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Trent’anni fa l’omicidio di Yitzhak Rabin: il giorno in cui morì la pace fra Israele e Palestina

La piazza di Tel Aviv in cui Rabin fu ucciso: oggi porta il suo nome (Francesca Caferri) 

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Il 4 novembre di trent’anni fa due colpi alla schiena uccisero Yitzhak Rabin, il premier israeliano che strinse la mano ad Arafat. Questa sera migliaia di persone ricorderanno quel giorno. Anche noi siamo tornati in quella piazza, per parlare con chi c’era. Fra loro, lo scrittore David Grossman e il dottor Joseph Klausner, il medico che tentò di salvare il primo ministro. Reportage
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TEL AVIV. Di quel giorno Joseph Klausner ricorda tutto. «Non lo dimenticherò fino all’ultimo battito del mio cuore», ci dice nel suo studio al settimo piano dell’Ichilov, l’ospedale più grande di Tel Aviv. Il giorno che il dottore non dimenticherà mai è il 4 novembre del 1995. Klausner – oggi internista e oncologo di fama mondiale – era il capo della chirurgia dell’ospedale: alle 22.02 era a casa e ricevette una chiamata. In ospedale era arrivato il primo ministro, Yitzhak Rabin: gli avevano sparato, era grave, gli disse il suo vice, Motti Gutman.

«Di solito ci mettevo 35 minuti per raggiungere l’ospedale con la macchina, quella sera ne impiegai 14. Quando arrivai erano già tutti in sala operatoria. Era piena dei migliori medici dell’ospedale. Gli avevano aperto il petto e l’addome per cercare di controllare la pressione del sangue. Pensavano che ce la facesse, ma io capii subito che era finita. Ero il capo della chirurgia, spettava a me decidere. Chiesi a Gutman di smettere: lui non …

TEL AVIV. Di quel giorno Joseph Klausner ricorda tutto. «Non lo dimenticherò fino all’ultimo battito del mio cuore», ci dice nel suo studio al settimo piano dell’Ichilov, l’ospedale più grande di Tel Aviv. Il giorno che il dottore non dimenticherà mai è il 4 novembre del 1995. Klausner – oggi internista e oncologo di fama mondiale – era il capo della chirurgia dell’ospedale: alle 22.02 era a casa e ricevette una chiamata. In ospedale era arrivato il primo ministro, Yitzhak Rabin: gli avevano sparato, era grave, gli disse il suo vice, Motti Gutman.

«Di solito ci mettevo 35 minuti per raggiungere l’ospedale con la macchina, quella sera ne impiegai 14. Quando arrivai erano già tutti in sala operatoria. Era piena dei migliori medici dell’ospedale. Gli avevano aperto il petto e l’addome per cercare di controllare la pressione del sangue. Pensavano che ce la facesse, ma io capii subito che era finita. Ero il capo della chirurgia, spettava a me decidere. Chiesi a Gutman di smettere: lui non voleva e non volevano gli altri. Speravano in un miracolo. Gli dissi di nuovo di fermarsi, e non appena spensero le macchine fu chiaro a tutti che Rabin era già morto».

Erano le 23.02, ottanta minuti dopo lo sparo. «Vidi chirurghi buttarsi a terra a piangere, crollare con la testa fra le mani. In sala operatoria non è raro assistere a tragedie, ma una cosa così io non l’ho mai vista».

Il dottor Klausner fa un sospiro e alza lo sguardo al cielo: non gli piacciono i giornalisti, se fa un’eccezione per noi è perché ama l’Italia. Quando poi riabbassa gli occhi, sono pieni di lacrime. «Piango ora perché allora non potevo. Spettava a me tenere in mano la situazione. Quel giorno» sussurra appena «capii che la morte che stavo certificando avrebbe avuto un impatto enorme per il Paese. Quello che non potevo sapere era quanto lungo sarebbe stato quell’impatto, quanto profondo. È passata più di una generazione, e le conseguenze le viviamo tutti i giorni».

