere dei vuoti anche di 15 giorni in cui, oltre a dire alle vittime di stare attente e ai carabinieri di pattugliare più spesso, non possiamo fare altro».

Nel centro di Tivoli, per dire, i cellulari ogni tanto prendono male, ma nel complesso la copertura c’è. Il dramma è che, in questa materia, anche dire “nel complesso” è un’approssimazione di troppo. Eppure, riassume, «prima non c’era nessuno strumento ad avvisare che l’aggressore si avvicinava: eravamo nel buio totale. Abbiamo acceso una fiammella che, col tempo, diventerà sempre più luminosa». Dice altre due cose: negli ultimi otto anni i casi da codice rosso sono quasi triplicati ma con lo stesso numero di carabinieri e di pm che devono predisporne l’applicazione. E poi non ci sono linee guida nazionali: ogni operatore si comporta sulla base della propria esperienza. La classica improvvisazione italica che può andare bene bene o male male.

Questione di metri

Avrei voluto raccontarla, nelle ristrettezze e generosità, a partire dalla frontiera di Napoli, ma non è stato possibile. Nella bolgia che immagino è già un miracolo che qualcuno venga salvato, non che qualcuno scappi tra le maglie. Torno da Allegri, la sociologa di Antigone, la cui prima ironica avvertenza era stata proprio sulle «meravigliose clausole di invarianza finanziaria», le nozze coi fichi secchi di cui si lamenta anche Magistratura democratica e all’insegna delle quali è stata fatta la riforma.

Giudizio complessivo? «Il braccialetto può andare bene ma è un dispositivo di controllo, senza alcuna funzione riabilitativa. Servirebbe la presa in carico dei centri antiviolenza. E mentre in Francia e in Norvegia si sa che riduce la recidiva di circa 10 punti percentuali rispetto a chi sconta la pena in carcere, da noi non si sa niente perché… il ministro dell’Interno non dà i dati». Ci risiamo. Dice anche che, nonostante l’obbligatorietà nel disporlo, andrebbero valutati meglio i contesti: «È capitato che l’avessero messo a un potenziale molestatore senza fissa dimora. Anche con le migliori intenzioni, non aveva proprio dove caricarlo. In casi del genere offre solo una finta protezione».

Anche lei insiste sui protocolli, che mancano. Nella citatissima Spagna il servizio è privatizzato, in passato affidato a Vodafone col monitoraggio di Verisure, con un personale dedicato, formato in violenza di genere, in grado di dire alla vittima come comportarsi. Alla fine l’oggetto tecnologico, inizialmente sul banco degli imputati, sembra uscirne decentemente bene. «Sui giornali leggi “malfunzionamento”» dice Paolo Reale, l’ingegnere cui anche il fornitore si è rivolto per i collaudi, «poi scopri che l’allarme era scattato ma nessuno era intervenuto. Non in tempo, almeno.

D’altronde le forze dell’ordine sono sommerse da allarmi ed è già un’impresa distinguere quelli importanti da quelli che lo sono meno. La tecnologia è affidabile né più né meno dei nostri telefonini che, in linea di massima, hanno copertura e il cui Gps funziona. Manca invece un disciplinare nazionale su chi fa cosa, quando, come». Il protocollo, ancora una volta. Che comprenderebbe anche l’informazione corretta alle vittime: spesso si aspettano che lo smartphone le avverta quando l’ex si avvicina entro i 500 metri. Non è così: «L’allarme va ai carabinieri, proprio per non spaventarle inutilmente. Sono loro a doverle chiamare. L’alert diretto è quando la minaccia si trova a 30-40 metri».

Ma a quel punto, se gli Esposito and friends non hanno fatto tempestivamente la loro parte, è tardi per tutto. Compreso il consiglio del ministro Nordio di rifugiarsi «in farmacia o in chiesa». Per quanto oberati sono certo che gli addetti della centrale operativa siano comunque più reattivi del Viminale. Che se chiami l’ufficio stampa alzano il telefono entro uno squillo. Ma se ti aspetti una vera risposta – tipo: quanti tentativi di manomissione subiscono i braccialetti – una vita intera può non bastarti.

Sul Venerdì del 17 ottobre 2025

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