La fine è un inizio

Sono trascorsi trent’anni dal momento in cui Yigal Amir, 25 anni, studente di Legge, simpatizzante di Meir Kahane e del suo partito di estrema destra Kach (già dichiarato fuorilegge per le idee razziste e violente) e sostenitore del movimento dei coloni, con tre colpi di Beretta cambiò la storia di Israele e dell’intero Medio Oriente. Due raggiunsero alla schiena il primo ministro Yitzhak Rabin, l’uomo degli accordi di Oslo e della stretta di mano a Yasser Arafat, premio Nobel per la Pace, l’ex generale che aveva scelto la strada della pace. Rabin aveva appena finito di parlare a Tel Aviv, in quella che allora si chiamava Kings of Israel Square, a un grande raduno del “Fronte della pace”. Il dottor Klausner ha ragione. Con Rabin, quel giorno, morì anche il sogno di un Israele diverso, pronto a compromessi sofferti pur di arrivare ad un accordo con i palestinesi. La sua fiaccola fu raccolta dal ministro degli Esteri – anch’egli Nobel per la Pace – Shimon Peres: ma durò solo sei mesi.

Alle elezioni del maggio 1996, un giovane e rampante leader portò la destra alla vittoria, anche se solo per un soffio: si chiamava Benjamin Netanyahu e con quell’affermazione apriva l’era che lo avrebbe portato a essere il premier più longevo della storia del Paese. Non è un anniversario come gli altri quello che Israele si prepara a celebrare. All’appuntamento arriva stremato e ferito da tre anni di lotte interne: pro e contro la riforma giudiziaria prima, lo shock del 7 ottobre e la guerra a Gaza poi. Ma soprattutto isolato, sul banco degli imputati per le atrocità commesse a Gaza in risposta all’attacco di Hamas. Un Paese che non è più in grado di vedere “l’altro”: tantomeno di raggiungere con lui un compromesso, come Rabin stava facendo.

Non abbiamo più parole

«Fa male dirlo, ma quel giorno Yigal Amir decise la storia di un Paese intero», ci dice dosando le parole ancora più del solito David Grossman, il più grande scrittore israeliano, l’ultimo rimasto della generazione di giganti letterari che al sogno di Rabin, in maniera diversa, ha legato il suo destino. Lui insieme ad Amos Oz e Abraham Yehoshua, scomparsi pochi anni fa. Di quella sera Grossman, come il dottor Klausner, ricorda tutto. Quando ne parla, come il medico, non racconta. Rivive. «Ero in piazza come decine di migliaia di persone. Andai via prima della fine perché non volevo rimanere incastrato nel traffico per tornare verso Gerusalemme. In macchina accesi la radio. Dopo poco dissero che c’erano stati dei colpi, che avevano sparato a qualcuno. Io lavoravo alla radio allora. Dal tono dei miei colleghi, capii immediatamente che c’era qualcosa di grave: la maniera in cui parlavano era strana, troppo. Il tempo di entrare in casa e arrivò l’annuncio: Rabin era morto. Ricordo che mi misi a piangere. Io piango molto raramente, ma quella sera piangevo. E non ero l’unico: la casa si riempì di gente. Tutti piangevano». In lacrime c’erano centinaia di migliaia di israeliani: quelli che erano in piazza, come Grossman, e altri che non erano andati ma che capivano che quella morte cambiava tutto: «L’omicidio creò un mondo diviso: destra e sinistra. Religiosi e laici», scrive in Killing a King, il libro che ha dedicato alla morte di Rabin il giornalista americano Dan Ephron.

La spaccatura da allora non si è mai più ricomposta.In quella che oggi si chiama Rabin Square, la ferita sanguina ancora. La gigantesca spianata nel cuore di Tel Aviv è sfregiata dai lavori per la costruzione del treno leggero, che vanno avanti da anni. Ma chi li supera e attraversa il parcheggio in cui Amir, l’assassino, aspettò indisturbato per 40 minuti a quattro metri dalla macchina del primo ministro – “4 per 40” è la formula dell’errore più clamoroso che lo Shin Bet, il servizio di sicurezza interno di Israele, da allora fa studiare ai suoi agenti – si trova di fronte alle immagini di quella sera, rilanciate in loop da uno schermo davanti al busto di Rabin. Noa che canta, Rabin che parla, gli applausi: poi la confusione, le lacrime e le candele. “In questo luogo Yitzhak Rabin fu ucciso nella battaglia per la pace” si legge sulla lapide. Pochi metri più in là, nel punto esatto dove Amir sparò, c’è una distesa di pietre nere circondate da bandiere israeliane e un muro coperto di graffiti e fotografie: la stretta di mano fra Rabin e Arafat, il sorriso di Clinton, il Nobel per la Pace: immagini di un futuro che è diventato passato prima ancora di essere presente.

Yigal Amir non apparteneva a nessun partito: ma era vicino ai seguaci del Kach che da mesi accusavano il primo ministro di tradimento per l’accordo con i palestinesi. Era il 6 ottobre 1995 quando la destra organizzò una grande protesta a Gerusalemme. In quella occasione, l’auto del primo ministro – lui non era a bordo – venne aggredita dalla folla che, prima che l’autista riuscisse ad allontanarsi, strappò lo stemma dalla Cadillac blindata. «Come siamo arrivati a questo, possiamo arrivare a Rabin», disse mostrando il logo in televisione un 19enne sostenitore del Kach. Si chiamava Itamar Ben Gvir e oggi è il ministro della Sicurezza interna nel governo di Netanyahu. Un uomo che l’assassinio di Rabin non lo ha mai condannato, anzi ha più volte difeso chi lo aveva invocato, arrivando a chiedere la scarcerazione di Amir, che sta scontando l’ergastolo. «Questo è uno dei motivi per cui tanti di noi faticano a trovare le parole» conclude, affranto, Grossman.

Benzina sul fuoco

In Israele tutti sanno dove erano la sera del 4 novembre 1995. «In una stradina che porta alla piazza, con mio figlio sulle spalle» risponde senza esitazione Meron Rapoport, oggi caporedattore del sito progressista Local call. «Volevo andare alla manifestazione, ma non nel caos. A un certo punto andai dai miei, che abitavano vicino. Lì, sentii la notizia alla radio: lasciai il bambino e corsi a lavorare». C’è un particolare che Rapoport non riesce a dimenticare: «Lavoravo a Yedioth Ahronoth. Ricordo il direttore quella mattina dire che non avevamo notizie forti sul giornale. Gli risposi: “Tranquillo, stasera alla manifestazione ammazzeranno qualcuno”. Mai avrei pensato a Rabin. Ma il clima era pesantissimo, era evidente che la tensione sarebbe esplosa». A gettare benzina sul fuoco, c’era il capo dell’opposizione e leader del Likud, il 46enne Netanyahu: la sera dell’assalto alla Cadillac parlò in un comizio condannando ancora una volta gli accordi di Oslo: “Morte a Rabin”, “Lo cacceremo con fuoco e sangue”, gridava la folla. Il futuro premier non battè ciglio, non fece nulla per calmare gli animi.

Anche per questo, quando Rabin fu ucciso, nessuno pensava che Netanyahu potesse sopravvivere politicamente. La destra, tutta la destra, era sul banco degli imputati. Il consenso per la pace sembrava impossibile da scalfire. «Voglio credere che da questo incubo ci sveglieremo in un mondo migliore», disse la vedova, Leah, una settimana dopo la morte del marito. «Non c’è alternativa a un compromesso fra ebrei e arabi», scrisse nelle stesse ore Amos Oz. Cosa sarebbe stato se...Sbagliavano entrambi: gli attacchi suicidi messi a segno da Hamas e dalla Jihad islamica nelle settimane successive cambiarono tutto. A maggio Netanyahu vinse le elezioni.

«La chance per la pace, fino ad allora, era reale», ci spiega l’ex ministro Yossi Beilin, l’enfant prodige del governo Rabin, l’architetto di Oslo, l’uomo che insieme ad Abu Mazen aveva messo a punto una road map che affrontava tutte le questioni rimaste in sospeso. «Avevo appuntamento con Rabin per presentargli il piano. Forse non sarebbe stato la soluzione definitiva: ma sono certo che sarebbe stata la base per la soluzione definitiva», ci dice oggi. «La morte di Rabin è stata la cosa peggiore che potesse succedere a Israele. Ha cambiato la Storia per sempre, lasciandoci qui a chiederci cosa sarebbe stato se…».

In Rabin Square oggi quel “se” è una realtà tangibile: da qui ci vogliono meno di dieci minuti per raggiungere la piazza degli Ostaggi, il luogo dell’incubo più recente di Israele, il 7 ottobre 2023: 1.200 morti, 251 rapiti. È seguita la guerra a Gaza, con i suoi 67 mila morti. Saremmo arrivati lo stesso a quel punto se qualcuno trent’anni fa avesse fermato Yigal Amir? Oggi più che mai, Israele se lo chiede.

Sul Venerdì del 31 ottobre 2025

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